giovedì 25 agosto 2016

In cerca delle pecorelle smarrite

L'imprevisto associazione

“La vita è una cosa semplice”. Rimane impressa questa frase pronunciata nel video di apertura dell’incontro che si è svolto ieri sera al Meeting di Rimini. Una testimonianza profonda ed emozionante quella dei ragazzi dell’Asociacion Pasion Por El Hombre – Bocatas spagnola e dei ragazzi della Comunità L’imprevisto. Ad introdurre Silvio Cattarina, Fondatore e Presidente de L’Imprevisto.
A prendere la parola per primo è lo spagnolo. “Due cose ho capito: bisogna innanzitutto volersi bene per voler bene ad un altro e riconoscere il proprio ‘bisogno’ e farsi aiutare. L’essere umano impara sbagliando, quando è al limite, lì compare nel suo splendore Dio che ti tende la mano e l’unica cosa che vuole è la tua fiducia”. Prosegue poi Jesus “Chules” de Alba, Presidente di Bocatas: “La nostra associazione aiuta gli emarginati e in questi vent’anni non abbiamo mai perso la freschezza dell’origine. Non abbiamo un progetto, cerchiamo di seguire il progetto di Dio entrando nella vita di chi ha bisogno di sperimentare la gioia piena del divino”.
La parola è passata ai ragazzi de L’Imprevisto. La prima è Carolina, 22 anni, di Verona. Caduta nella droga, ha trovato nella comunità una casa, nella quale non si sente più smarrita, ma amata per quello che realmente è. Segue Jacopo, 20 anni che dice: “Sono stato in carcere. Ero convinto che la mia vita non avesse un senso e che io fossi destinato alla sofferenza.
Il 9 dicembre 2013 sono entrato in comunità. Un sorriso mi ha colpito e mi ha accolto. Mi sono sentito guardato per quello che ero e non per quello che avevo fatto. Il mio è stato ed è un lungo e faticoso percorso. Mi rendo conto che ho perso tempo a lottare contro me stesso e contro la possibilità che la vita mi stava offrendo, ma in comunità ho potuto dire ‘ora inizio’.
Ho cominciato a guardare al mio bisogno e non alla fatica, a non lottare più contro, ma per me stesso, ad essere responsabile, perché esserlo significa dover rendere conto a qualcuno ed io avevo bisogno di rendere conto a Dio. Non c’era più nessuna situazione di fronte alla quale potevo dire ‘non ce la faccio’. Mi rendo conto di quanto povera sia la mia persona.
Ho sempre sentito un vuoto nella mia vita che cercavo di tappare, per far sì che potessi sentirmi bene. Lo sento tutt’ora, ma adesso spero di sentirlo per tutta la vita, è ciò che mi spinge a non accontentarmi ad essere curioso, perché so che sono destinato a qualcosa di più grande. Ogni sacrificio che la vita mi chiede è un’occasione per arricchire la mia persona. La vita è sicuramente dura, ma vale la pena di essere vissuta. Fino a tre anni fa pensavo che la mia vita fosse una sfiga, ora sono certo che la mia vita è una sfida ed io sono un uomo che lotta per la propria libertà”.
Serena, 18 anni, di Pescara. Confusa, smarrita, impaurita entra in comunità. La parola che ogni giorno ripete e affronta è “realtà”. Quella realtà che aveva timore di affrontare e che le dava fastidio, oggi è il punto di partenza di ogni suo passo. Conclude Riccardo, 28 anni, di Forlì, tossicodipendente. Commovente e suggestivo. “Per me nulla aveva valore. Nessuno poteva capirmi. Un giorno un amico mi guarda dritto negli occhi e mi chiede: ‘come stai?’ Ero stato preso e non me n’ero accorto. La vita è una possibilità infinita.
Tutto serve, tutto è utile. Sono riconoscente a Cristo che mi ha salvato e ogni volta che il mio cuore incontra un amore con la A maiuscola, incontra la misericordia. Spesso mi chiedo: perché io e non un altro? Vedete come siamo fatti e come è difficile accettare la vita? Nella mia esperienza dire ‘si’ mi ha cambiato la vita. Il cuore unito al giudizio formano un unico sistema di navigazione che non sbaglierà mai. Nel cuore c’è tutto. La prima battaglia è contro noi stessi, ogni persona ha un desiderio infinito e l’unico tentativo valido è vivere per cercare la risposta al cuore dell’uomo”.
Prende la parola Cattarina: “Il prossimo non è una categoria sociale, sono persone. La persona è sempre bella e affascinante, soprattutto la persona povera, piccola, sghemba, perché la vita si capisce bene quando abbiamo gli occhi pieni di lacrime. Il fondatore dell’Imprevisto passa poi al titolo dell’incontro: ‘Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove…?’.
“Il cuore della vita è essere l’uomo che cerca quella pecora. Prima di questa affermazione c’è una domanda drammatica e terribile che Gesù rivolge ai suoi discepoli: ‘che ve ne pare?’ ecco, questa ci lancia di fronte ad una presenza. Io chiedo di essere l’uomo capace di cercare quell’unica pecora e di sentire quella domanda, ma chiedo anche di essere quella pecora. Chiedo agli amici di insegnarmi ad essere quella pecora umile, che desidera essere scovata, chiamata, amata. Basta un istante, un abbraccio per cambiare tutto”.
Zenit

Vita e morte in duello




Da Libertà e Persona
Esce in questi giorni (acquistabile in rete e a settembre in libreria) un nuovo libro del nostro collaboratore Renzo Puccetti. Si tratta di un testo completo sulla bioetica che tutti dovrebbero avere e regalare.
Segnaliamo un breve brano:

Recentemente è uscita negli Stati Uniti l’autobiografia di Abby Johnson, una donna premiata dalla nota organizzazione abortista Planned Parenthood – che significa ‘genitorialità pianificata’ – per il suo alto rendimento come responsabile di una clinica per aborti affiliata all’organizzazione. Il titolo del libro è Unplanned, che vuol dire ‘non pianificato’, con un evidente gioco di parole riferito all’organizzazione di cui la Johnson
ha fatto parte. Dopo otto anni di lavoro per l’organizzazione quale addetta alle relazioni esterne e incaricata al colloquio con le donne che volevano abortire, Abby partecipò in prima persona a un aborto. Un ginecologo che aveva operato presso la clinica solamente in qualche occasione, era abituato a eseguire gli aborti sotto controllo ecografico, fatto che comportava un dispendio temporale di qualche minuto maggiore rispetto ai normali dieci minuti calendarizzati per ogni procedura. Quella volta il medico chiese ad Abby di tenere la sonda ecografia in posizione mentre lui avrebbe manovrato la cannula per l’aborto. Sentiamo cosa avvenne, così come lo racconta Abby stessa nel suo libro:
Applicai il gel sulla pancia della donna, poi manovrai la sonda fino a quando l’utero non fu visibile sullo schermo e aggiustai la posizione per catturare l’immagine del feto. Mi aspettavo di vedere quello che avevo visto nelle precedenti ecografie. Di solito, a seconda dell’epoca della gravidanza e di come il feto era girato, avevo visto una gamba, o la testa, o parte del dorso […]. Ma questa volta l’immagine era completa. Potevo vedere il profilo intero e perfetto di un bambino. Pensai con sorpresa: “Sembra proprio come Grace a dodici settimane”, ricordando l’ecografia a dodici settimane di mia figlia, tre anni prima, rannicchiata al sicuro nel mio ventre. L’immagine che avevo ora davanti a me era la stessa, solo più chiara, più nitida. Il dettaglio mi colpì. Potevo chiaramente vedere il profilo della testa, di entrambe le braccia, delle gambe e persino le minuscole dita delle mani e dei piedini. Era perfetto. E subito la lusinga del caldo ricordo di Grace fu rimpiazzato da un’ansia che mi saliva su: “Cosa sto per vedere?”. Lo stomaco mi si strinse: “Non voglio vedere cosa sta per succedere”.
“Tredici settimane”, sentii dire all’infermiera dopo che aveva preso le misure per stabilire l’età del feto. “Okay – disse il dottore –, tieni così la sonda durante la procedura, in modo che io possa vedere cosa sto facendo”.
L’aria condizionata della stanza mi fece rabbrividire. I miei occhi erano ancora incollati su quel bambino perfettamente formato. Vidi una nuova immagine entrare nello schermo. La cannula, uno strumento a forma di cannuccia collegata al tubo di aspirazione, era stata inserita nell’utero ed era vicina al bambino. Sembrava come un intruso nello schermo, una cosa fuori posto. Sbagliato, sembrava proprio sbagliato. Il mio cuore cominciò ad accelerare, il tempo a rallentarsi. Non volevo guardare, ma allo stesso tempo non volevo smettere di guardare. Non potevo non guardare. Provavo orrore, ma allo stesso tempo ero anche affascinata. […] Gli occhi mi si posarono sul viso della paziente; dagli angoli le scendevano delle lacrime. Vedevo che sentiva dolore, l’infermiera tamponò il suo viso con un telo: “Fai un bel respiro – le disse –; respira!”. “È quasi finito”, le sussurrai. Volevo rimanere concentrata su di lei, ma gli occhi tornarono all’immagine dello schermo. All’inizio il bambino sembrava ignaro della cannula. Questa delicatamente saggiò la parte dov’era il bambino. Per un secondo provai un senso di sollievo. Pensai: “Certo il feto non sente dolore”. Avevo rassicurato su questo un numero infinito di donne, così come mi era stato insegnato dalla Planned Parenthood. “Il tessuto fetale non sente niente quando è rimosso”.
Stai calma Abby. “Questa è una procedura medica semplice e veloce”. La testa mulinava per controllare le mie risposte, ma non potei scacciare un’intima inquietudine che rapidamente si trasformò in orrore alla vista dello schermo. Il movimento successivo fu un improvviso scatto di un piede minuscolo e il bambino cominciò a scalciare, come se cercasse di sottrarsi dalla cannula. Come la cannula fece pressione dal suo lato il bambino cominciò a rivoltarsi e contorcersi disperatamente. Mi apparve chiaro che il bambino avvertiva la presenza della cannula e che non gli piaceva quello che stava provando. Poi la voce del dottore ruppe il silenzio facendomi trasalire: “Accendimi, Scotty!”, disse all’infermiera. Le stava dicendo di accendere l’aspiratore. In un aborto l’aspiratore non viene attivato fino a quando la cannula non è perfettamente in posizione. Avevo un’improvvisa voglia di gridare: “Fermatevi!”. Di scuotere la donna e dirle: “Guarda cosa sta succedendo al tuo bambino! Svegliati! Dai, fermali!”. Ma anche se pensavo queste cose guardai le mie mani che tenevano la sonda ecografica. Io ero una di quelle che stavano facendo quell’azione. Gli occhi tornarono di nuovo sullo schermo. La cannula veniva già ruotata dal medico ed ora vedevo il minuscolo corpo che veniva violentemente rivoltato. Per un attimo impercettibile fu come se fosse stato strappato come uno strofinaccio, attorcigliato e schiacciato. Poi si accartocciò e cominciò a sparire nella cannula davanti ai miei occhi. L’ultima cosa che vidi fu la minuscola spina dorsale perfettamente formata risucchiata nel tubo e poi tutto scomparve. L’utero era vuoto, totalmente vuoto. Ero congelata nell’incredulità. Senza rendermene conto lasciai andare la sonda. Sentivo il mio cuore che batteva, batteva così forte che mi faceva pulsare il collo. Provai a fare un respiro profondo, ma mi sembrò di non riuscire a mandare l’aria né fuori, né dentro. Guardavo ancora fisso il monitor, sebbene ora fosse tutto nero perché avevo perso l’immagine. Niente riusciva a distogliermi. Ero troppo scioccata e sconvolta per muovermi. Mi rendevo conto che il medico e l’infermiera stavano parlando tra loro mentre finivano il lavoro, ma era una cosa distante, come un vago rumore di sottofondo, difficile da udire sopra il suono del pulsare del mio sangue nelle orecchie. L’immagine del minuscolo corpo straziato e risucchiato via mi scorreva di nuovo nella mente e insieme ad essa l’immagine della prima ecografia di mia figlia Grace, di com’ella aveva più o meno le stesse dimensioni. Mi venne alla mente una delle molte discussioni sull’aborto con mio marito Doug. “Quando eri incinta di Grace non era un feto, era una bambina”, aveva detto Doug. E ora mi colpiva come un fulmine. Aveva ragione. Quello che era nel ventre di questa donna solo un momento fa era vivo. Non era solo un tessuto, solo cellule, era un bambino umano. E combatteva per la sua vita. Una battaglia che aveva perso in un batter di ciglia. Quello che avevo detto alle persone per anni, ciò in cui avevo creduto e che avevo insegnato e difeso, è una bugia. Gli occhi riandarono alle mie mani. Le guardai come se non fossero le mie. Quanto danno avevano fatto queste mani negli ultimi otto anni? Quante vite erano state prese a causa loro? Non proprio a causa delle mie mani, ma a causa delle mie parole. Come sarebbe stato se avessi saputo la verità, e cosa sarebbe successo se l’avessi detta a tutte le donne? Cosa, se lo avessi fatto? Avevo creduto a una bugia. Avevo ciecamente promosso la linea della compagnia per così tanto tempo. Perché? Perché non avevo cercato la verità da sola? Perché avevo chiuso le mie orecchie agli argomenti che avevo sentito? Dio mio, cosa avevo fatto? Proprio qui, in piedi accanto al tavolo, con le mani sulla pancia della donna che piangeva, dal profondo mi venne questo pensiero: “Mai più! Mai più!”.
Aveva convinto centinaia di donne che abortire era la soluzione migliore, ma quell’esperienza fu un vero shock. Abby si licenziò e adesso – dopo aver vinto una causa contro la Planned Parenthood che voleva obbligarla al silenzio circa le politiche e le procedure adottate dall’organizzazione abortista –si batte per la causa della vita raccontando a chi ha orecchie, mente e cuore per comprendere, quello che sa della potentissima lobby abortista americana.

