lunedì 5 dicembre 2016

Do It Yourself!




di Costanza Signorelli
Se il femminismo spinto della prima ora, al grido “l’utero è mio e me lo gestisco io”, rivendicava l’aborto come conquista, oggi - che la cosiddetta “interruzione di gravidanza” è ormai ultradigerita - la musica è cambiata e suona così: “Il figlio è mio e me lo faccio da sola”. A raccontare la nuova e dilagante moda della maternità fai-da-te, ci pensa il settimanale “D” di Repubblica, che all’argomento sta dedicando un ampio dossier dal titolo Mammesingle.
La nuova frontiera, dunque, è la maternità senza padre, né compagno, laddove l’esser single rappresenta, ovviamente, una libera scelta di vita. Un bel cambiamento, se si considera che il figlio - agli arbori della rivoluzione sessuale - costituiva una sorta d’impiccio alla realizzazione femminile, mentre oggi è diventato un “diritto” da pretendere ad ogni i costo, letteralmente parlando. Peccato, però, che il figlio non sia un diritto, né tanto meno un capriccio, bensì un dono e che la maternità non sia l’esercizio di un potere individuale, ma il frutto sacro dell’amore tra una donna e un uomo. Appunto. E l’uomo? Colui che un tempo era il nemico da combattere per ottenere la famosa, quanto fumosa “parità”, è diventato oggi - per la nuova donna moderna – una sorta di optional, un accessorio. Peraltro, molto meno utile di una lussuosa borsetta di Hermès.  Ci sarebbe da ridere, se non fosse che a piangere amaro saranno le future generazioni. Ma andiamo con ordine.
Chi sono queste donne, queste nuove mamme single? Il settimanale di Repubblica racconta 11 storie, ma giura che in realtà sono tantissime. In effetti, su questo, bisogna dargli credito: facendo un giro in rete non si faticano a trovare siti, associazioni e network che aggregano donne che hanno scelto di diventare mamme da sole. Negli Stati Uniti, per esempio, le chiamano DIY, ovvero “Do It Yourself” (fallo da sola, ndr); lì, le statistiche dicono che - tra il 2007 e il 2012 - le DIY sono aumentate del 29% e presto saranno la normalità. Anche nel Regno Unito le cosiddette “Solo Mums”, sono in crescita e possono godere di una organizzatissima rete, il Donor Conception Network, che aggrega le “famiglie” con figli concepiti da donazione di sperma, ovuli e embrioni, offrendo il supporto di medici, psicologi ed esperti.
Ma gli esempi si moltiplicano di Paese in Paese. A tutto questo, si deve poi aggiungere la moltitudine di cliniche per la fecondazione assistita, che pubblicizzano in rete il business della maternità-single attraverso l’acquisto di sperma da donatore. Stante che ogni storia è drammaticamente unica, dalle testimonianze e dai dati emersi, si può delineare un profilo tipo di questa mamma-single. Si tratta di una donna sulla quarantina, soddisfatta e affermata nel lavoro, economicamente stabile e indipendente. Una donna di successo, apparentemente, forte e appagata, che possiede tutto tranne una cosa: un figlio. Un figlio che, più avanzano gli anni e la clessidra del tempo si consuma, più viene desiderato con determinazione, come se questa donna lo portasse scritto nelle sue viscere. Un desiderio che diventa un aut aut: ora o mai più.
E’ a questo punto, che questa donna decide di ricorrere alla fecondazione in vitro con sperma di donatore. Del resto - si legge come giudizio nelle svariate testimonianze - che colpa ne ha la donna se non ha trovato “l’uomo giusto”? E poi, che male c’è a desiderare un figlio da amare? Perché privare la donna di questo profondo e viscerale desiderio? Perché impedirle di realizzarlo? Non può forse una donna, amare una nuova vita anche se concepita in modo “non convenzionale”? 
E, però, il settimanale femminile, che tanto s’impegna a portare avanti questa nuova battaglia anche in Italia - dove la legge ancora non lo consente – e che vuole spiegarci quanto sia giusto e moderno garantire il “diritto” di avere un figlio da single, tradisce, suo malgrado, una grande verità. Non si accorge che tra le pieghe dei racconti di queste donne, si annida il vero elemento che tutte le accomuna, la vera chiave di lettura di queste vite, dunque di queste scelte.  Il dolore. Il dolore per la mancanza di un compagno con cui condividere la vita, il dolore per non essere state capaci di amare sino in fondo l’uomo che si era scelto (come se poi, fosse un problema di capacità), il dolore per un susseguirsi di relazioni fallite, il dolore per una famiglia tanto desiderata, che pur non prende forma. Un dolore che spesso diviene rancore e poi si trasforma in possesso. Di un figlio, appunto.
