venerdì 20 ottobre 2017

Don Maurizio Pallù e il Signore degli Anelli...

Risultati immagini per il signore degli anelli


Dall'omelia di don Maurizio Pallù durante la Messa di ieri sera nella parrocchia di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci.

« Concludo con un aneddoto. L'avete visto voi il Signore degli Anelli? ... Sì o no? Quando lo domando in Africa ai miei catecumeni nessuno l'ha visto... "Have you seen The Lord Of The Rings?".. "Nooooo"... Menomale che voi l'avete visto. Io non ho fatto nulla di eroico, io ringrazio Dio per l'azione che ha fatto anche attraverso la Comunità. Voi senza la Comunità siete perduti. Perché l'uomo solo oggi viene mangiato dal mondo. Inganni e attrazioni che lasciano l'uomo alla fine ancora più solo. Mi colpisce Il Signore degli Anelli perché Dio forma questa comunità di Hobbits, cioè di mezze tacche come siamo noi, come sono io e miei fratelli, e con queste mezze tacche salva il mondo. Tant'è che il grande eroe Aragorn... ve lo ricordate il grande eroe, bello, un bell'uomo.. questo grande eroe dice: l'unica cosa che noi dobbiamo fare è aspettare che quella mezza schiappa prenda st'anello e lo butti dentro; noi possiamo solo prendere tempo. Ecco, questo io l'ho sentito profondamente questi giorni. Io posso solo prendere tempo e pregare e aspettare che Cristo, attraverso i poveri, distrugga l'opera del Demonio. E Cristo ha distrutto l'opera del Demonio, Cristo sta distruggendo l'opera del Demonio. Sembra che il Demonio domini nel mondo? Non è vero: Cristo è risorto! (...) Dice il profeta Isaia: "Ti vedranno i Re, si alzeranno in piedi; i Prìncipi della terra ti adoreranno". Chi sono i Re? Sono i poteri della Terra, quelli che dominano la Terra. Si inchineranno davanti a Cristo Risorto. Perché noi qui celebriamo Cristo, e Cristo Risorto. A me ha aiutato tanto il canto che hanno fatto i fratelli all'aeroporto stamattina quando son arrivato, che hanno cominciato a cantare il 'Resuscitò', perché poi nell'intervista che ho fatto a tutti ho detto: una cosa devo dirvi, e che ripeto a voi e a tutti i cari giornalisti che stanno facendo con molto zelo il loro mestiere, una parola... Cristo è Risorto! Cristo ha distrutto il peccato e la morte. Cristo vive nella Chiesa, vive in noi e coi noi va evangelizzando la Nigeria, l'Africa e il mondo. »

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 22 ottobre 2017. Ambientale, commento al Vangelo e Lectio divina




Nel Vangelo della XXIX Domenica del Tempo ordinario, i farisei chiedono a Gesù se sia lecito o no pagare il tributo a Cesare
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».  Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
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Talvolta il nemico c’insidia adulandoci, con l’intento di metterci alla prova per danneggiarci. La stessa dinamica è visibile nel Vangelo odierno dove Gesù stesso viene tentato. Il Signore, però, approfitta di questa sfida per ammaestraci, insegnando, anzitutto, che la vita delle persone deve crescere e svilupparsi negli ambiti sia civili che religiosi. Il Maestro dichiara altresì la liceità del pagamento e della riscossione dei tributi nel contesto della società civile, cogliendo l’occasione per sottolineare come la dignità dell’uomo sia da ritenersi inestimabile perché creato ad immagine di Dio e destinato alla comunione eterna con Lui: “Rendete a Cesare ciò che porta l’immagine di Cesare e a Dio ciò che porta l’immagine di Dio”. Il Padre si è rivelato pienamente in Cristo nello Spirito Santo come comunione di persone divine che hanno fra loro relazioni d’Amore. Così anche la famiglia umana porta nel suo DNA l’immagine del Dio Creatore, essendo le sue relazioni riflesso di tale Amore e della dignità incommensurabile di ogni membro. Una “famiglia imago Dei” mostra in tutta la sua bellezza la differenza uomo-donna come il luogo fecondo e necessario per la manifestazione di quell’Amore salvifico che dà stabilità e pienezza non solo ai suoi componenti, ma a tutta la società civile. (Sanfilippo)
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Di chi siete “icona”?