La tavola, luogo di finzione o di comunione?


Rirkrit Tiravanija, soup/no soup (zuppa/non zuppa), performance presso il Grand Palais di Parigi, aprile 2012

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28 agosto 2016
XXII domenica del tempo Ordinario anno C

di ENZO BIANCHI
Lc  14,7-14
In quel tempo a casa di uno dei capi dei farisei Gesù diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Sempre durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù è avvertito che Erode vuole ucciderlo, quindi è invitato a fuggire. Ma egli non scappa, anzi manda a dirgli che ciò che deve fare lo fa con parrhesía, con franchezza, obbedendo alla volontà del Padre, fino a quando porterà a compimento la sua opera (cf. Lc 13,31-33). Per Gesù Erode è solo una “volpe”, un impuro che egli durante la passione non degnerà neppure di uno sguardo, rimanendo muto davanti a lui, senza rispondere alle sue domande (cf. Lc 23,8-9).
Gesù non fugge, ma compie il suo cammino incurante delle minacce di Erode, e in giorno di sabato, invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei, accetta di entrare nella sua casa. Gesù era diventato un rabbi molto noto ed era dunque frequentemente invitato, spesso dopo la sua predicazione in sinagoga, alla tavola di qualche notabile (cf. Lc 7,36; 11,37). Questo capo della sinagoga e gli altri scribi e farisei che invitavano Gesù volevano forse onorarlo? Volevano discutere con lui a proposito dell’interpretazione della Legge? Volevano esaminarlo, metterlo alla prova (cf. Lc 10,25)? Luca annota che, nel caso presente, stavano a osservare il suo comportamento.
Ed ecco che davanti a Gesù c’è un uomo malato di idropisia (cf. Lc 14,2), dunque – secondo l’opinione religiosa del tempo – qualcuno colpito da Dio a causa di un grave peccato commesso, relativo alla sessualità. È sabato, il giorno del Signore, giorno della vita piena, del trionfo della vita sulla malattia e sulla morte: Gesù sente dunque in sé il bisogno di liberare quest’uomo da una malattia invalidante e infamante. Egli sa che sarà contestato, perché agli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, quella da lui compiuta apparirà come un’operazione medica, vietata di sabato. Pone dunque una domanda ai suoi interlocutori, costringendoli a uscire allo scoperto: “È lecito o no curare di sabato?” (Lc 14,3). Ma costoro non rispondono, e allora Gesù prende per mano quel malato, lo guarisce e lo congeda (cf. Lc 14,4). Di fronte a questo gesto e alla successiva domanda, ecco calare ancora un silenzio imbarazzato (cf. Lc 14,5-6).
Solo Gesù, sempre attento e vigilante su ciò che gli accade intorno, prende di nuovo la parola. Vede che gli invitati a tavola cercano il primo posto, come sempre, il posto di chi viene onorato dal padrone, quello riservato a chi è ragguardevole, importante. Succede così ancora oggi, nei banchetti solenni: in attesa che il pasto abbia inizio, i presenti sbirciano dove sia il posto dell’invitante e con occhio vorace individuano la sedia più vicina a lui, lanciandosi su di essa come su di una preda. Per questo in certi pranzi o l’invitante indica i posti da prendere a tavola oppure essi sono segnalati da cartoncini posti accanto al piatto…
Vista questa situazione, Gesù dà un insegnamento attraverso una parabola, che leggiamo ancora una volta, parafrasandola. Quando tu, lettore del vangelo, sei invitato a un banchetto, a una festa, non puntare a occupare il primo posto, cioè non crederti un ospite importante e più degno di altri di stare accanto a chi ha convocato la festa, perché in tal caso rischi di essere chiamato a lasciare il posto a un altro invitato più degno di te. È questione di modestia, di non avere un super-io che ti acceca e ti fa credere di valere più di altri. Sarebbe vergognoso che tu fossi costretto a retrocedere davanti a tutti, facendo così emergere la tua indegnità, la tua pretesa importanza. Resta invece modesto, vicino agli ultimi posti, non sopravvalutarti, e allora forse accadrà che chi ti ha invitato venga a dirti: “Amico, vieni più avanti, più vicino a me!”. Così apparirà a tutti i commensali la tua reale importanza agli occhi del padrone di casa.
Certo, queste parole di Gesù rischiano di essere intese come un invito a una falsa umiltà, quella di chi si serve anche della scelta dell’ultimo posto a tavola per essere esaltato davanti a tutti. Ma l’intenzione di Gesù, attraverso questa parabola, è quella espressa nel suo detto conclusivo: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Sì, solo chi è umiliato è realmente umile: guai invece a fingere umiltà in vista dell’esaltazione! Qui più che mai si tratta di impedire a noi stessi di adottare strategie o tattiche. È come se Gesù dicesse a ciascuno di noi: “Sta’ in fondo con modestia, senza atteggiamenti di piccolezza forzata, e soprattutto non desiderare ciò che non dipende da te”.
Semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile di un uomo, di un cristiano, e solo così la festa potrà essere vissuta in modo autentico e non come una scena, un’occasione di apparire. Ciò che uno “è”, è la realtà; ciò che non è e accade, è solo scena. Solo chi si umilia sarà esaltato, chi invece cerca di essere umile e appare tale senza essere umiliato, è semplicemente perverso, creatore di una scena che passa (cf. 1Cor 7,31). La festa si può vivere solo restando al proprio posto e non cercando di rubarlo agli altri. E ciò vale in qualsiasi comunità: stare al proprio posto senza ambire a posti più alti, senza cercare posti tenuti dagli altri, è difficile ma è secondo il pensiero di Gesù, è evangelico e contribuisce alla vera costruzione della comunità. Ognuno dunque stia al proprio posto, secondo la grazia e i doni ricevuti dal Signore (cf. Rm 12,3-6a), perché chi si sopravvaluta cadrà da più in alto, in modo disastroso per sé e per gli altri.
Poi Luca aggiunge un’altra esortazione di Gesù, non più sugli invitati, ma su chi invita a un pasto, a un banchetto: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché non si sentano costretti a ricambiare l’invito”. Triste constatazione questa di Gesù, capace di far emergere il ragionamento di molti che, senza consapevolezza, dicono: “Siccome ci hanno invitati da loro, adesso tocca a noi”, secondo una logica dello scambio utilitaristico che nega ogni gratuità. Diciamo la verità: anche oggi, anzi oggi più che in passato, avviene proprio così, e non siamo più capaci di invitare gli altri a casa nostra, perché l’idolo dell’interesse ci domina. Invitiamo qualcuno a cena, e possibilmente non in casa, ma al ristorante, per ragioni di lavoro (i pasti di lavoro…), calcolando quante volte siamo stati a nostra volta invitati da lui.
Gesù invece ci avverte: il pranzo o la cena di festa sono tali solo quando sono offerti gratuitamente, senza attendersi un contraccambio. Per questo, soprattutto nella comunità cristiana, occorre organizzare feste alle quali siano invitati gli “scartati” della società, quelli che nessuno invita perché non possono ricambiare, perché invitarli non procura onore o decoro. Poveri, storpi, zoppi, ciechi, stranieri, bisognosi devono essere presenti alla nostra tavola; se non ci sono, la nostra non è una tavola secondo il Vangelo, che chiede la condivisione del cibo, l’accoglienza di chi è povero e ultimo. Un pasto gioioso, una vera festa è quella a cui partecipano quelli che non amiamo perché non li conosciamo: invitarli a tavola significa che prima li amiamo, poi li conosciamo, non viceversa, come fanno le persone mondane.
E non si dimentichi che i pranzi aperti ai poveri, ai mendicanti d’amore, ai peccatori, sono quelli a cui partecipava Gesù e che egli ha imbandito nella sua vita. Anche l’eucaristia che celebriamo, se è aperta solo a quelli che si sentono degni e giusti, mentre esclude i poveri e i peccatori perdonati, non è l’eucaristia di Cristo, ma una “nostra” eucaristia: un banchetto religioso ma mondano, non secondo la logica del Vangelo!

Che vadano in Paradiso

La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto
La Madonna tra le macerie di Pescara del Tronto