Come racconta Anna da Londra, 45 anni, mamma-single di una bimba di un anno: “Fin da quando ricordo, ho sempre voluto essere madre. Ci ho provato nel modo convenzionale per sei anni, ma il mio matrimonio è naufragato poco prima che tentassimo la prima fertilizzazione in vitro. Dopo il divorzio, ci sono voluti anni per rimettermi a posto psicologicamente ed emozionalmente. A quel punto, avevo 42 anni, poco tempo davanti a me e desideravo disperatamente un figlio. Farlo da sola era la mia unica possibilità”.  Replica Rose, che al veder fallire la sua storia col compagno di sempre, prende la scelta di diventare una mamma single: “Ci sono voluti diversi anni e molta introspezione perché mi abituassi all’idea. Poi, ho capito che non avevo più tempo sufficiente per iniziare una relazione, prima di cercare di fare un bambino”. Oggi è mamma da sola di un piccolo di quasi un anno.
Un dolore che, quasi sempre, ha origini molto lontane:  famiglie d’origine distrutte, mancanza del padre o della madre, divorzi dei genitori subiti nell’infanzia che hanno lasciato ferite profonde e mai rimarginate. Lo spiega bene Kate, donna americana di 41 anni, oggi in attesa di un figlio : “Ai miei occhi, il comportamento di mio padre non ha messo l’altro sesso in una buona luce. Infatti, ha divorziato da mia mamma quando avevo sette anni e, prima di contrarre un secondo matrimonio quindici anni più tardi, ha intrattenuto numerose relazioni contemporanee. La psicanalisi mi ha aiutata, ma non ho mai trovato qualcuno con cui volessi fondere la mia vita”. Le fa eco Holly, 41 anni, mamma-single di una bimba di un anno e mezzo : “L’armonia fra i miei genitori era uno dei capisaldi dell’esistenza. Poi un giorno, inaspettatamente, mio padre chiede il divorzio. Credo che sia stato quello il momento in cui, dovendo rimettere in discussione la percezione del mio passato, ho cominciato a pensare seriamente al mio futuro.
Quando anche l’ultima relazione è finita, ho chiamato mia cognata, in lacrime: ero frustrata e triste per la separazione, ma soprattutto per il fatto che, più inseguivo la possibilità di diventare madre, più questa si allontanava da me. Lei mi ha chiesto perché non pensavo invece di fare un figlio da sola. Già, mi dissi, perché no?” . E ancora, “La nostra non è quasi mai una scelta deliberata, sono piuttosto le circostanze che ci portano lì”, racconta Debra, 44 anni, mamma single di due gemelli. “La mia infanzia non è stata fra le più felici. I miei genitori hanno divorziato quando avevo due anni (…). I miei hanno continuato a biasimarsi anche dopo la separazione e, quando avevo diciotto anni, mia mamma con cui vivevo si è trasferita in un’altra parte del paese e mi ha lasciata a cavarmela da sola. (…) E’ stato lì che ho deciso che avrei fatto il possibile per avere successo e non dipendere da nessuno”. E, infine, un dolore che inevitabilmente va a trasferirsi sulla nuova creatura, moltiplicato a dismisura.
Alla domanda circa le paure sul futuro, tutte le mamme-single rispondono di temere lo stigma di una società retrograda che si potrà riversare sui loro figli perché nati e cresciuti in famiglie “non tradizionali”, la paura che vengano emarginati o bullizzati per questo.  Una paura che, in fondo, non è che il riflesso della terribile consapevolezza che i propri figli non avranno mai l’amore di un padre. Donne siamo sicure di volere tutto questo? Rose, in fondo, non la pensa così: “C’era della tristezza in me, perché mio figlio sarebbe nato senza un padre. Ancora adesso, infatti, non ho perso le speranze di incontrare una persona con cui avere una famiglia nel senso tradizionale del termine”. E’ la stessa speranza che, detta o non detta, alberga nel cuore di ogni madre che mette al mondo un figlio. Di ogni donna.