Su quali “certezze” fondiamo la nostra vita? San Paolo ricorda ai Tessalonicesi e a ciascuno di noi di essere stati “eletti da Dio”, grazie al Vangelo che si è “diffuso”, letteralmente si potrebbe tradurre anche “ci ha generato”, attraverso la “parola, la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.
Quest’ultimo termine è fondamentale: esso deriva dalla radice greca che indica “pienezza”. Da essa nascono termini affini che possono significare anche “riempire un recipiente”, “compiere un dovere”, “completare o restituire un tributo o un salario”.
La “profonda convinzione”, dunque, è legata a un’esperienza: l’annuncio ricevuto con la predicazione si è rivelato autentico per la potenza dello Spirito Santo, che ha dato compimento e pienezza al Vangelo. Fatti reali, miracoli concreti nella propria vita “riempita” da Cristo, è questa la certezza dei cristiani.
Come gli altri pagani entrati nelle diverse comunità, anche i Tessalonicesi avevano l’esperienza della morte a causa dei loro peccati, “nei quali hanno vissuto alla maniera di questo mondo”; ma anche che “Dio, ricco di misericordia, per grazia, li ha fatti resuscitare e sedere nei cieli in Cristo Gesù”.
Il fondamento della loro fede era proprio la vita nuova che conducevano: non tradivano più la moglie, non abortivano e non abbandonavano i propri figli; non erano più schiavi delle concupiscenze, non servivano mammona, amavano i nemici. Era una vita celeste, propria di chi è stato “restituito” al Padre che è nei Cieli.
E così era stato: sepolti con Cristo nel battesimo, vi avevano lasciato l’immagine dell’uomo di terra, quella del primo Adamo caduto nel peccato; e riemersi dalle acque era rinati con Lui, il secondo Adamo, rivestiti dell’immagine dell’uomo celeste.
E tu, ed io? Guardiamoci allo specchio, e vediamo quale sia la nostra immagine. E’ la parte nascosta della risposta di Gesù ai “discepoli dei farisei e agli erodiani”: “mostratemi la moneta del tributo”.  E a noi dice: “mostratemi la vostra vita: di chi è l’immagine e l’iscrizione?”. Di chi siete “icona”, e che cosa annuncia la vostra condotta?
Sulla moneta del “tributo”, l’imposta “per testa” imposta da Roma, vi era l’immagine dell’imperatore Tiberio e l’iscrizione “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, pontefice massimo”.  E in noi, quale volto risplende? E di chi siamo figli?
Per rispondere occorre risalire all’origine del brano evangelico. E, nascosta, vi troviamo la grande questione posta dal figlio di Giuseppe il carpentiere: chi sono io per la gente? E per te? Per i farisei era un eretico, un impostore, addirittura un demonio. Ed era una certezza granitica, ma non era la “profonda convinzione” dei Tessalonicesi…
Per questo non potevano tollerare che Gesù si spacciasse per Figlio di Dio. Non poteva essere Lui il Messia. Si erano, infatti, già messi d’accordo tra loro e con gli erodiani, un gruppo legato a Erode e che, probabilmente, riconosceva in lui il Messia. Due fazioni opposte riunite dal rifiuto di Gesù e dall’obiettivo di toglierlo di mezzo.
Per questo inviano i loro “apostoli”: altri se stessi incaricati di mettere in trappola Gesù.  Sì, anche la “malizia” ha i suoi missionari; ma sono “ipocriti”, attori che recitano una parte che non corrisponde alla loro realtà. Allungano le frange, pregano ostentatamente, espongono l’immagine di Dio ma dentro sono pieni di rapina e malizia.
E Gesù si trova ad affrontare queste monete false. Ha davanti l’ipocrisia che tutti ci avvolge, come quando preghiamo o andiamo a messa e ci rivolgiamo a Lui, mentre il nostro cuore è lontanissimo, parcheggiato fuori della Chiesa, schiavo del mondo e della sua mentalità.
Ma l’ipocrisia si fa evidente nel modo in cui essi iniziano a rivolgersi al Signore: “sappiamo che insegni la via di Dio senza nascondere la verità, e non guardi in faccia a nessuno perché non guardi le apparenze”. Ed è vero, e lo sperimenteranno nella sua risposta. Ma nelle loro parole vi è un doppio senso terribile: tu non ti curi di nessun uomo.
E’ qui che nasce l’ipocrisia, da questa immagine falsa di Gesù che essi avevano. Non potevano specchiarsi nel suo volto come figli nel Figlio; non potevano aprirsi umilmente al suo amore, perché pensavano male di Lui. Come noi, che non vogliamo essere come Gesù, che la sua immagine sia impressa in noi. Ne siamo scandalizzati, perché oppressi dalla superbia.
Dubitiamo di Lui, come Adamo ed Eva furono indotti dal demonio a dubitare di Dio. Dietro la libertà di Gesù, dietro la sua parresia, non si nasconde forse l’indifferenza cinica verso i miei problemi? La Chiesa mi dice che dietro a questa storia difficile, di sofferenze e solitudine, a questo matrimonio che fa acqua, c’è la mano di Dio che resta spesso invisibile e misteriosa. Ma non sarà invece che Dio si disinteressa di me, mi lascia soffrire, perché non ha davvero a cuore le mie cose?
Risuona la stessa insinuazione del serpente: “tu che pensi, che opinione hai?” Non c’entra la fede, c’entrano i pensieri umani: pensa con la tua testa, non vedi che il frutto che Dio ti proibisce è bello, buono e può esaudire il tuo desiderio di essere come Lui? Si, non solo immagine e somiglianza di Dio, puoi diventare tu stesso dio… Come Augusto, come Tiberio, come Erode…
Per questo chiedono a Gesù se “è lecito pagare il tributo”, che in greco può anche significare “c’è il potere, l’autorità?”. Ah, allora la questione è davvero seria! E’ in gioco l’identità e l’autorità di Gesù, che è la stessa di Dio. E’ in gioco lo Shemà, il cuore della fede di Israele. E’ come se chiedessero a Gesù: chi ha autorità assoluta sulla nostra vita? Chi amare con tutto il cuore, la mente e le forze? Ma non per essere illuminati davvero, solo per trovare un pretesto contro di Lui. Avevano già scelto il loro Re, e non era Dio.
La stessa domanda risuona oggi nelle nostre chiese per provare l’intenzione dei nostri cuori e la certezza della nostra fede: chi conduce la nostra storia? Chi può dirci che cosa “è lecito” e cosa non lo è? Perché per comprendere quale immagine portiamo, occorre sapere a chi apparteniamo: a Dio che ci ha scelti da sempre, o a Cesare, cioè al demonio, che invece scegliamo noi?
Scriveva Sant’Ilario che chi sceglie l’immagine di Cesare sarà poi obbligato a versargli i tributi, mentre chi sceglie l’immagine di Dio è libero, non deve nulla al mondo. Il demonio, infatti, esige da noi la tassa su ogni pensiero, parola, gesto. I peccati, con cui lo dobbiamo servire. Non sono essi l’immagine che riflettiamo in famiglia, al lavoro, ovunque?
Ma Dio è geloso di noi. E viene ancora con la sua Chiesa a cercarci per strapparci di dosso l’immagine ipocrita che non si addice ai figli di Dio. Davvero vuoi la certezza dei Tessalonicesi? Davvero vuoi accogliere Dio come l’unico tuo Signore, e lasciarlo condurre la tua storia come ha fatto con Israele? Vedrai “Ciro”, immagine degli eventi impensabili e incomprensibili, chiamato da Dio perché tutto concorra al tuo bene. Sperimentare questo è la pienezza della fede, l’unica che ci fa “restituire a Dio quello che suo”, cioè tutto noi stessi.
Allora lasciati ammaestrare dalla Chiesa, porgi l’orecchio alla predicazione, accostati alla confessione e lascia a Cristo i tuoi peccati; mangia il suo Corpo e bevi il suo Sangue per risorgere con Lui ed essere trasformato nella sua stessa immagine, figlio nel Figlio, luce per il mondo.