***
di Costanza Miriano
È ingiusto fare una classifica del dolore, però non c’è niente da fare: ci colpisce quello che per qualche motivo avvertiamo più vicino. Anche io mi sdegno perché i miei colleghi, giornalisti, danno diverso peso specifico ai morti nel mondo: un parigino vale, a occhio e croce, una novantina di nigeriani. Ogni volta mi ci arrabbio di nuovo, ma poi faccio anche io lo stesso: credo che sia inevitabile. Il nostro cuore non è infinito come quello di Dio, possiamo tenere solo alcuni legami, affezionarci ad alcune cose, sentirci vicini ad alcune persone. Guardando le immagini di altri terremoti non mi sono angosciata tanto. Forse non mi fa onore, ma è così.
Invece da quando, la notte scorsa, ci ha svegliati il cellulare di mio marito nel cuore della notte – lo chiamavano a Saxa Rubra per un’edizione straordinaria del tg – non riesco a pensare ad altro. – Che succede? – Devo andare al tg, andiamo in straordinaria. – Perché? – Un terremoto. – Ah, ho detto, rigirandomi e riaffondando la testa nel cuscino, pronta a dormire le altre quattro ore che mi spettavano. – Ma dove, scusa? La domanda balena da quel residuo di coscienza che rimane anche nel sonno. – Ad Amatrice.
Ma noi abbiamo trascorso lì le vacanze più belle degli ultimi anni, con le persone più care, eravamo lì poco fa, non è possibile, quello è il posto dei giorni belli, degli amici, delle passeggiate, delle salsicce. Non è vero. Non si può certo dormire, adesso. Chiamo gli amici nel cuore della notte, sono vivi ma non possono sprecare batteria per altri dettagli, così comincio a fare quello che ho fatto per le successive venti ore della giornata: cercare foto e notizie alla ricerca dei luoghi noti, delle strade fatte correndo o passeggiando o guidando, sperando di riconoscere qualcuna delle facce incrociate.
Cerco in tv o su internet i volti dei vecchietti dell’ospizio in cui vado a messa. Vedo don Savino, il parroco, che piange al tg1, lui, così timido e sempre misurato. Vedo l’ospizio femminile crollato. Sento che tre suore, suor Cecilia, suor Agata, suor Anna non si trovano. Credo che siano morte. Una di loro sicuramente era venuta ad aprirmi la porta quella mattina che ero in ritardo. Chiedo agli amici che sono ancora lì se è il caso di andare a dare una mano, ma giustamente la protezione civile vuole solo gente preparata.
Che si può fare in questi casi, a parte mandare pacchi di viveri, indumenti, coperte? Mi chiedo: cosa vorrei io da una perfetta sconosciuta che non sa fare niente, se fossi in quella situazione? Preghiere. Vorrei preghiere. Se fossi in pericolo di vita, se fossi ferita nel corpo o anche solo nel cuore, vorrei preghiere. Ma soprattutto se mi stessi presentando davanti a Dio per il giudizio supplicherei tutti gli sconosciuti del mondo di implorare per me misericordia. E visto che siamo nell’anno del giubileo straordinario della misericordia, mi è venuto in mente che ognuno di noi potrebbe adottare una delle vittime, e prendere per quella l’indulgenza plenaria offerta dal Giubileo. Potremmo scegliere un nome ascoltato alla radio, una storia che ci ha colpito, o magari possiamo dire a Dio di regalare quell’indulgenza alla vittima più anonima e meno “notevole” di tutte. Un vecchietto, una badante, se c’è, una persona sola, un bambino… che fine ha fatto la quattordicenne il cui padre è stato intervistato dal tg1 delle 20? Un padre che stava davanti alla casa dell’incubo, senza parole. Oltre al dolore straziante, qualcuno prega per lei? È salva? Se no, chi chiede l’indulgenza per lei?
Ad Amatrice monsignor Pompili aveva aperto la porta santa proprio il 13 agosto, nella chiesa di sant’Agostino che oggi è quasi distrutta. Da lì la gente si era spostata all’ospizio, perché visitare gli anziani è una delle opere di misericordia raccomandate dal Papa. Si era aspettato agosto perché in questa settimana dopo ferragosto nella conca amatriciana il numero degli abitanti quasi si decuplica rispetto all’inverno. Spero tantissimo che qualcuna delle vittime avesse approfittato di questa grazia pochi giorni prima di morire. Se c’è qualcuno che ne ha bisogno, ecco, possiamo essere noi al suo fianco, chiedendo per lui misericordia, facendo l’atto di carità più grande che possiamo fare a un fratello: presentarlo al Padre, chiedendo per lui non solo il perdono ma anche la liberazione dalle pene temporali dovute ai peccati. Questo è il soccorso più grande, perché, ne siamo certi, siamo nati e non moriremo mai più.