Che idea mi faccio di Dio?

Michelangelo, creazione di Adamo

di Piero Gheddo

La domanda del titolo è fondamentale nella nostra vita cristiana, se vogliamo viverla secondo il Vangelo. Sono stato allevato dalla mamma di mio padre Anna e dalla sorella maggiore Adelaide, maestra elementare, tutte e due molto religiose. Quand’ero un bambino, la nonna diceva spesso: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. Ero curioso, mi mettevo davanti al piccolo alberello che avevamo in cortile e pensavo: ”Ma Dio come fa ad essere in tutte queste foglie?”. Pochi anni dopo, quando studiavo teologia, ho scoperto che Gesù ha detto: “Non abbiate paura, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli” (Mat. 19, 30). E poi ancora: “Voi sarete odiati da tutti per causa mia, ma neppure un capello cadrà dal vostro capo” (Luc, 21, 18). Dio è sempre infinitamente più grande di quanto noi possiamo comprendere o immaginare. Noi sappiamo solo che “Dio è Amore” (1 Giov, 4, 16). Possiamo entrare nel fantastico, affascinante e gioioso mistero di Dio, solo amandolo e amando il nostro prossimo come noi stessi, così come il Signore Gesù ha amato noi. 
Nel Catechismo di San Pio X (1905), fatto a domanda e risposta, si leggono queste affermazioni che inquadrano bene la nostra fede:
“Dio é l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
“Dio é potenza, sapienza e bontà infinita. 
“Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo:  
“Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri.   
“Dio è in ogni luogo… Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri”.
Noi viviamo immersi in Dio. Qualsiasi cosa noi facciamo o pensiamo, Dio ci vede e penetra anche nelle intenzioni più profonde del nostro cuore. Egli è “bontà infinita” e, come ci ha insegnato Gesù, è “il Padre nostro che sta nei cieli”. Noi siamo sempre nelle braccia di Dio, come un bambino vive nelle braccia di sua madre. E Dio ci ama molto più di nostra madre, perché è “sapienza e bontà infinita”. Ecco il volto di Dio che Gesù ci ha presentato con la sua stessa vita. Racconto un’altra parabola, capitata a me, che ricorda il volto di Dio.                
Nel 1973 ero nel Vietnam del sud durante la guerra. Scendevo dai monti verso la pianura, da Pleiku a Qui Nhon, su un camion militare, assieme a numerosi vietnamiti. Una giornata intera di viaggio, su strade dissestate,  in un paese in guerra: abbiamo attraversato zone dove si combatteva, villaggi bruciati e bombardati, mitragliamenti, profughi che scappavano a piedi e con ogni mezzo. Tutto questo è un’immagine del mondo in cui viviamo anche oggi!
Io e gli altri profughi eravamo seduti su delle panche nel cassone scoperto del camion. Di fronte a me una giovane mamma vietnamita teneva in braccio il suo bambino che aveva pochi mesi. Lo cullava, lo allattava, lo coccolava. Ad un certo punto, passando vicino ad un villaggio in fiamme dove molti gridavano, il bambino, sentendo quel trambusto, si è messo a piangere, avvertiva anche lui il pericolo. La mamma ha steso su di lui un asciugamano ed ha continuato a cullarlo. Dopo un po’ il bambino dormiva placidamente. Attorno a noi crollava il mondo e lui dormiva: non sentiva niente, non sapeva nulla, era l’unico che non aveva paura. Si fidava dell’amore e delle braccia di sua madre.
Ecco, quando penso a Dio mi vengono in mente quella dolce mammina vietnamita e il suo bambino. Se noi viviamo questa materna e paterna immagine di Dio, non possiamo più essere pessimisti, scontenti, scoraggiati, timorosi di chissà cosa. Qualunque cosa mi capiti, io sono sempre nelle braccia del Padre! I miei genitori, che sono servi di Dio, avviati alla beatificazione, ripetevano spesso: mamma Rosetta diceva: “Dobbiamo sempre fare la volontà di Dio”; e papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.
I popoli non cristiani, che non conoscono la Rivelazione di Cristo, immaginano Dio come un personaggio misterioso, inconoscibile, lontanissimo dalla nostra piccola Terra, che è dominata da spiriti buoni e cattivi. Questi vanno propiziati con offerte, sacrifici di animali, secondo i responsi di indovini, stregoni, interrogando i morti e gli oroscopi, ecc. Papa Francesco ha detto: “Chi consulta gli oroscopi non è più cristiano, non crede nella Divina Provvidenza”. In Italia, al mattino tutte le televisioni trasmettono e commentano non il Vangelo, ma gli oroscopi per una decina di minuti. Ma il popolo italiano, battezzato nella Chiesa cattolica per circa il 90%, sta ridiventando pagano? Che idea mi faccio di Dio?

