mercoledì 23 maggio 2018

Remember You Are Loved: EPI 1/2/3

Kiko Arguello. Inno allo Spirito Santo

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Lo Spirito Santo è il giogo soave e leggero.

Spirito pieno di comprensione
e misericordia con le nostre mancanze,
di tenerezza e compassione,
di amore senza limiti.

Abitando nell'uomo
ci perdona sempre, spera sempre,
tutto comprende,
scusa tutto.

La sua bontà si spande
come un profumo che tutto inonda.

Fa sentire la sua presenza
e ci dà coraggio
mentre ci rende testimonianza
dell'amore totale di Dio per noi.

Conferma al nostro spirito
che il dono più grande
è l'unione con Dio
e che il vero male e la vera sofferenza
è il peccato.

Per questo è pieno di compassione per il peccatore:
non lo giudica, lo rialza e lo aiuta
a camminare di nuovo.

Ci mostra sempre il Cristo crocefisso
come Sacerdote eterno per tutti gli uomini.

È paziente, benigno,
è il sommo Bene,
è il dono di Dio,
è la garanzia della Vita Eterna.

Lui, il "Paraclito",
ci difende sempre
e ci insegna ad essere pazienti
con noi stessi e con i nostri peccati.

Ci dice chi siamo, dove andiamo,
qual è il cammino,
e perché soffriamo.

Ci mostra la Croce gloriosa di Cristo
e ci invita a salire su di essa
come il luogo del vero riposo.
Ci dice che tutto è santo,
che la nostra storia è santa,
e ci conduce soavemente
all'abbandono totale in Cristo crocefisso:

In Lui, nulla si pretende,
nulla si esige,
si accetta tutto,
si sopporta tutto,
perché assomigliare al Signore sulla croce,
è il nostro vanto
la nostra gloria
la verità,
la salvezza,
la santità,
è ciò che è nostro,
essere cristiano.

Come non evangelizzare,
perché gli uomini trovino l'unico Dio
vero,
il suo Figlio amato,
e ricevano lo Spirito Santo?

Spirito divino, perla preziosa, in Lui amiamo il Padre
come Lui ama io suo Figlio
e amiamo il suo Figlio
come lo ama il Padre.

Spirito Santo, che ci fa persona,
è più me che me stesso,
è più noi che noi stessi,
è tutto in tutti,
è nella Chiesa la Santa Koinonia,
é l'amore perfetto,
è Dio.

Padre carissimo,
come non benedirti,
esaltarti, lodarti, cantarti,
tu che ci hai chiamato al ministero sacerdotale,
che ci hai riempito del dono dei doni,
che ci hai dato te stesso,
che ci hai rivelato il mistero dell'universo:
il tuo totale amore per noi
fino a morire:
Croce gloriosa,
vittoria sulla morte,
umiltà perfetta,
santa Comunione
Chiesa di Dio.

