mercoledì 18 gennaio 2017

Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario. Commento audio al Vangelo.

Morto per carenza di stelle.

foto Tony Hisgett via Flickr
foto Tony Hisgett via Flickr da Il Foglio
di Costanza Miriano  per Il Foglio
L’uomo occidentale è finito per carenza di stelle. L’uomo è fatto di desiderio, ha bisogno di alzare lo sguardo a cercare le stelle, de-sidera, ed è questa ricerca che lo tiene dritto in piedi, in vita. È questo lo spazio nel quale si infila la ricerca di infinito. Ma, prima ancora, è questo che lo muove nel desiderio di migliorarsi. Per millenni le narrazioni – da Omero in poi – sono stati racconti di come l’uomo,  l’eroe, cercasse di superare se stesso, di trascendersi, di cercare fuori di sé qualcosa che lo eternasse.
A un certo punto l’uomo ha deciso che non aveva più bisogno di nessun cielo sopra la sua testa, ha smesso di costruire cattedrali, ha cominciato a pregare – i pochi che lo facevano ancora – in posti più simili a garage che a chiese, senza liturgia, senza guglie che portassero lo sguardo verso l’alto. Ed è nato l’uomo funzionale all’attuale modello di vita, di produzione di beni, di organizzazione della vita pubblica: è un uomo che vive immerso in una palude di soggettivismo assoluto – proprio così, viviamo in un ossimoro – in cui ogni desiderio non solo può, ma ha il diritto di essere soddisfatto, e ogni limite, anche quello biologico, è avvertito con fastidio come fosse una costruzione fittizia, e non lo spazio che ci è dato di abitare.
È un uomo talmente liberato che non sa più che fare della sua libertà: la liberazione sessuale, per esempio, ha abbattuto il desiderio. È  un uomo solo, senza vincoli, senza legami, senza storia, con pochissimi o zero figli (i figli sono controindicati, ti costringono a risparmiare sui beni superflui, e se proprio devono nascere decidi tu quando e come). È un uomo che non ha lo sguardo verso il cielo, verso le stelle, ma su se stesso, sul suo inconscio, sulle paturnie o nevrosi, chiamiamolo come vogliamo (io e san Paolo preferiamo dire “l’uomo vecchio”). Un uomo che pensa di non avere bisogno di essere guarito, salvato, redento. Un uomo che pensava che senza obbedire a nessuno sarebbe stato meglio. E non basta la depressione generale a insinuargli dubbi in merito.
Prima l’arte era bella perché parlava della ricerca di Dio, adesso ritrae l’uomo che cerca se stesso, per questo è tendenzialmente brutta. Prima la letteratura mostrava il corpo a corpo dell’uomo col suo destino eterno, adesso si portano molto i racconti di piccole felicità trovate nelle piccole cose (si vincono anche i premi Strega così), adesso è l’epoca in cui un candidato al Nobel per la letteratura lancia l’idea di scrivere i dieci motivi per cui vale la pena vivere,  e mette in testa la mozzarella. È evidente, quando si vive per sé bisogna trovare in sé le ragioni. Ma non è che reggano tanto. Il punto è che noi siamo nani coi trampoli, siamo creature di fango che il soffio di Dio ha reso poco meno degli angeli. Noi da soli non siamo capaci di infinito, perché veniamo dal cuore di Dio e a lì vogliamo tornare.
Non che prima di questa idea di uomo la gente fosse tutta mistica, protesa all’infinito. Ma c’era un cielo sopra le teste, questo è sicuro, e la vita aveva una sua pedagogia. Era il tempo in cui il problema era come fare a vivere, non trovare una ragione per farlo. Quando si teme per la propria sopravvivenza è più facile prendere atto del fatto che non dipende da noi. Quanto al tema di soddisfare tutti i desideri, il problema non si poneva proprio (e il fatto di non soddisfarli li teneva vivi). Anche quando non è stata in questione la sua sussistenza, l’uomo viveva contenuto in una sorta di esoscheletro che lo teneva dritto, norme e convenzioni definivano il recinto dei suoi limiti.
Aperto e scoperchiato tutto, l’unico antidoto alla morte per estinzione dell’uomo occidentale è innanzitutto riconoscere e dichiarare il proprio bisogno, dichiarare la propria vulnerabilità. E può essere quella la ferita aperta, divenuta feritoia, che fa passare Dio, l’unico che può soddisfare il nostro infinito desiderio, quello per cui è fatto il nostro cuore. L’uomo secondo Cristo è un uomo meraviglioso, che fa figli e migliora il mondo e lo feconda e lo costruisce per loro, che salva il seme delle cose belle per i figli suoi e degli altri, che protegge i deboli, che cura i malati, visita i carcerati. L’uomo secondo Cristo fa le cose bene, non è un cialtrone: il buon samaritano, che Gesù stesso prende a esempio di amore per il prossimo, è uno che cura i suoi affari, e grazie a questo ha i soldi per pagare un albergatore che si prenda cura del ferito.  È un uomo che costruisce per domani perché sa che qui non è che l’inizio della sua vita, che è eterna. È un uomo che si sa amato teneramente dal Dio che ha inventato gli atomi e i ghiacciai, e il figlio del Re è padrone di tutto e libero, non ha nemici perché ha già vinto, e sa che l’unica battaglia che gli rimane è quella contro l’uomo vecchio, quella che gli impedisce di dire sì a Dio, e riconoscersi veramente figlio. E felice.