Se la fede si riduce a sentimento





di Paolo Facciotto

«Chiamiamo le cose con il loro nome, Lutero non voleva riformare, ma ha obiettivamente demolito la Chiesa. Ha ridotto la fede a sentimento e soppresso la realtà ecclesiale nella sua sacramentalità. E' inesatto e parziale dire che è stato un riformatore non capito». Sono parole di monsignor Luigi Negri, che domenica sera al cinema Tiberio di Rimini ha presentato in un affollato incontro pubblico il suo ultimo libro, la nuova edizione aggiornata di "False accuse alla Chiesa. Quando la verità smaschera i pregiudizi", editore Gribaudi, con una presentazione di mons. Luigi Giussani.
Fra i dieci capitoli del lavoro, scritto nello stile vigoroso e sintetico che contraddistingue l'autore, uno è dedicato appunto al protestantesimo, un tema attualissimo visto l'ormai prossimo cinquecentenario delle origini. Rispondendo alla domanda del moderatore su cosa fosse accaduto nel 1517 e anni seguenti, ha spiegato l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio:
«Lutero ha iniziato la riduzione della fede a sentimento. Sotto la spinta di tante problematiche, anche personali e morali, ma è indubbio che da Lutero in poi la fede non è una cosa oggettiva, un incontro reale e storico che continua a seguirmi: è un sentimento. Detto nelle sue formulazioni più radicali: se senti di essere salvato sei salvato; se non senti di essere salvato non sei salvato».
Il sentimento si provoca nella lettura della Sacra Scrittura. Per cui la realtà ecclesiale nella sua concretezza, non solo non è più necessaria ma anche è sostanzialmente dannosa. La Chiesa costituisce una forma di mediazione indebita tra Cristo e la persona. Ma il Cristo che il protestante sostiene di incontrare, è un Cristo che finisce molto rapidamente ad essere il contenuto del messaggio scritturistico, interpretato adeguatamente dagli esegeti.
Le cose bisogna chiamarle con il loro nome, Lutero non voleva riformare, non so se in partenza avesse questo desiderio, ma di fatto obiettivamente ha demolito la Chiesa. Quando ha iniziato la sua demolizione, la Chiesa cattolica era fiorente in quasi tutta Europa. Ma se la fede è un problema individuale, soggettivo, non si può neanche vedere la Chiesa, la vera Chiesa che è quella degli eletti è segreta: la vede solo Dio e uno la individua nella sua coscienza. Perciò non c'è una storicità della Chiesa degli eletti, c'è la storicità della Chiesa tedesca, inglese, francese....
Abbinato a questo c'erano enormi possessi economici e fondiari: i grandi ordini cavallereschi tedeschi possedevano due terzi delle campagne. Ecco, una cosa che non c'entra assolutamente con la fede cattolica e che se non verrà mai superata dai luterani impedirà il ritorno, oltre il fatto che le donne sono anche vescovesse, è che è stata creata la Chiesa di Stato. Lutero dice: in tutta questa massa di realtà ecclesiale, io chiedo ai principi della nazione tedesca di proteggerci. Così nasce la Chiesa tedesca.  In Inghilterra c'è la chiesa anglicana, a Praga la chiesa ussita e così via. Così, per la prima volta, la qualificazione ecclesiale non è la fede, ma essere tedeschi, inglesi, francesi eccetera. 
Riduzione psicologistica e spiritualistica della fede, e soppressione della realtà ecclesiale nella sua sacramentalità: Lutero non ritiene che la Chiesa sia sacramento, anche perché ha fatto praticamente scomparire quasi tutti i sacramenti, tranne il battesimo.
Noi ci siamo trovati di fronte, in questi tre secoli, a un tentativo di demolizione dall'interno della Chiesa che è di carattere protestantico. Quando alcuni grandi uomini di Chiesa come Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II parlavano di un cripto-protestantesimo presente nella realtà della Chiesa cattolica, dicevano che il nemico protestante non era fuori, il nemico protestante si era saldamente insediato all'interno della Chiesa.
Questo è Lutero. Se si dice un'altra cosa, se si dice che è stato un grande riformatore ma la Chiesa non l'ha capito, eccetera, si dicono cose certamente parziali e inesatte".
La presentazione del libro, promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per la Dottrina Sociale della Chiesa, è proseguita sul doppio binario del passato (Rivoluzione francese, concordati), della storicità dell'avvenimento cristiano e del presente.