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Lectio divina sulle letture della XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 22 ottobre 2017

di Francesco Follo *

1) Le tasse allo Stato, l’uomo a Dio. 
Il contesto del Vangelo di questa 29° Domenica è il dibattito di Gesù con i farisei e gli erodiani, che gli tendono una trappola, facendogli una domanda sul tributo da pagare ai romani. Sotto l’apparenza di fedeltà alla legge di Dio o a quella dell’Imperatore romano, costoro cercano motivi per accusarlo. Se alla  loro domanda: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”, Gesù rispondesse dicesse: “Dovete  pagare”, potrebbero accusarlo, insieme al popolo, di essere amico dei romani.  Se il Messia desse come risposta: “Non dovete pagare”, potrebbero accusarlo, presso con le autorità romane, di essere un rivoluzionario. Insomma, lo vogliono mettere in una situazione che i farisei pensano che sia senza uscita. Invece, Cristo trova una via di uscita rispondendo alla questione del tributo a Cesare con un sorprendente realismo politico. La tassa va pagata all’imperatore perché  l’immagine sulla moneta è la sua. Ma, l’uomo, ogni essere umano, porta in sé l’immagine di Dio e, quindi, è a Lui, e a Lui solo, che ognuno deve “pagare” il tributo perché gli è debitore della propria esistenza.
Nella sua risposta : “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”,  Cristo non resta al solo piano politico ma afferma chiaramente che ciò che più conta è il Regno di Dio. Le parole di Cristo illuminano la linea di condotta del cristiano nel mondo. La fede non gli chiede di emarginarsi dalle realtà temporali, anzi diviene per lui uno stimolo maggiore perché si impegni con laboriosa generosità nel trasformarle dall’interno, contribuendo così all’instaurazione del Regno dei cieli.
Dunque, se la prima riflessione che nasce dalla lettura del Vangelo di oggi è che il Messia non contrappone lo Stato a Dio e dice di contribuire al bene comune anche pagando le tasse, perché il convivere richiede solidarietà, la seconda riflessione che mi viene alla mente è che la frase “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”  non solo non contrappone Cesare a Dio (o l’uomo o Dio), ma neppure lo giustappone Cesare a Dio (e l’uomo e Dio), ma è come se dicesse “Date all’uomo quello che è dell’uomo, così che possa sentire e vivere la gioia di dare a Dio quel che è di Dio”.
Riferendosi all’immagine di Cesare impressa sulla moneta, di cui i farisei egli erodiani parlano, Gesù ricorda a loro come a noi che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, che se a Cesare spettano i loro tributi, a Dio appartiene la loro vita. Gesù parte dal dovere di restituire il denaro a Cesare, la cui immagine è impressa sul metallo per arrivare all’obbligo di restituire l’uomo a Dio, la cui immagine è “impressa” nella natura umana. E’ giusto rendere  a Cesare il denaro con la sua immagine, è giusto e doveroso rendere a Dio l’uomo, fatto a Sua immagine.
Proponendo queste riflessioni mi metto nel solco dei Padri della Chiesa, uno dei quali scrisse: “L’immagine di Dio non è impressa sull’oro, ma sul genere umano. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità … Pertanto da’ la tua ricchezza materiale a Cesare, ma serba per Dio l’innocenza unica della tua coscienza, dove Dio è contemplato … Cesare, infatti, ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo, che egli ha creato, per riflettere la sua gloria” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, Omelia 42). E Sant’Agostino ha utilizzato più volte questo riferimento nelle sue omelie: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta – afferma -, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?” (Ennarrationes in Psalmos, Salmo 94, 2). E ancora: “Come si ridà a Cesare la moneta, così si ridà a Dio l’anima illuminata e impressa dalla luce del suo volto … Cristo infatti abita nell’uomo interiore” (Ibid., Salmo 4, 8). Perché l’uomo non solo non è riducibile alla materialità ma, anzi, proprio quella spirituale costituisce la dimensione prevalente di ogni esistenza.
2) Restituire l’uomo a Dio.
Comandando di versare il tributo a Cesare, Gesù Cristo riconosce il potere civile e i suoi diritti, ma in modo altrettanto chiaro ricorda che si devono rispettare i superiori diritti di Dio (cfr Dignitatis humanae, 8). Dicendo: “Rendete a Dio quel che è di Dio”, il Messia insegna chiaramente che ciò che più conta è il Regno di Dio.
Quindi, se da una parte, alla luce del Vangelo, che racconta di questa diatriba sul tributo da dare a Cesare (cfr. Mc 12,13-17; Mt 22, 15-22; Lc 20, 20-26),  i cristiani riconoscono e rispettano la distinzione e l’autonomia dello Stato, considerandola un grande progresso dell’umanità e  una condizione fondamentale per la stessa libertà della Chiesa e l’adempimento della sua universale missione di salvezza tra tutti i popoli. Dall’altre parte, i credenti in Cristo prendono sul serio il comando di restituire a Dio quello che è di Dio, cioè tutto perché “perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene” (1 Cor10, 26). Restituiamo a Dio i nostri cari, il nostro prossimo, tutti gli uomini onorandoli, cioè prendendoci cura di loro come di un tesoro prezioso. Ogni donna e ogni uomo sono talenti d’oro offerti a noi per il nostro bene, sono nel mondo le vere monete d’oro che portano incisa l’immagine e l’iscrizione di Dio.