LA VITTORIA DEL NO E LA PIAZZA DEL FAMILY DAY



LA VITTORIA DEL NO PROFEZIA DELLA MISSIONE DEL SALE, DELLA LUCE E DEL LIEVITO CHE SALVANO LA MASSA ACCECATA DALL'IDEOLOGIA E DALLA MENZOGNA
La piazza del Family Day costituì un fatto politico, e oggi ne vediamo gli effetti. Ma quella Piazza è stata molto di più, un evento profetico, capace cioè di leggere la realtà presente, interpretarla, e offrire un discernimento sicuro per camminare nel futuro, perché solo chi ha un passato certo come una Roccia e luminoso come il perdono può inoltrarsi senza paura nella storia. Quella Piazza fu un fatto politico perché ancorato nella fede che sorge nella Chiesa ed è fondata sulla Roccia che è Cristo, la fede verso e nella quale cammina la stragrande maggioranza di quanti vi hanno partecipato. Per questo in quella piazza non c'erano solo slogan e voti, ma volti e storie che il "potere" non ha mai compreso e accolto, perché il potere è in mano al principe di questo mondo e odia quei volti e quelle storie. Il potere arrogante di "chi governa le Nazioni" non serve ma si serve delle persone. Per questo possiamo brindare al risultato di questo referendum solo con la "serena" consapevolezza che la Storia la guida Colui che dall'alto se ne ride dei progetti dei popoli (Sal 2) invitando i governanti alla saggezza. Possiamo rallegrarci oggi solo a patto che sappiamo riconoscere in questo evento un nuovo "kairos", un tempo favorevole di conversione per tutti noi. I cristiani sono persuasi che nessun referendum offrirà mai a un uomo la capacità di amare sino alla fine sua moglie, così come nessun voto saprà dare a una donna la forza di donarsi senza riserve accogliendo suo marito esattamente come egli è. La Costituzione è un pezzo di carta molto importante ma non è Parola di Dio, si può cambiare e adeguare, così come una Legge di bilancio o sul codice della strada. Quello che, come ci hanno insegnato il Signore e il suo Apostolo Paolo, nessuna Legge può dare è la certezza del suo compimento. Può solo arginare (pochissimo) il male e impedire che la deriva morale si trasformi rapidamente in uno tsunami devastante. Ecco, oggi l'argine ha tenuto, e nonostante alcune leggi sconsiderate e sataniche siano state approvate, quel Popolo che si nutre di fede ha mostrato che quella fede ha la capacità di farsi carne e pure voto se necessario. "Per amore dei suoi figli" e di quelli di ogni italiano.... Per dare anche a un voto popolare un pochino di sapore celeste, una luce profetica sulla storia contemporanea dell'Italia offerta a chi ha o sta per prendere il potere. Arriveranno altre tempeste, ben più terribili, sono tutte profetizzate è inutile illudersi, ma se quel Popolo che scese in Piazza saprà perseverare nella Chiesa (nonostante alcune miopie) e restare saldo nella fede ancorando la casa sulla Roccia, non ci sarà da temere. La vita divina e il martirio quotidiano, fino al sangue chissà, saranno il NO a satana e alle sue menzogne che salverà il mondo, esattamente come quel giorno a Piazza San Giovanni prima e al Circo Massimo poi quel Popolo offeso e non considerato gettò le premesse del risultato di oggi. Nessuno o quasi lo riconoscerà, come nessuno sa e può riconoscere il ruolo decisivo della Chiesa nella storia. Non potrebbe essere diversamente, ma non ci preoccupa, anzi. Questo referendum rivela una volta di più il ruolo decisivo dei cristiani, anche nella società. Il ruolo cioè della luce, del sale e del lievito, che offrono se stessi per salvare una massa inconsapevolmente votata al suicidio per aver creduto supinamente alle menzogne del seduttore di tutta la terra. Ecco, dietro la vittoria del No vi sono i piccoli, le famiglie derise e dimenticate, ma senza le quali oggi l'Italia sarebbe stata un pochino peggio. E non è poco.... Coraggio allora, perché in ogni evento Dio continua a parlarci e a chiamarci a conversione, ciascuno nella sua chiamata e vocazione, chiedendo senza posa la comunione, vitale anche per chi si affaccia alla res-publica.
Antonello Iapicca Pbro