All'inizio Negri ha dato note di metodo sullo studio della storia della Chiesa ed ha ricordato come, nellaGioventù Studentesca degli anni '60 guidata da Giussani, nascevano le cosiddette "schede di revisione" su argomenti storici, letterari o scientifici, ciclostilate e distribuite gratuitamente. In qualche caso, come "Sul problema di Galileo", ne nascevano degli opuscoli a stampa autofinanziati, grazie all'aiuto personale del sacerdote di Desio. Argomenti lontani nel tempo che finivano nelle aule e costituivano punti di discussione con il laicismo imperante nelle scuole.
«E' la dialettica della fede. E' la dialettica fra la fede e il mondo. Se una fede non è dialettizzata dal mondo e non dialettizza il mondo non ha senso», ha commentato Negri. E circa il rapporto tra Chiesa e Stato: «Questa tensione tra potere e Chiesa, fra potere e vita e libertà religiosa, è una costante della vita della Chiesa, ritorna in infiniti modi. Pensate che oggi il dibattito sui cosiddetti valori sensibili, non riproponga uno scontro frontale con una concezione della vita totalmente atea, puramente scientifica e tecnologica, in cui tutto è scienza e tecnologia, la modalità con cui far nascere i bambini o con cui decidere di non farli nascere, con cui manipolarne l'esistenza? Oggi il nuovo totalitarismo è tecno-scientifico».
Di qui Negri è arrivato al dibattito sulla riforma costituzionale: «Il punto è che le due realtà siano indipendenti e sovrane. Guardate bene in questo nuovo assetto che fine fa la realtà della Chiesa. La nostra Costituzione ha certamente considerato che la nostra società sia fatta di persone, famiglie, gruppi, realtà sociali di maggiore o minore incidenza, ma anche di una realtà sociale strana e irriducibile alle altre che si chiama Chiesa cattolica.
Se il nuovo dettato costituzionale facesse venir fuori un'immagine - lo dico ipoteticamente - di società come insieme di individui; se si riconoscono solo i diritti degli individui, e già si fa fatica a riconoscere quelli della famiglia, meno che mai si riconoscono i diritti della Chiesa: quello è un cambiamento costituzionale che deve essere respinto, secondo me. Mi soffermo su questo perché non c'è fede senza battaglia».
«La Chiesa deve affermare in ogni momento della sua storia che il potere non la surclassa, d'altra parte deve vivere con coerenza la riduzione delle sue pretese sullo Stato. La Chiesa non ha la pretesa di guidare lo Stato. La Chiesa non ha mai voluto essere una Chiesa di Stato, anzi la sua idea fondamentale è che nella società ci sia libertà per tutti». «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo: il pericolo è lì, ragionare come il mondo. Vivere come il mondo è una meschina necessità, perché anche il cristiano è sottoposto alla tentazione. Ma ragionare secondo il mondo è il peccato dal quale dipendono tutti gli altri».
«Nella missione c'è la lotta col potere. La missione non si riduce alla lotta per il potere, ma non c'è vera missione se è fatta in modo irenico: ci sono le leggi che stanno cambiando faccia della società e della famiglia, ma a noi cristiani non interessano queste cose... a noi interessa la nostra esperienza soggettiva, il nostro dire ai nostri amici non cristiani, sussurrandoglielo: “Eh, per non correre la tentazione di coartare la loro libertà...”. Questa non è la missione della Chiesa.
La missione della Chiesa è che di fronte al mondo, in modo opportuno o inopportuno, la Chiesa continui a dire il grande annuncio di Cristo. E lo dice non con un annuncio astratto, ma con una realtà di popolo. L'evangelizzazione fa nascere e incrementa la Chiesa. Le prime prediche, fatte dai primi, che avevano le mani abbastanza ruvide anche loro... perché quando Pietro parla, fra quelli che lo ascoltano ci sono quelli che hanno fatto la pelle al Signore. E lui non dice assolutamente: facciamo come se non fosse successo nulla, perdono tutti. Il perdono si dà dopo avere indicato le responsabilità. Il perdono di Dio ci raggiunge nella Confessione ma soltanto quando uno ha ammesso la sua colpa e ha sentito su di sé il giudizio della Chiesa. Il giudizio della Chiesa si esprime come perdono, ma c'è, il giudizio".
E ancora sul tema del prossimo referendum: «La Chiesa non può non giudicare cose del genere, se non giudica cose del genere tradisce la sua missione. Perciò chiunque dicesse, qualunque sia il colore del suo vestito, che si può stare in silenzio a pensare ad altro, tradisce la Chiesa».
Negri ha poi fatto un parallelo storico con il no del papa alle leggi razziali del fascismo: «Se la Chiesa non ha questo coraggio, lascia il popolo allo sbando. Ma se il popolo viene lasciato alla sbando, il popolo ha - per me - il sacrosanto diritto di dire: ma voi pastori, perché ci lasciate allo sbando? Ci sono vicende della vita socio-politiche su cui i veri cristiani non possono stare in silenzio».

Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario

mercoledì 24 agosto 2016

Un uomo onesto



(Elio Guerriero) Introduzione. Una biografia di Joseph Ratzinger — BenedettoXVI — deve necessariamente prendere l’avvio da una constatazione storico-geografica. Egli nacque in Germania nel 1927 al tempo dell’infausta ascesa del nazismo che tanto orrore doveva lasciare dietro di sé. Come molti cattolici tedeschi, crebbe rifiutando ogni sorta di violenza, ma anche cercando di sopravvivere all’ondata di barbarie che dalla Germania si estese pericolosamente all’intera Europa.
Gli sconvolgimenti bellici lo indussero, nel periodo della formazione, ad accostarsi a due pensatori, Agostino e Bonaventura, che avevano posto il tempo al centro della loro riflessione. Il padre africano collocò l’amore di Dio all’origine della storia e la sua grazia, annunciata da Gesù, come dono concesso alla debolezza dell’uomo. L’antico magisterparigino, una volta divenuto ministro generale dei francescani, insieme alla svolta epocale portata dal poverello di Assisi evidenziò la continuità nella rivelazione di Dio che, culminata in Gesù Cristo, resta viva e operante nel tempo nonostante la debolezza e la corruzione delle istituzioni. Di esse, però, nonostante le illusioni millenariste di Gioacchino da Fiore e dei suoi emuli in ogni epoca, non si può interamente fare a meno. Il regno di Dio annunciato da Gesù è certamente vicino per la presenza della grazia e dei sacramenti ma, ancora una volta, non è nelle possibilità dell’uomo di realizzarlo o anche solo di affrettarne la venuta.
Sostenuto dal pensiero dei due dottori della Chiesa, ma anche di due teologi contemporanei come Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar, al Vaticano II Ratzinger fu un avversario convinto della visione naturalistica della Scolastica che ancora dominava nelle congregazioni e nelle università pontificie romane. Qualche anno dopo, tuttavia, con uguale fermezza prese le distanze da Rahner, Kung, i teologi della liberazione e altri che, a suo avviso, insistendo eccessivamente sulla novità, correvano il rischio di rompere il filo della tradizione. Per Ratzinger questa è come un corso ininterrotto che, andando a ritroso, conduce fino alle origini apostoliche e a Gesù stesso.
A Monaco il cardinale conobbe la Integrierte Gemeinde, un piccolo movimento di cristiani, dall’orrore nazista indotti a ripensare all’eterno Israele e al debito di gratitudine dei cristiani verso il popolo della promessa. Da questo stimolo egli ha elaborato il pensiero delle molte religioni e dell’unica alleanza stipulata da Dio con l’umanità attraverso i figli di Abramo. In questa ottica ha preso forma il suo pensiero della rivelazione avviata nell’alleanza al Sinai e portata a pienezza da Gesù con la nuova legge proclamata sul monte delle beatitudini.
Da prefetto dell’antico Sant’Uffizio, Ratzinger cercò di assecondare l’opera di Giovanni Paolo II, ponendo finalmente termine alle conseguenze nefaste del nazismo e della guerra e richiamando l’Europa non solo alle sue origini cristiane ma anche all’amore, alla bellezza capace di plasmare e dare forme di accoglienza a paesi e città, ad ambienti e paesaggi. 
Da Papa, Benedetto, come già aveva fatto a Monaco, ritenne che il suo compito non consistesse tanto nel riformare antiche istituzioni, ma, guardando più lontano, invitò la Chiesa alla fede e alla metanoia, il cambiamento del cuore richiesto dagli scandali sessuali ed economici.
A tutti gli uomini ricordo che il dubbio non appartiene solamente ai credenti, debitori di spiegare le ragioni della loro fede, ma anche a chi guarda il creato con occhio di simpatia, a chi governa il mondo con responsabilità. L’approdo di Platone nel mondo dello spirito resta una seria possibilità per l’uomo che si interroga con coscienza e lealtà, con la ragione che lo distingue tra le creature. La sua eredità sta nella strenua difesa della verità, bene prezioso per l’intera umanità, nell’enciclica sull’amore, che riguarda tutti gli uomini alla ricerca di un senso, di una possibile coabitazione nella fratellanza. 
Un lascito di grande peso del suo pontificato è anche la rinuncia al ministero petrino. Dopo aver richiamato, insieme con il venerato predecessore, l’Europa alle sue origini e alla sua centralità, ha dato avvio all’apertura della Chiesa verso nuove frontiere della geografia e dello spirito, l’ha finalmente introdotta in quel terzo millennio di cui tanto parlava Giovanni Paolo II.
Non ho scritto questo volume per dare un contributo alla causa di beatificazione di Joseph Ratzinger. Sono invece convinto che la Chiesa farebbe bene a rinunciare alla canonizzazione dei Papi perché, come affermava il padre von Balthasar, questa prassi la espone al rischio di canonizzare se stessa e la sua storia. La vita dei pontefici si svolge comunque sopra il moggio, alla vista degli uomini di tutto il mondo. Il giudizio sul loro operato conviene lasciarlo alla libera ricerca degli studiosi. Anche questo potrebbe essere un segno dell’apertura che tanto sta a cuore al suo successore. 