Un modo peculiare di restituire tutto a Dio è quello delle vergini consacrate che grazie alla consacrazione sono “spazio umano abitato dalla Trinità” (VC 41) e testimoniano come il dono totale di se stesse a questo Amore le spinge “a prendersi cura dell’immagine divina deformata nei volti dei fratelli e sorelle” (VC 75d) e rivelano così il Mistero di un Dio che si mette a servizio dell’uomo.
La vita di queste donne si fonda su almeno tre pilastri.
Il primo è la “Consacrazione” stessa, che è determinata dall’iniziativa dell’amore gratuito di Dio che chiama e dalla fede in Lui come risposta a questa chiamata. La Consacrazione è vita incentrata in Dio, in abbandono totale e amorsa fiducia, vita di gratuità e di gratitudine, di particolare manifestazione del Mistero di Dio in una semplice ed umile persona.
Il secondo pilastro è l’amore verso i fratelli e sorelle di tutto il mondo. La donna consacrata è chiamata a condividere l’Amore, perché il dono ricevuto è dono da donare, da con-dividere, in riconoscenza e amore a Dio, che per primo l’ha amata. Il dono del Signore fatto a lei non esclude gli altri, ma attraverso di lei è destinato a circolare anzitutto tra tutti coloro con i quali vive e lavora, per poi arrivare al mondo intero.
Il terzo pilastro, o meglio, la meta della Vita Consacrata è una missione da compiere in favore degli uomini che abitano in questo mondo che è di Dio: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16, 15). La missione del cristiano di andare, racchiusa nel cuore del Vangelo e risuonata solennemente nel giorno di Pentecoste, ha un suo segreto custodito anch’esso come perla preziosa nel Vangelo: Rimanete nel mio amore. Andare e rimanere: sono le due coordinate evangeliche in cui si muove la vergine consacrata, e da cui trae quotidianamente la sua linfa vitale. Questo “andare in tutto il mondo” è la continuazione del dono di sé agli altri vissuto nell’interno della Chiese e che, dall’interno della comunità, si estende a tutti gli altri esseri umani. In questo gesto di donazione gli altri sono percepiti anch’essi come dono di Dio per noi, con cui con-vivere e con-dividere i doni, che abbiamo ricevuto dal Signore. In questo cammino nel mondo, l’impegno fondamentale è la lode di Dio, la testimonianza di Gesù a livello personale e comunitario e l’annuncio esplicito del suo Nome alle nazioni, vivendo una vera dimensione missionaria e restituendo il mondo a Dio. 
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Letture patristiche
San Clemente di Roma
Ad Corinth. 60, 4 – 61, 3
Preghiera per i governanti
Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra come la desti ai padri nostri quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità (1Tm 2,7). Rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra.

Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza perché noi conoscendo la gloria e l’onore loro dati ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza per esercitare al sicuro la sovranità data da te.

Tu, Signore, re celeste dei secoli concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza per esercitare con pietà nella pace e nella dolcezza il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso.
Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi per noi ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime nostre Gesù Cristo per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen.
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Teofilo di Antiochia
Ad Auct. 1, 11 
Onorerò l’imperatore: non lo adorerò, ma per lui pregherò. Solo il Dio reale, il Dio vero adorerò, sapendo che da lui l’imperatore è stato fatto. Certo mi chiederai: perché non adori l’imperatore? Perché non è stato fatto per essere adorato, ma per essere onorato con l’ossequio delle leggi: non è infatti un Dio, ma un uomo costituito da Dio non ad essere adorato, ma a fungere da giusto giudice. In un certo senso gli è stata affidata da Dio l’amministrazione; ed egli stesso non vuole che chi a lui è subordinato si chiami imperatore: imperatore è il nome suo e a nessun altro è lecito chiamarsi così. Egualmente anche l’adorazione è unicamente di Dio. Dunque, o uomo, sei davvero in errore: onora l’imperatore amandolo, ubbidendogli, pregando per lui: facendo così, farai il volere di Dio. Dice infatti la legge divina: “O figlio, onora Dio e l’imperatore, e non essere disubbidiente né all’uno né all’altro. Subito infatti puniscono i loro nemici” (Pr 24,21s).
Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