lunedì 21 maggio 2018

La Chiesa è donna e madre




A Santa Marta, il 21 maggio, Papa Francesco ha celebrato per la prima volta la messa nella memoria della beata Vergine Maria madre della Chiesa: da quest’anno infatti la ricorrenza nel calendario romano generale si celebra il lunedì dopo Pentecoste, come disposto dal Pontefice con il decreto Ecclesia mater della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (11 febbraio 2018), proprio per «favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana».«Nel Vangeli ogni volta che si parla di Maria si parla della “madre di Gesù”» ha fatto subito notare Francesco nell’omelia, riferendosi al passo evangelico di Giovanni (19,25-34). E se «anche nell’Annunciazione non si dice la parola “madre”, il contesto è di maternità: la madre di Gesù» ha affermato il Papa, sottolineando che «questo atteggiamento di madre accompagna il suo operato durante tutta la vita di Gesù: è madre». Tanto che, ha proseguito, «alla fine Gesù la dà come madre ai suoi, nella persona di Giovanni: “Io me ne vado, ma questa è vostra madre”». Ecco, dunque, «la maternalità di Maria». «Le parole della Madonna sono parole di madre» ha spiegato il Papa. E lo sono «tutte: dopo quelle, all’inizio, di disponibilità alla volontà di Dio e di lode a Dio nel Magnificat, tutte le parole della Madonna sono parole di madre». Lei è sempre «con il Figlio, anche negli atteggiamenti: accompagna il Figlio, segue il Figlio». E ancora «prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì”». Maria «è madre dall’inizio, dal momento in cui appare nei Vangeli, da quel momento dell’Annunciazione fino alla fine, lei è madre». Di lei «non si dice “la signora” o “la vedova di Giuseppe”» — e in realtà «potevano dirlo» — ma sempre Maria «è madre».
«I padri della Chiesa hanno capito bene questo — ha affermato il Pontefice — e hanno capito anche che la maternalità di Maria non finisce in lei; va oltre». Sempre i padri «dicono che Maria è madre, la Chiesa è madre e la tua anima è madre: c’è del femminile nella Chiesa, che è maternale». Perciò, ha spiegato Francesco, «la Chiesa è femminile perché è “chiesa”, “sposa”: è femminile ed è madre, dà alla luce». È, dunque «sposa e madre», ma «i padri vanno oltre e dicono: “Anche la tua anima è sposa di Cristo e madre”».
«In questo atteggiamento che viene da Maria che è madre della Chiesa — ha fatto presente il Papa — possiamo capire questa dimensione femminile della Chiesa: quando non c’è, la Chiesa perde la vera identità e diventa un’associazione di beneficienza o una squadra di calcio o qualsiasi cosa, ma non la Chiesa».
«La Chiesa è “donna” — ha rilanciato Francesco — e quando noi pensiamo al ruolo della donna nella Chiesa dobbiamo risalire fino a questa fonte: Maria, madre». E «la Chiesa è “donna” perché è madre, perché è capace di “partorire figli”: la sua anima è femminile perché è madre, è capace di partorire atteggiamenti di fecondità».
«La maternità di Maria è una cosa grande» ha insistito il Pontefice. Dio infatti «ha voluto nascere da donna per insegnarci questa strada». Di più, «Dio si è innamorato del suo popolo come uno sposo con la sposa: questo si dice nell’antico Testamento. Ed è «un mistero grande». Come conseguenza, ha proseguito Francesco, «noi possiamo pensare» che «se la Chiesa è madre, le donne dovranno avere funzioni nella Chiesa: sì, è vero, dovranno avere funzioni, tante funzioni che fanno, grazie a Dio sono di più le funzioni che le donne hanno nella Chiesa».
Ma «questo non è la cosa più significativa» ha messo in guardia il Papa, perché «l’importante è che la Chiesa sia donna, che abbia questo atteggiamento di sposa e di madre». Con la consapevolezza che «quando dimentichiamo questo, è una Chiesa maschile senza questa dimensione, e tristemente diventa una Chiesa di zitelli, che vivono in questo isolamento, incapaci di amore, incapaci di fecondità». Dunque, ha affermato il Pontefice, «senza la donna la Chiesa non va avanti, perché lei è donna, e questo atteggiamento di donna le viene da Maria, perché Gesù ha voluto così».
Francesco, a questo proposito, ha anche voluto indicare «il gesto, direi l’atteggiamento, che distingue maggiormente la Chiesa come donna, la virtù che la distingue di più come donna». E ha suggerito di riconoscerlo nel «gesto di Maria alla nascita di Gesù: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia”». Un’immagine in cui si riscontra «proprio la tenerezza di ogni mamma con suo figlio: curarlo con tenerezza, perché non si ferisca, perché stia ben coperto ». E «la tenerezza» perciò è anche «l’atteggiamento della Chiesa che si sente donna e si sente madre».
«San Paolo — l’abbiamo ascoltato ieri, anche nel breviario l’abbiamo pregato — ci ricorda le virtù dello Spirito e ci parla della mitezza, dell’umiltà, di queste virtù cosiddette “passive”» ha affermato il Papa, facendo notare che invece «sono le virtù forti, le virtù delle mamme». Ecco che, ha aggiunto, «una Chiesa che è madre va sulla strada della tenerezza; sa il linguaggio di tanta saggezza delle carezze, del silenzio, dello sguardo che sa di compassione, che sa di silenzio». E «anche un’anima, una persona che vive questa appartenenza alla Chiesa, sapendo che anche è madre deve andare sulla stessa strada: una persona mite, tenera, sorridente, piena di amore».
«Maria, madre; la Chiesa, madre; la nostra anima, madre» ha ripetuto Francesco, invitando a pensare «a questa ricchezza grande della Chiesa e nostra; e lasciamo che lo Spirito Santo ci fecondi, a noi e alla Chiesa, per diventare noi anche madri degli altri, con atteggiamenti di tenerezza, di mitezza, di umiltà. Sicuri che questa è la strada di Maria». E, in conclusione, il Papa ha fatto notare anche come sia «curioso il linguaggio di Maria nei Vangeli: quando parla al Figlio, è per dirgli delle cose di cui hanno bisogno gli altri; e quando parla agli altri, è per dire loro: “fate tutto quello che lui vi dirà”».
L'Osservatore Romano