Ho voluto, invece, raccontare di un uomo onesto, innamorato della Baviera e dei libri, che a malincuore lasciò la cattedra del professore per quella del vescovo. In quello stesso atteggiamento si avviò verso Roma provando la gioia contenuta del seminatore che getta la parola nella speranza che molti la raccolgano. L’accettazione dell’elezione a successore di Giovanni Paolo II fu ancora una volta un atto di obbedienza verso la decisione dei confratelli nell’episcopato. In un famoso saggio egli aveva parlato della struttura martirologica del primato petrino. Nel linguaggio un po’ contorto dei teologi voleva dire che fare il Papa richiede la pazienza e la resistenza alla sofferenza di un martire. Non immaginava di doverlo sperimentare di persona. 
Anche sul trono di Pietro, tuttavia, dimostrò di essere un uomo e un cristiano convinto e coerente. Il deficit nel governo, che gli veniva rimproverato, era accompagnato da un invito alla riforma e alla sequela di Cristo che meritavano un’accoglienza più convinta. La fermezza con la quale affrontò scandali sui quali troppo a lungo si era taciuto non trovo il sostegno di quanti troppo facilmente ne prendevano le distanze. In campo politico, infine, il programma di un nuovo umanesimo per il terzo millennio venne accolto quanto meno con scetticismo da quell’Europa cui pure andavano le preoccupazioni e l’affetto del Papa tedesco.
Un giudizio sul papato di Ratzinger non può prescindere dal gesto delle sue dimissioni, lungamente meditate e annunciate subito dopo l’inizio dell’anno della fede. Non si trattò di un moto di ribellione né di un passo indolore, bensì di un gesto profetico, compiuto alla presenza di Dio e con il suo sostegno. Solo così si può spiegare la pacificazione successiva, la serenità di chi sa di aver compiuto una scelta sofferta ma giusta. Ancora più significativo il comportamento di Ratzinger da Papa emerito. L’obbedienza e la vicinanza a Papa Francesco, soprattutto nei momenti più delicati, tolgono terreno ai cultori del sospetto e trasmettono l’immagine di un uomo che, essendo stato a lungo al comando, non aveva dimenticato la virtù dell’obbedienza. 
Negli ultimi anni Papa Benedetto si è avvicinato a san Benedetto, il padre dell’umanesimo monastico capace di tenere unite la preghiera contemplativa e l’operosità silenziosa e armonica. Nella sua opera Il cristianesimo e le religioni del mondo ricordava la morte di san Benedetto, secondo san Gregorio avvenuta su un luogo elevato. Poi commentava: «Egli può vedere meglio, perché scorge il tutto dall’alto, e sa trovare questa postazione perché e divenuto interiormente grande. E allora la luce di Dio può toccarlo, egli la può riconoscere e in virtù di essa acquisire uno sguardo d’insieme».
Anche il monastero Mater Ecclesiae, dove Papa Benedetto trascorre l’ultimo tratto della sua vita, si trova in alto. Qui, come sant’Agostino, il compagno di viaggio di una vita, ha trovato la pace in Dio, di qui egli resta in comunione con il suo successore e l’intera Chiesa. Anche all’umanità egli guarda con occhi più sereni, con l’amore di Gesu, il buon samaritano che guarisce ogni sorta di ferite, con la misericordia di cui parla il suo successore. A tutti egli lascia il seme con tanta pazienza seminato: alla Chiesa l’invito a una nuova e piu convinta sequela di Gesù, alle religioni e agli Stati l’esortazione a una reciproca collaborazione sulla base di una sana laicità.
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Il libro
Esce il 30 agosto nelle librerie italiane Servitore di Dio e dell’umanità. La biografia di Benedetto XVI (Milano, Mondadori, 2016, pagine 542, euro 24). Il libro è opera di Elio Guerriero, a lungo responsabile editoriale presso la Jaca Book e le Edizioni San Paolo, per oltre un ventennio direttore dell’edizione italiana della rivista «Communio». Negli anni Ottanta, ha conosciuto il cardinale Ratzinger e ha curato la traduzione di molte sue opere e alcune antologie. Collaboratore dell’edizione in italiano dell’opera omnia (Libreria editrice vaticana), in questo libro delinea un ritratto del teologo e del Pontefice articolato in diciannove capitoli. «Già negli anni giovanili, e successivamente negli anni di episcopato a Monaco, Benedetto XVI si rese conto che la comunità dei credenti era destinata a diventare minoranza in Europa» scrive in conclusione l’autore. E continua: «Insomma, meglio una comunità numericamente ridotta ma partecipe della vita liturgica e sacramentale e pronta a dare testimonianza della propria fede. Solo una comunità del genere, che sente la comprensione dei pastori, ha un futuro davanti a sé, si stringe a Cristo, il Figlio di Dio, il buon Samaritano che cura le ferite di tutti gli uomini. Per costoro, il Papa ha scritto questo ultimo libro, che non è un’opera di erudizione. Nasce, invece, dal desiderio di generare un amore appassionato per Gesù di Nazaret. Anche questa è una grazia del pontificato di Benedetto, tenacemente perseguita e portata a termine con la cura amorevole del pastore e la sapienza matura del teologo». 
Del libro anticipiamo la prefazione di Papa Francesco, un’intervista con Benedetto XVI, pubblicata in appendice e quasi per intero l’introduzione.
L'Osservatore Romano