Dossier per la Giornata Missionaria Mondiale




Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Cresce il numero dei cattolici nel mondo: sono quasi un miliardo e 300 milioni, il 17,7% della popolazione mondiale. Secondo le cifre tratte dall’Annuario Statistico della Chiesa cattolica (dati relativi al 2015) ed elaborate dall'Agenzia Fides, i battezzati sono 12 milioni e mezzo in più rispetto all’anno precedente (il 2014). E' uno dei dati contenuti nel Dossier statistico diffuso dall'Agenzia Fides in occasione della 91ma Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra domenica 22 ottobre 2017, che offre un quadro panoramico della Chiesa nel mondo. 
Secondo il Dossier, in Africa vivono 1 miliardo e 100mila persone, il 19,42% sono cattolici (222 milioni) con un aumento dello 0,12%. In America, su 982,2 milioni abitanti il 63,6% è cattolico (625 milioni), con una diminuzione dello 0,08%. 
In Asia su 4,3 miliardi persone i cattolici sono il 3,24% della popolazione (141 milioni), cifra stabile. 
In Europa cresce la popolazione (716 miloni) ma, per il secondo anno di fila, diminuisce il numero dei cattolici che sono il 39,87% (285 milioni), meno 0,21%.
In Oceania vivono 38,7 milioni di persone, il 26,36 % sono cattolici (10,2 milioni) con un aumento dello 0,24% rispetto all'anno precedente.
Le circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche (tra diocesi , vicariati, prefetture apostoliche etc) nel mondo sono 3.006 (+ 8 rispetto al 2014): 538 n Africa, 1.091 in America, 538 in Asia, 758 in Europa e 81 in Oceania.
Aumenta di 67 unità il numero dei vescovi nel mondo (sono 5.304) mentre diminuisce di 136 quello dei sacerdoti (sono 415.656). 
Il Dossier di Fides informa, inoltre, che nel mondo ci sono 351.797 missionari laici mentre i catechisti sono 3.122.653. 
La Chiesa cattolica gestisce 216.548 istituti scolastici nel mondo, frequentati da oltre 60 milioni di alunni. In più, sono quasi 5 milioni e mezzo i giovani seguiti da istituti cattolici durante gli studi alle scuole superiori e all'università. Infine sono circa 118mila gli istituti sociali e caritativi cattolici (ospedali, lebbrosari, orfanotrofi, case per anziani) sparsi nel mondo. 
Nel Dossier di Fides anche un quadro dell’attivita di cooperazione missionaria delle Pontificie Opere Missionarie (Propagazione della Fede, San Pietro Apostolo, Infanzia Missionaria, Unione Missionaria) che, nel loro sostegno alle Chiese locali (costruzione di cappelle e seminari, istruzione, attività pastorali e di formazione), hanno erogato nel 2016 sussidi per circa 134 milioni di dollari Usa. 
Per illustrare in Dossier è disponibile sul canale Youtube dell'Agenzia Fides una motion graphics (in Italiano e inglese) che si può liberamente scaricare e riprodurre su altri siti web. (Agenzia Fides 20/10/2017)

USA e getta




Usa. Genere «neutro» nell' atto di nascita
Avvenire

(Elena Molinari) La California è il primo Stato americano a legalizzare la possibilità di scelta. A partire da gennaio, gli abitanti della California potranno decidere, a posteriori, di non essere, e di non essere stati alla nascita, né maschi né femmine. Ogni residente dello Stato dell' Ovest potrà da quel momento chiedere all' anagrafe statale di cambiare il proprio certificato di nascita, indicandovi di non appartenere ad alcuno dei due sessi. Una nuova legge, approvata dall' Assemblea locale e appena promulgata dal governatore democratico Jerry Brown, permette infatti l' identificazione come persona «non binaria», o «neutra», semplicemente a chi ne fa richiesta, senza bisogno di passaggi legali ulteriori o di certificati medici. La legge non attribuisce ai genitori il diritto di scegliere a loro discrezione il sesso del nuovo nato, ma permette anche ai minori di richiedere l' identificazione sul certificato di nascita come appartenente a un «sesso neutro», previo consenso dei genitori. La California diventa così il primo Stato americano ad autorizzare la modifica di un documento di nascita su base volontaria. Finora solamente l' Oregon e il District of Columbia, che comprende solo la capitale Washington, avevano approvato l' inserimento di una "N" su un documento d' identità, specificamente sulla patente di guida, ma senza che potesse essere modificato il certificato di nascita. Il cambiamento è significativo, perché è il sesso indicato sui documenti ufficiali emessi alla nascita a fare testo nelle scuole, nelle università e sui posti di lavoro nel risolvere dispute come l' uso dei bagni pubblici o l' appartenenza a squadre sportive. Il nuovo certificato di nascita farà scomparire ogni traccia di quello originario. Ma resta da vedere se sarà riconosciuto a livello federale. L' associazione per la difesa della famiglia "Family Council' si è opposta all' approvazione della misura, sostenendo che è basata sulla menzogna «che essere maschio o femmina o non appartenere a nessuno dei due sessi sia una scelta che ogni persona ha il diritto di fare», come ha detto ieri il presidente del ramo californiano del gruppo, Jonathan Keller. Un' altra legge promulgata di recente da Brown, la SB 219, obbliga peraltro i lavoratori di ospedali, cliniche e case di cura ad usare pronomi neutri o il pronome scelto dal paziente se quest' ultimo ne fa richiesta. Un' imposizione che, a detta di molti costituzionalisti, viola il diritto alla libertà d' espressione degli impiegati della sanità. Il disegno di legge sulla modifica del certificato di nascita, il "Gender Recognition Act", era stato proposto in primavera da due legislatori democratici che avevano raccolto la petizione di alcune persone transessuali. Fra questi, A. T. Furuya, di San Diego, che era riuscito ad ottenere la designazione come «neutro» sul suo certificato di nascita al termine di una lunga battaglia legale. L' iniziativa della California ha spinto altre Assemblee locali a considerare la possibilità di intraprendere lo stesso percorso. Lo Stato di Washington sta infatti tenendo una serie di incontri pubblici per esplorare una modifica del proprio ordinamento in tal senso. Altri Paesi hanno introdotto il concetto di «sesso neutro» o «terzo sesso » sui documenti d' identità, fra questi Australia, Canada, Germania, India, Nuova Zelanda, Pakistan, Thailandia e Gran Bretagna.