L’intuito di Maddalena



Con il suo intuito Maddalena ha capito che Gesù voleva “ri-crearla”, non coprire semplicemente i suoi peccati con un’operazione di maquillage: e proprio lei, che ha avuto il coraggio di dare «nome e cognome» ai propri peccati, è stata indicata da Papa Francesco — nell’omelia della messa celebrata lunedì 5 dicembre nella cappella della Casa Santa Marta — come esempio per lasciarsi davvero rinnovare dal Signore nel profondo.

La prima lettura, tratta dal libro di Isaia (35, 1-10), «ci parla di rinnovamento: la steppa gioisca e fiorisca perché le sarà data la gloria», ha fatto subito notare Francesco. Dunque «la steppa fiorirà e quello che era deserto, quello che era brutto, quello che era scartato sarà pieno di fiori, nuovo: si rinnoverà». Così «la profezia di Isaia preannuncia la venuta del Salvatore: è il cambio dal brutto al bello, dal cattivo al buono». E «questo ci darà gioia, ci aiuterà giacché preannuncia le guarigioni: “Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà» e anche nel deserto «ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa»: sarà «una via che il suo popolo potrà percorrere». Sono parole, ha spiegato il Pontefice, che raccontano «un cambiamento in meglio; e così il popolo aspettava il Messia, aspettava questo che il profeta Isaia aveva annunciato».
E infatti «Gesù è venuto — ha affermato il Papa — e Gesù guariva e Gesù insegnava e Gesù faceva vedere una strada di cambiamento alla gente e per questo la gente lo seguiva». Ma «non lo seguiva perché era di attualità: lo seguiva perché il messaggio di Gesù arrivava al cuore». La Bibbia dice «che lui parlava con autorità, non come parlavano i dottori della legge, e il popolo capiva». Inoltre «il popolo vedeva che Gesù guariva e lo seguiva anche per questo: tanti malati li portavano lì perché lui desse loro la salute». Tutto questo è raccontato nel passo evangelico di Luca (5, 17-26) proposto dalla liturgia.
Tuttavia, ha messo in evidenza il Papa, «quello che faceva Gesù non era soltanto un cambiamento dal brutto al bello, dal cattivo al buono: Gesù ha fatto una trasformazione». Infatti «non è un problema di far bello, non è un problema di maquillage, di trucco». In realtà, il Signore «ha cambiato tutto da dentro, ha cambiato con una ri-creazione: Dio aveva creato il mondo; l’uomo è caduto in peccato; viene Gesù a ri-creare il mondo».
Ecco «il messaggio del Vangelo che si vede chiaro: prima di guarire quell’uomo, Gesù perdona i suoi peccati» ha affermato Francesco. Così il Signore «va lì, alla ri-creazione, ri-crea quell’uomo da peccatore in giusto: lo ri-crea come giusto». In sostanza «lo fa nuovo, lo rinnova e questo scandalizza». Perciò «i dottori della legge incominciarono a discutere, a mormorare: “Ma chi è questo che fa queste cose? Con quale autorità fa questo?”».
Gesù «scandalizzava» perché «è capace di farci — noi peccatori — persone nuove», ha insistito il Pontefice. Proprio «questo intuì la Maddalena quando andò da lui, pianse e lavò i piedi con le sue lacrime, li asciugò con i suoi capelli». Lei «intuì lì il guaritore della sua piaga: era una donna sana, aveva salute, ma aveva una piaga dentro, era una peccatrice». Così «intuì che quell’uomo poteva guarire non solo il corpo, ma la piaga dell’anima: poteva ri-creala». Ma «per questo ci vuole tanta fede». Tanto che per capirlo, ha spiegato Francesco, «abbiamo pregato oggi il Signore, nell’orazione colletta, affinché ci aiuti a prepararci al Natale con grande fede».