Il teologo perturbante



Anticipiamo ampi stralci di un articolo tratto dall’ultimo numero di «Vita e pensiero». Di Michel de Certeau è appena uscita la traduzione italiana del secondo volume di Fabula mistica. XVI-XVII secolo (Milano, Jaca Book, 2016, pagine XXXVII + 309, euro 30) curata da Silvano Facioni. Secondo l’edizione stabilita da Luce Giard e pubblicata nel 2013 da Gallimard, il libro raccoglie testi inediti o parzialmente dati alle stampe e analizza le “scritture mistiche”, trattando del Cusano, di Giovanni della Croce, Surin e Pascal e arrivando alle glossolalie studiate da Saussure.
(Natalie Zemon Davis) Michel de Certeau è conosciuto in Nord America solo nell’ambiente universitario, ma in Francia era una celebrità, considerato un insigne critico culturale, un innovativo storico della religione di inizio modernità nonché un pensatore religioso che nella vita e nel lavoro perseguiva una forma di cattolicesimo particolarmente impegnata, aperta e generosa. Al suo funerale a Parigi, nel 1986, tra i banchi della chiesa gesuita di Sant’Ignazio e tra le centinaia di persone in lutto stipate nella piazza antistante, si diffuse dagli altoparlanti la voce di Edith Piaf: Non, je ne regrette rien (“No, non rimpiango niente”). La canzone era stata preceduta dalla lettura sia della Prima Lettera ai Corinzi, nella quale Paolo afferma che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti», sia della poesia di un mistico del XVII secolo a proposito di un’“anima vagabonda” alla ricerca dell’amore divino in ogni parte del mondo. Questi versi, che erano stati richiesti dallo stesso Michel de Certeau, suggeriscono quanto singolare fosse la sua visione spirituale e accademica.
Che scrivesse di follia e misticismo nel XVII secolo, dei movimenti di resistenza sudamericani di ieri e di oggi o della pratica della vita quotidiana nel XX secolo, de Certeau aveva sviluppato uno stile peculiare nell’interpretazione delle relazioni sociali e personali.
A differenza di quanti descrivevano le società evocando quelle che egli chiamava le loro omogeneità ed egemonie — ciò che le unificava e le controllava — de Certeau intendeva identificare, all’interno dei sistemi di potere e di pensiero, la presenza creativa e perturbatrice dell’“altro”: l’estraneo, lo straniero, l’alieno, il sovversivo, l’elemento radicalmente differente. Lo individuò non solo nei modi in cui le persone immaginavano figure distanti da loro stesse (come nel celebre saggio di Michel de Montaigne sui “cannibali” dell’Amazzonia), ma anche in comportamenti e gruppi vicini e familiari, nelle onnipresenti tensioni al centro dell’intera vita sociale, dalla scuola alle istituzioni religiose, ai mass media.
Certo, negli anni sessanta e settanta, quando de Certeau stava acquisendo notorietà, in letteratura, filosofia e psicanalisi comparivano di continuo nozioni di “alterità”: la sua originalità consistette nei molteplici modi in cui concepì le figure dell’“altro” e la loro applicazione in numerosi contesti. Coniò il termine “eterologie” per descrivere le discipline nelle quali esaminiamo noi stessi in relazione all’alterità: la storia e l’etnografia, ad esempio, potrebbero essere “scienze dell’altro” se si confrontassero con le supposizioni spesso deformanti che includiamo nella nostra comprensione di epoche e luoghi diversi. Si occupò delle istituzioni accentratrici del passato per mostrare come definissero se stesse escludendo le voci e le convinzioni divergenti oppure fagocitandole.
Stato e Chiesa, tuttavia, non sono mai state le uniche fonti di potere e autorità nel medioevo e in epoca moderna. In movimenti religiosi come il misticismo o nel persistente sapere popolare, de Certeau vide sempre alternative vitali a quei due ambiti normativi. I suoi eroi sono spesso vagabondi, pellegrini, missionari e nomadi, come il visionario seicentesco Jean de Labadie, che iniziò da gesuita, passò poi a predicare in Francia e Svizzera una propria radicale forma di religione riformata e finì col fondare nei Paesi Bassi una comunità protestante.
Questa prospettiva e la vita stessa di de Certeau si prestano a interessanti confronti con quelle di due suoi contemporanei, Michel Foucault e Joseph Ratzinger, le cui opere e riflessioni si sono parimenti concentrate sull’analisi del potere e delle linee di confine fra le istituzioni. Tutti e tre furono toccati dalle proteste del Sessantotto. Il concetto chiave nell’interpretazione foucaultiana delle relazioni sociali e della comunicazione era il potere: appannaggio delle autorità centrali — monarchi, esperti di medicina, preti — riproduceva il proprio messaggio nella mente e nella coscienza degli individui.