martedì 15 maggio 2018

Incontro del Santo Padre Francesco con la Diocesi di Roma.

Sala stampa della Santa Sede


Alle ore 19.00 di questa sera, il Santo Padre Francesco si è recato nella Basilica Papale di San Giovanni in Laterano per l’incontro con la Diocesi di Roma. Al suo arrivo, il Papa è stato accolto da S.E. Mons. Angelo De Donatis, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. Erano presenti, tra gli altri, i vescovi ausiliari, i sacerdoti, i religiosi e le religiose ed i rappresentanti laici delle parrocchie, delle realtà ecclesiali, delle cappellanie e delle scuole cattoliche della città. Questo incontro ha concluso il cammino di riflessione sulle “malattie spirituali” avviato, su invito dell’Arcivescovo Vicario, dalle parrocchie e dalle prefetture all’inizio della Quaresima. Quindi, dopo il momento della preghiera d’inizio, don Paolo Asolan, Professore del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, ha presentato al Santo Padre la sintesi dei lavori pervenuti dalle parrocchie curata da una Commissione diocesana. 

È un dramma, non uno storytelling

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Riporto da "Tempi"

Figlie che diventano figli, madri maschi, padri femmine.

di Ilaria Specchi
«Sono rimasto incinta», «si parla dell’invidia del pene, nessuno da cos’è l’invidia del parto», «per Pasqua mia madre mi ha regalato tre fialette di testoviron da 250 milligrammi e mi ha reso l’uomo più felice del mondo». Un corpo non è una corporazione, è un corpo. Ma ora è importante farne una corporazione, cosicché qualunque considerazione a proposito risulti faziosa, perfino razzista se non allienata. Non lo diciamo noi. In questi giorni sta andando in onda su Raitre il programma “Storie del genere”, con un programma preciso: «Certo, diciamolo che in fondo c’è un solo termine per definire chi è contro la naturale evoluzione della società: razzismo. Razzismo è quello che distingue tra ciò che invece deve essere riassunto in un solo modo, “genere umano”» ha spiegato la conduttrice Sabrina Ferilli all’Ansa. Capelli raccolti, longuette nera, un filo di trucco e décolleté rosse ai piedi, Ferilli apre la porta a persone che a un certo punto della loro vita hanno deciso di cambiare sesso, le accoglie sorridente in un luminoso salotto con camino.
«All’epoca lei mi disse “mamma l’hai sempre saputo che io mi sono sentito sempre un uomo”», «è la stessa persona di prima, forse con qualcosa in più, tipo la parrucca in testa», «durante la gravidanza avevo la percezione che il bambino che era in pancia fosse maschio. Anche dopo l’ecografia, credevo si fossero sbagliati». Sì perché le “Storie del genere” sono anche le storie e le parole dei famigliari delle persone scelte nell’ambito del protocollo di una struttura sanitaria, la Saifip, Servizio per l’adeguamento identità fisica e identità psichica dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Persone con la disforia di genere: «Ho 62 anni sono vissuta 60 anni sotto copertura» (dice Fabrizio, un figlio grande, all’anagrafe Daniela), «hanno elaborato questa cosa, non mi chiamano mamma, mi chiamano Maikol» (dice Maikol, che prima era Masha, si è sposata e ha avuto tre bambine), «non avevo istinto materno non volevo che un bambino uscisse da me, il mio è un istino di protezione, un istinto paterno» (dice Alessandro, 26 anni, nata Verbenia che sta transitando da femmina a maschio, ha una compagna e vorrebbe un giorno diventare padre).