«Per la guarigione dell’anima , per la guarigione esistenziale, la ri-creazione che porta Gesù, ci vuole grande fede, non è facile» ha affermato il Papa. E a questo proposito ha fatto riferimento a un dialogo evangelico: «“Tutto è possibile a coloro che credono” aveva detto Gesù al papà di quel bambino dopo la trasfigurazione; “Credo, Signore, ma aiutami ad avere più fede” ha detto quel povero uomo». Perché anche lui aveva capito «che c’era qualcosa di più».
«Essere trasformati: questa è la grazia della salute che porta Gesù» ha proseguito il Pontefice, aggiungendo: «Tante volte, quando pensiamo a questo, diciamo: “ma, io non ce la faccio!”», perché «incominciare una vita nuova, lasciarmi trasformare, lasciarmi ri-creare da Gesù è molto difficile». Lo stesso «Isaia profetizza: “Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio”».
Ecco perché, ha aggiunto il Papa, «“coraggio” è la parola di Dio: “Coraggio, lasciatevi ri-creare”». Dunque «non guarire soltanto, ma ri-creare: ri-creare il cuore: tutti siamo peccatori, ma guarda la radice del tuo peccato e che il Signore vada laggiù e la ri-crei; e quella radice amara fiorirà, fiorirà con le opere di giustizia; e tu sarai un uomo nuovo, una donna nuova».
Francesco ha quindi messo in guardia dalla tentazione di non lasciarsi ri-creare dal Signore, limitandoci a riconoscere che «sì, sì, io ho dei peccati», però «vado, mi confesso, due paroline e poi continuo così». Insomma «soltanto due pennellate di vernice e crediamo che con questo sia finita la storia». Invece no, si tratta di riconoscere «i miei peccati, con nome e cognome: io ho fatto questo, questo, questo, e mi vergogno dentro il cuore». Così «apro il cuore: “Signore, l’unico che ho, ri-creami, ri-creami!”». Solo in questo modo «avremo il coraggio di andare con vera fede — come abbiamo chiesto — verso il Natale». Senza mai cercare «di nascondere la gravità dei nostri peccati».
Il Papa ha anche voluto fare un esempio concreto a proposito del peccato di invidia, suggerendo a chi ammette di averne avuta solo «un po’» di pensare invece che è «una cosa bruttissima, come il veleno del serpente», perché si cerca «di distruggere l’altro». Per questa ragione, ha aggiunto, è opportuno «andare al fondo dei nostri peccati e poi darli al Signore, perché lui li cancelli e ci aiuti ad andare avanti con fede».
Prima di riprendere la celebrazione, il Papa ha voluto raccontare «una storia: un grande santo, studioso della Bibbia, aveva un carattere troppo forte con tanti moti di ira». Ma «lui chiedeva perdono al Signore, sempre, facendo tanta penitenza e offriva al Signore tante rinunce e fioretti». Quel «santo, parlando col Signore diceva: “Sei contento, Signore?” — “No!” — “Ma ti ho dato tutto!” — “No, manca qualcosa”. Allora il povero uomo faceva un’altra penitenza, un’altra preghiera, un’altra veglia: “Ti ho dato questo, Signore, va bene?” — “No, manca qualcosa” — “Ma cosa manca, Signore?” — “Mancano i tuoi peccati, dammi i tuoi peccati!”».
Proprio questo, ha concluso il Pontefice, «è quello che, oggi, il Signore ci chiede: “Coraggio, dammi i tuoi peccati e io ti farò un uomo nuovo e una donna nuova”». Che «il Signore — ha auspicato — ci dia fede per credere a tutto ciò».