Anime Truccate





Gli ipocriti vivono di «apparenza». E come «bolle di sapone» nascondono la verità a Dio, agli altri e a se stessi, ostentando una «faccia da immaginetta» per «truccare la santità». Da questo rischio Papa Francesco ha messo in guardia nella celebrazione eucaristica di venerdì 20 ottobre a Santa Marta, invitando a smascherare «la giustificazione dell’apparenza» — dire una cosa e farne un’altra — e chiedendo di dare sempre spazio alla «coerenza di vita» e alla «verità».
«Nella prima lettura — ha subito fatto notare il Papa riferendosi al passo della lettera ai Romani (4, 1-8) — l’apostolo Paolo continua a insegnarci quale sia il vero perdono di Dio, quello che è gratuito, quello che viene dalla sua grazia, dalla sua volontà e non quello che noi pensiamo di avere per le nostre opere». Del resto, ha spiegato Francesco, «le nostre opere sono la risposta all’amore gratuito di Dio che ci ha giustificato e che ci perdona sempre». E «la nostra santità è proprio ricevere sempre questo perdono». Per tale ragione il brano della lettera di Paolo «finisce citando il salmo che abbiamo pregato: “Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato!”».
«È il Signore — ha rilanciato il Pontefice — che ci ha perdonato il peccato originale e che ci perdona ogni volta che andiamo da lui». Infatti, ha aggiunto, «noi non possiamo perdonarci i nostri peccati con le nostre opere: solo lui perdona». Da parte nostra, ha spiegato, «noi possiamo rispondere con le nostre opere a questo perdono».
Ma «Gesù, nel Vangelo, ci fa capire un’altra maniera, un altro modo di cercare la giustificazione: non per la gratuità del Signore, non per le nostre opere». E così «fa vedere quelli che si credono giusti per le apparenze: appaiono come giusti e a loro piace fare questo e sanno fare proprio la “faccia di immaginetta”, proprio come se fossero santi». Invece «sono ipocriti: “Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”» si legge infatti nel passo evangelico di Luca (12, 1-7). «Dentro, lui stesso ha detto che è tutto sporco, ma da fuori — ha spiegato Francesco — si fanno vedere come giusti, come buoni: a loro piace passeggiare e farsi vedere ben eleganti, ostentare quando pregano e quando digiunano, quando danno l’elemosina». Però, ha messo in guardia il Papa, «tutto è apparire, apparire, ma dentro al cuore non c’è nulla, non c’è sostanza in quella vita, è una vita ipocrita: cioè, come dice la parola, sotto c’è la verità e la verità è nulla».
Ed ecco perché, ha affermato il Pontefice, «è saggio il consiglio di Gesù davanti a questa gente: fate quello che dicono perché dicono verità, ma non quello che fanno perché fanno il contrario». In effetti, ha insistito Francesco, «questi truccano l’anima, vivono del trucco: la santità è un trucco per loro». Invece «Gesù sempre ci chiede di essere veritieri, ma veritieri dentro al cuore: e se qualcosa appare, che appaia questa verità, quello che è dentro al cuore».
Proprio per questa ragione Gesù dà «quel consiglio: quando tu preghi, vai a farlo di nascosto; quando tu digiuni, lì sì, truccati un po’, perché nessuno veda nella faccia la debolezza del digiuno; e quando tu dai l’elemosina, che la tua mano sinistra non sappia quello che fa la destra, fallo di nascosto». Insomma, Gesù consiglia esattamente «il contrario di quello che fa questa gente: apparire». In loro c’è «la giustificazione dell’apparenza: sono bolle di sapone che oggi ci sono e domani non ci sono più». Invece «Gesù ci chiede coerenza di vita, coerenza fra quello che facciamo e quello che viviamo».
«La falsità fa tanto male, l’ipocrisia fa tanto male: è un modo di vivere» ha fatto presente il Pontefice. «Nel salmo — ha ricordato — abbiamo chiesto la grazia della verità davanti al Signore» ed «è bello quello che abbiamo chiesto: Signore, ti ho fatto conoscere il mio peccato, non l’ho nascosto, non ho coperto la mia colpa, non ho truccato la mia anima». E, ancora, il salmo 31 recita così: «Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità” e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato».
«Sempre la verità davanti a Dio, sempre», ha esortato il Papa. «E questa verità davanti a Dio — ha spiegato — è quella che fa spazio perché il Signore ci perdoni; invece l’ipocrisia» è l’esatto contrario. Tanto che «all’inizio questa gente sa» di essere «ipocrita, dice una cosa e non la fa: ma con l’abitudine anche loro credono di essere giusti».
Ad esempio, ha suggerito Francesco, «pensiamo alla preghiera di quel dottore della legge davanti all’altare: “Ti ringrazio, Signore, grazie tante!”». Non aggiunge però «perché mi hai perdonato» ma dice: «perché non sono come gli altri, io faccio tutto quello che si deve fare». E, ha proseguito il Papa, «poi volta la testa: “Neppure sono come quello che ha fatto questo, questo, questo...”». Le persone ipocrite «accusano sempre gli altri ma non hanno imparato la saggezza di accusare se stessi» ha concluso il Pontefice, invitando a chiedere al Signore, con le parole del salmo 31, «la grazia della verità interiore e di poter dire con verità: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, sono io ad accusarmi, non ho coperto la mia colpa”».