È IL CORPO CHE LO CHIEDE. «Io ho solo dovuto fare un passo: la conquista della verità», «la fine della vergogna», «togliere il pene: è il corpo che lo chiede». «Se ho sofferto? Un po’», «un pochino sì», «forse all’inizio». Ferilli, sguardo ora agli ospiti ora alla telecamera ammonisce, traduce, livella: «A volte dietro un bisturi si ridisegna la mappa della propria identità», «il matrimonio a volte nasconde, insabbia, maschera», «cambiare sesso significa cambiare desideri, si può desiderare di essere madri in un corpo di maschio, oppure non avere l’istinto materno quando si è biologicamente femmine, ma sognare di essere padri».
“A volte”, “un po’”, “oppure”: quello che colpisce delle drammatiche “Storie di genere” che in molti hanno presentato come un programma che «genererà polemiche e discussioni» è al contrario il tentativo di imborghesimento, di normalizzazione, l’affogare i casi singoli e sofferti nelle trappole mediatiche del «tema di grande attualità». Che non è il boom della disforia di genere – perché non sembra esserci alcun riguardo nella riduzione di quelle storie, così imbevute di dramma, nel presentarle come conquiste di verità. Bensì l’alimentazione dello storytelling del diritto/desiderio di essere ciò che si vuole. «Mio padre mi ha insegnato che la cosa più importante è essere quello che si vuole, a mandare a quel paese quelli che ti stanno accanto», «ricordo lo stordimento quando è nata mi hanno messo mia figlia accanto, lo smarrimento, ma ho fatto io questa cosa? Era più forte la sensazione che questo era un corpo che non era il mio e stava venendo fuori la consapevolezza che io potessi avere la disforia di genere», «non penso di aver tolto nulla alle mie figlie, penso di aver dato qualcosa in più. Se io stavo bene stavano bene loro», «farò l’isterectomia ma non farò la falloplastica perché sto bene così. L’importante è raggiungere l’equilibrio. Mi guardo allo specchio e dico: sono io».
NEANCHE UN BACETTO DA DUE ANNI. «Figlie che diventano figli, madri che diventano maschi, padri che diventano femmine. Una grande confusione. Una cosa è certa. Con l’amore e l’accettazione tutto torna a posto. Diversamente ma torna a posto», sorride Ferilli a fine puntata, «con la pazienza e la comprensione da parte di tutti». Eppure Fabrizio che diventa Daniela, esce col suo nuovo documento di identità levando gli occhi al cielo, «oddio mamma, nun me guardà. Zitta!». Racconta del suo matrimonio, «quel giorno ero felice perché amo la commedia, la rappresentazioni, io ne farei uno al giorno», racconta l’eros prima di cambiare, «aveva una grande originalità perché era molto corporale e non molto genitale», e dopo esser cambiato, «e adesso come funziona il sesso? Non funziona. Non c’è. La terapia ormonale abbatte completamente il testosterone. Non c’è la libido. Neanche un bacetto da due anni». Racconta della sua transizione, conclusa con un trasferimento lontano da tutti, in un casale nella Tuscia, dove Daniela si è ritirata tra uova, polli, gatti e ferri da stiro: «Questo amore e questa rinascita dovevano trovare un luogo. Per morire e rinascere devi trovare un posto, una cuccia in cui ti uccidi e poi risorgi. Ed è un luogo di solitudine».
Per non essere razzisti – e va da sé, visto come vanno le cose, per non essere omofobi, fascisti reazionari – basterebbe questo. Per raccontare che la vita è un dramma, che la disforia di genere è un dramma, non serve lo storytelling, il salotto col camino, gli slogan sull’amore, la crociata per il genere umano, la conquista all’anagrafe di una nuova identità, la traduzione del corpo in corporazione di certa eco mediatica e polemica. Basterebbe solo raccontare la verità.

Don Francesco Voltaggio. Il kerygma.



Roma Tor Vergata - 05/05/2018. Il Kerygma di Kiko Arguello