L'Osservatore Romano

Lunedì della II settimana del Tempo di Avvento. Commento audio.

domenica 4 dicembre 2016

Una realizzazione perfetta




(g.m.v.) È forse la prima volta che per fare un film uno degli attori protagonisti, privo di qualsiasi formazione cristiana, ha fatto gli esercizi spirituali secondo il classico metodo ignaziano mentre un altro, anch’egli lontano dalla religione, ha voluto partecipare a un ritiro. L’opera è Silence di Martin Scorsese, una realizzazione perfetta tratta dal romanzo di Shūsaku Endō che uscirà il 23 dicembre negli Stati Uniti, e a raccontare questa storia singolare all’Osservatore Romano è James Martin, direttore della rivista «America». Cinquantaseienne di Philadelphia, il gesuita è stato consulente del regista newyorkese ed è venuto con lui a Roma e in Vaticano per l’anteprima della pellicola.
Tutto è cominciato nel 2014, «quando Scorsese e suoi collaboratori Marianne Bower e Jay Cocks mi hanno cercato perché avevano bisogno di capire i gesuiti». La pellicola, asciutta e commovente, è centrata infatti sulla vicenda tragica dei missionari della Compagnia di Gesù arrivati in Giappone, i padres, e delle feroci implacabili persecuzioni che soprattutto nella prima metà del Seicento costrinsero all’abiura o sterminarono i nuovi fedeli — forse oltre trecentomila nell’arco di pochi decenni — originando il fenomeno eroico e singolare dei “cristiani nascosti” (kakure kirishitan), sopravvissuti nel silenzio, appunto, per oltre due secoli, fino all’apertura al mondo esterno del paese nella seconda metà dell’Ottocento.
A voler capire i gesuiti e la loro mentalità è stato soprattutto Andrew Garfield, che nella pellicola, girata in gran parte a Taiwan, è padre Rodrigues, discepolo insieme al confratello Garupe (Adam Driver) di padre Ferreira (Liam Neeson), costretto a rinnegare il cristianesimo — ma forse rimasto fedele nel silenzio del proprio cuore — di fronte alle atroci sofferenze inflitte ai cristiani giapponesi proprio per obbligarlo ad abiurare Cristo. «Per lungo tempo ci siamo scritti per email e abbiamo parlato via skype» ricorda padre Martin sorridendo, «e Andrew, che ha fatto gli esercizi più impegnativi secondo il metodo di sant’Ignazio, alla fine aveva una relazione personale con Gesù. Ne ho parlato con il mio direttore spirituale e mi ha detto: è stato un miracolo, certo non clamoroso ma reale, che questo sia accaduto a un agnostico».
Scorsese e Cocks sono poi stati «molto aperti ai miei suggerimenti» — sottolinea il gesuita — «tanto che quando leggevo nella sceneggiatura qualcosa che non andava, lo segnalavo e loro correggevano». In questo modo il film risulta storicamente molto attendibile. «Secondo me Garfield è gesuita nel cuore, come anche Neeson, mentre Driver addirittura ha fatto un ritiro a St Beuno’s, un centro di spiritualità ignaziana nel Galles» dice Martin.
Del resto c’è un precedente che risale esattamente a trent’anni fa,The Mission, il film di Roland Joffé sull’epopea tragica dellereducciones gesuitiche in Paraguay che appena uscito, nel 1986, vinse la palma d’oro a Cannes (con Neeson nella parte di un missionario della Compagnia di Gesù). Del film fu infatti consulente Daniel Berrigan, il gesuita scomparso novantacinquenne lo scorso aprile che «The New York Times» ha ricordato come «il prete che predicò il pacifismo» negli anni più crudi della guerra in Vietnam. Con una differenza — scherza padre Martin — perché «Berrigan comparve per un attimo nella pellicola e pronunciò persino una battuta».
Il gesuita statunitense, autore di libri fortunati e popolari comeMy Life with the Saints (2006) e The Jesuit Guide to (Almost) Everything (2010) spiega che ha vissuto questa consulenza al capolavoro di Scorsese «come una piccola parte del mio ministero per la Chiesa, in quanto gesuita, prete, giornalista e scrittore perché la stragrande maggioranza delle persone non leggono “America” ma vanno al cinema». Scorsese, «che è molto religioso, molto cattolico», e i suoi collaboratori hanno da parte loro voluto realizzare un’opera «corretta». E il risultato è straordinario, al punto che «quando l’ho visto la prima volta — ricorda il gesuita — ho pianto: è una grande storia, un grande film, la storia dei miei fratelli, la storia di quei martiri, ma anche dei miei amici e degli esercizi spirituali di Andrew».
La vicenda narrata dal regista americano è in definitiva una riflessione sulla difficoltà del discernimento e delle scelte che bisogna compiere nella propria vita, «anche quando non è così chiaro cosa fare» osserva Martin: «Per questo vedo nel film un messaggio per la Chiesa di oggi, con una spiritualità forte, che ispira la fede in Dio».