L'Osservatore Romano

Papa Francesco: il mio "Padre Nostro".



fonte: Avvenire

Dal 25 ottobre tutti i mercoledì don Marco Pozza a confronto con personaggi della cultura e dello spettacolo, da Insinna a Pif. L'ultima puntata è il colloquio con il Pontefice (e c'è anche il libro).

“Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”.

Così papa Francesco nella conversazione con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova,
trasmessa nel programma ‘Padre nostro’ in onda su Tv2000 dal 25 ottobre ogni mercoledì alle 21. L’anteprima è stata presentata oggi pomeriggio nella Filmoteca Vaticana, alla presenza del Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, monsignor Dario E. Viganò, del direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, di don Marco Pozza e del regista Andrea Salvadore.
Dall’incontro, dalle parole e dalle risposte del Papa a don Marco è nato anche il libro Padre nostro di papa Francesco della casa editrice Rizzoli e la Libreria Editrice Vaticana, in uscita in Italia il 23 novembre. Le parole insegnate da Gesù entrano in risonanza con episodi della vita di Jorge Mario Bergoglio, con la sua missione apostolica e con le inquietudini e le speranze delle donne e degli uomini d’oggi, fino a diventare la guida per una vita ricca di senso e di scopo.
Il programma, nato dalla collaborazione tra la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede e Tv2000, è strutturato in nove puntate, ogni mercoledì, nel corso delle quali don Marco incontra anche noti personaggi laici del mondo della cultura e dello spettacolo: Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif.

Le prime otto puntate sono introdotte dalle parole del Papa seguite dalla conversazione di don Marco con un ospite, mentre nell’ultima puntata viene trasmesso il colloquio integrale di Francesco con il cappellano del carcere di Padova.
Ci vuole coraggio – ha aggiunto il Papa - per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire «papà» e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero? Osare, osare, ma tutti insieme. Per questo pregare insieme è tanto bello: perché ci aiutiamo l’un l’altro a osare”.
“Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, - ha proseguito il Pontefice - ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta”. 
“Una volta – ha raccontato Papa Francesco - è venuta a Buenos Aires l’immagine della Madonna di Fatima e c’era una Messa per gli ammalati, in un grande stadio pieno di gente. Io ero già vescovo, sono andato a confessare e ho confessato, confessato, prima della Messa e durante. Alla fine non c’era quasi più gente e io mi sono alzato per andarmene, perché mi aspettava una cresima da un’altra parte. È arrivata però una signora piccolina, semplice, tutta vestita di nero come le contadine del Sud d’Italia quando sono in lutto, ma i suoi splendidi occhi le illuminavano il viso. «Lei vuole confessarsi» le ho detto, «ma non ha peccati.» La signora era portoghese e mi ha risposto: «Tutti abbiamo peccati…». «Stia attenta, allora: forse Dio non perdona.» «Dio perdona tutto» ha sostenuto con sicurezza. «E lei come fa a saperlo?» «Se Dio non perdonasse tutto» è stata la sua risposta, «il mondo non esisterebbe». Avrei voluto dirle: «Ma lei ha studiato alla Gregoriana!». È la saggezza dei semplici, che sanno di avere un padre che sempre li aspetta”.
“Quando ne abbiamo parlato la prima volta – ha sottolineato il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini - eravamo affascinati dall’idea, e spaventati. Fare un programma sul Padre Nostro, sulla preghiera con la quale Gesù ha risposto ai discepoli che gli chiedevano “insegnaci a pregare”. Cercare di restituire a quelle parole, che conosciamo tutti, il loro valore originale. Provare attraverso la televisione (che consuma tutto così velocemente) a riflettere su questa preghiera, e riscoprirne la bellezza nascosta, la profondità, l’attualità. Cercare attraverso una serie di incontri, di racconti, di storie, le tracce perdute del Padre Nostro. Una strada difficile. Ma su questa strada abbiamo fatto incontri sorprendenti. E il più sorprendente di tutti è stato quello con il Papa. Inatteso. Un vero e proprio regalo”.
“Lavorare al programma di Tv2000 ‘Padre nostro’ – ha raccontato don Marco Pozza - è stato per me una quasi sfida: l'avevo recitata così tante volte in vita mia questa preghiera, che quasi quasi mi ero abituato. La recitavo in automatico, non riuscivo più a gustarne il sapore. Incontrare la gente che ho incontrato in questi tre mesi, storie note e storie meno note, nessuna differenza, ha significato anche guardarmi dentro, tornare a professare la mia fede con coraggio, rafforzare ragioni per dire Dio col cuore. È chiaro: quando, con il mio fantastico gruppo di lavoro, ho iniziato a lavorarci, non potevo immaginare che il buon Dio sarebbe stato così generoso negli incontri, fin quasi a chiedermi se era realtà o sogno. Da un certo punto in poi, per me non è più stato lavorare: avevo la netta sensazione di ascoltare delle catechesi che mi hanno fatto bene, sembravano scritte per me. La non-credenza di tanti di loro, la loro fede difficile, è stato il vestito in borghese che Dio ha usato per riaccendere nel mio cuore affaticato la passione per Lui. Tanti mi chiedono: ‘E di questa storia con Papa Francesco, cosa dici?’ Dico solo una cosa: ho avuto la netta percezione di conversare con un uomo che ha incontrato personalmente Cristo. Da quella sera in poi, tutto ha preso una piega inaspettata, che più bella non poteva essere: il suo esserci compagno in tutte le puntate, il libro scritto a quattro mani con lui, l'ultima puntata speciale. Di tutto quello che ho vissuto, quello che conservo nel cuore di questi mesi è un'immagine di Chiesa capace di lavorare assieme: Tv2000, la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, la casa editrice LEV e la Rizzoli. È stato così bello da farmi
dire: ‘Perché non è sempre così?’ Spero, nel nostro piccolo, di aver contribuito a rendere feriali, a portata di labbra, queste parole
festive. Se non ci siamo riusciti, sappiate che ci rimane comunque la bellezza di averci provato”.