L'Osservatore Romano

L'Angelus di Papa Francesco: "Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi...



Nuovo tweet del Papa: "L’Avvento è il tempo per preparare i nostri cuori ad accogliere Cristo Salvatore, nostra speranza." (4 dicembre 2016)

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L'Angelus di Papa Francesco: "Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi per liberarci dall’egoismo, dal peccato e dalla corruzione"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel Vangelo di questa seconda domenica di Avvento risuona l’invito di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2). Con queste stesse parole Gesù darà inizio alla sua missione in Galilea (cfr Mt 4,17); e tale sarà anche l’annuncio che dovranno portare i discepoli nella loro prima esperienza missionaria (cfr Mt 10,7). L’evangelista Matteo vuole così presentare Giovanni come colui che prepara la strada al Cristo che viene, e i discepoli come i continuatori della predicazione di Gesù. Si tratta dello stesso gioioso annuncio: viene il regno di Dio, anzi, è vicino, è in mezzo a noi! Questa parola è molto importante: “Il regno di Dio è in mezzo a voi”, dice Gesù. E Giovanni annuncia quello che Gesù dopo dirà: “Il regno di Dio è venuto, è arrivato, è in mezzo a voi”. Questo è il messaggio centrale di ogni missione cristiana. Quando un missionario va, un cristiano va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”. E così il missionario prepara la strada a Gesù, che incontra il suo popolo.
Ma che cos’è questo regno di Dio, questo regno dei cieli? Sono sinonimi. Noi pensiamo subito a qualcosa che riguarda l’aldilà: la vita eterna. Certo, questo è vero, il regno di Dio si estenderà senza fine oltre la vita terrena, ma la bella notizia che Gesù ci porta – e che Giovanni anticipa – è che il regno di Dio non dobbiamo attenderlo nel futuro: si è avvicinato, in qualche modo è già presente e possiamo sperimentarne fin da ora la potenza spirituale. “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”, dirà Gesù. Dio viene a stabilire la sua signoria nella nostra storia, nell’oggi di ogni giorno, nella nostra vita; e là dove essa viene accolta con fede e umiltà germogliano l’amore, la gioia e la pace. 
La condizione per entrare a far parte di questo regno è compiere un cambiamento nella nostra vita, cioè convertirci, convertirci ogni giorno, un passo avanti ogni giorno… Si tratta di lasciare le strade, comode ma fuorvianti, degli idoli di questo mondo: il successo a tutti i costi, il potere a scapito dei più deboli, la sete di ricchezze, il piacere a qualsiasi prezzo. E di aprire invece la strada al Signore che viene: Egli non toglie la nostra libertà, ma ci dona la vera felicità. Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi per liberarci dall’egoismo, dal peccato e dalla corruzione, da questi atteggiamenti che sono del diavolo: cercare il successo a tutti i costi; cercare il potere a scapito dei più deboli; avere la sete di ricchezze e cercare il piacere a qualsiasi prezzo. 
Il Natale è un giorno di grande gioia anche esteriore, ma è soprattutto un avvenimento religioso per cui è necessaria una preparazione spirituale. In questo tempo di Avvento, lasciamoci guidare dall’esortazione del Battista: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!», ci dice (v. 3). Noi prepariamo la via del Signore e raddrizziamo i suoi sentieri, quando esaminiamo la nostra coscienza, quando scrutiamo i nostri atteggiamenti, per cacciare via questi atteggiamenti peccaminosi che ho menzionato, che non sono da Dio: il successo a tutti i costi; il potere a scapito dei più deboli; la sete di ricchezze; il piacere a qualsiasi prezzo. 
Ci aiuti la Vergine Maria a prepararci all’incontro con questo Amore-sempre-più-grande, che è quello che porta Gesù, e che nella notte di Natale si è fatto piccolo piccolo, come un seme caduto nella terra. E Gesù è questo seme: il seme del Regno di Dio.