Udienza di Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

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Udienza  di Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Le denunce del Santo Padre sull'aumento endemico e sistemico delle diseguaglianze, sullo sfruttamento del pianeta e sul lavoro non degno della persona umana

Sala stampa della Santa Sede

Alle ore 12.30 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.
Discorso del Santo Padre
Illustri Signore e Signori,
saluto cordialmente i Membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e le personalità che partecipano a queste giornate di studio, come pure le istituzioni che sostengono l’iniziativa. Essa attira l’attenzione su un’esigenza di grande attualità come è quella di elaborare nuovi modelli di cooperazione tra il mercato, lo Stato e la società civile, in rapporto alle sfide del nostro tempo. In questa occasione, vorrei soffermarmi brevemente su due cause specifiche che alimentano l’esclusione e le periferie esistenziali.
La prima è l’aumento endemico e sistemico delle diseguaglianze e dello sfruttamento del pianeta, che è maggiore rispetto all’aumento del reddito e della ricchezza. Eppure, la diseguaglianza e lo sfruttamento non sono una fatalità e neppure una costante storica. 
Non sono una fatalità perché dipendono, oltre che dai diversi comportamenti individuali, anche dalle regole economiche che una società decide di darsi. Si pensi alla produzione dell’energia, al mercato del lavoro, al sistema bancario, al welfare, al sistema fiscale, al comparto scolastico. A seconda di come questi settori vengono progettati, si hanno conseguenze diverse sul modo in cui reddito e ricchezza si ripartiscono tra quanti hanno concorso a produrli. Se prevale come fine il profitto, la democrazia tende a diventare una plutocrazia in cui crescono le diseguaglianze e anche lo sfruttamento del pianeta. Ripeto: questo non è una necessità; si riscontrano periodi in cui, in taluni Paesi, le diseguaglianze diminuiscono e l’ambiente è meglio tutelato.
L’altra causa di esclusione è il lavoro non degno della persona umana. Ieri, all’epoca della Rerum novarum (1891), si reclamava la “giusta mercede all’operaio”. Oggi, oltre a questa sacrosanta esigenza, ci chiediamo anche perché non si è ancora riusciti a tradurre in pratica quanto è scritto nella Costituzione Gaudium et spes: «Occorre adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita» (n. 67) e – possiamo aggiungere con l’Enciclica Laudato si’ – nel rispetto del creato, nostra casa comune.
La creazione di nuovo lavoro ha bisogno, soprattutto in questo tempo, di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti nello sviluppo di energia pulita per risolvere le sfide del cambiamento climatico. Ciò è oggi concretamente possibile. Occorre svincolarsi dalle pressioni delle lobbies pubbliche e private che difendono interessi settoriali; e occorre anche superare le forme di pigrizia spirituale. Bisogna che l’azione politica sia posta veramente al servizio della persona umana, del bene comune e del rispetto della natura.
La sfida da raccogliere è allora quella di adoperarsi con coraggio per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente, trasformandolo dall’interno. Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – il “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente.
Discorso analogo concerne il ripensamento della figura e del ruolo dello Stato-nazione in un contesto nuovo quale è quello della globalizzazione, che ha profondamente modificato il precedente ordine internazionale. Lo Stato non può concepirsi come l’unico ed esclusivo titolare del bene comune non consentendo ai corpi intermedi della società civile di esprimere, in libertà, tutto il loro potenziale. Sarebbe questa una violazione del principio di sussidiarietà che, abbinato a quello di solidarietà, costituisce un pilastro portante della dottrina sociale della Chiesa. Qui la sfida è come raccordare i diritti individuali con il bene comune.
In tal senso, il ruolo specifico della società civile è paragonabile a quello che Charles Péguy ha attribuito alla virtù della speranza: come una sorella minore sta in mezzo alle altre due virtù – fede e carità – tenendole per mano e tirandole in avanti. Così mi sembra sia la posizione della società civile: “tirare” in avanti lo Stato e il mercato affinché ripensino la loro ragion d’essere e il loro modo di operare.
Cari amici, vi ringrazio per l’attenzione a queste riflessioni. Invoco la benedizione del Signore su di voi, sui vostri cari e sul vostro lavoro.