Quanto a Ratzinger, i movimenti studenteschi del Sessantotto lo portarono a precisare la sua posizione sul concilio Vaticano II. Dal suo punto di vista, la dottrina della Chiesa non doveva cedere alle false influenze di secolarismo, relativismo, pluralismo religioso, soggettivismo e radicalismo economico.
Nato nel 1925 in Savoia, de Certeau da adolescente ne aveva percorso i sentieri montani portando messaggi ai combattenti della Resistenza contro l’occupazione tedesca. Nel 1944 intraprese gli studi per il sacerdozio e nel 1950 entrò nell’ordine gesuita scrivendo a un amico «Credo che Dio mi stia chiamando in Cina». Tempo addietro il celebre padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin aveva scritto i suoi libri di geologia e teologia proprio dalla Cina, ma nel 1949 il paese era stato occupato dai comunisti e ai gesuiti era stato ordinato di andarsene. Questa difficoltà aveva forse reso la partenza per la Cina ancor più allettante agli occhi di de Certeau, che però non riuscì mai a recarvisi. I suoi studi lo condussero nel pieno dell’esplosione del rinnovamento teologico guidato da Henri de Lubac, eroe della Resistenza cattolica, di cui divenne uno degli studenti prediletti a Lione. De Lubac scuoteva alla base i presupposti più rigidi e sfidava di continuo i confini convenzionali. In un saggio del 1946 in cui seguiva i mutamenti di significato della parola “soprannaturale” da Agostino in poi, arrivò a sfidare la netta distinzione fra il regno della natura umana e del mondo naturale, da un lato e, dall’altro, l’ordine soprannaturale e il divino. Il desiderio di Dio era “naturale” negli esseri umani, scriveva, ma solo perché Dio lo aveva infuso: un “prerequisito divino”. Per quanto soddisfacente questa visione potesse apparire agli occhi dei cattolici, membri importanti della gerarchia vaticana temettero che potesse indebolire la distinzione fra la Chiesa spirituale e i problemi mondani della quotidianità. Nel 1950 Pio XII ordinò a de Lubac di interrompere l’insegnamento pubblico e censurò il suo libro sul soprannaturale, cosa che tuttavia non impedì allo studioso di affermare, con una frase che de Certeau non dimenticò mai: «La Chiesa deve sempre lasciare tutte le porte aperte affinché per- sone di differenti opinioni possano arrivare alla verità».
De Certeau cominciò a scrivere ai tempi del seminario e sin dalle pubblicazioni iniziali emergono i suoi passi verso la “scienza dell’altro”. Poneva l’esperienza al cuore della vita religiosa, ma notava come vi fosse un profondo divario fra esperienza e desiderio spirituale: i credenti aspirano ad avvicinarsi a Dio, ma spesso lo sentono assente. Tale alienazione è inevitabile: nella concezione di de Certeau, la presenza di Dio può essere solo «imperfetta ed effimera», e nondimeno riconoscibile, se si comprende come i sentimenti umani mutino di minuto in minuto e come gli uomini fatichino nel trovare le parole per catturare quell’esperienza sino in fondo. Inoltre ogni esperienza religiosa, non importa quanto solitaria, è pervasa dalla presenza di altri, nella storia che ciascuno ha assorbito come nel linguaggio col quale si pensa e si prega.
De Certeau scoprì che l’esperienza di questa ricerca attraversava il diario spirituale del gesuita rinascimentale Pierre Favre, scritto durante i suoi viaggi di predicazione in Europa negli anni quaranta del Cinquecento, mentre cercava in se stesso segni dell’amore di Dio. Oggetto della sua dissertazione dottorale e da lui tradotto in francese dal latino e dallo spagnolo, il pellegrinaggio interiore di Favre esemplificava agli occhi di de Certeau «il sentimento del mistero che scaturisce dall’esperienza». Per de Certeau, tuttavia, quel mistero non era abbastanza profondo: fu perciò attratto dai “mistici selvaggi” del XVII secolo, in particolare dal gesuita Jean-Joseph Surin, che divenne — disse egli stesso — il suo “compagno”, «il fantasma che abita la mia vita». Surin non era un compagno tranquillo: predicatore errante e direttore di anime, alla ricerca di segni di Dio fra gli umili, nel 1634 Surin era stato chiamato a Loudun per praticare a Giovanna degli Angeli, priora delle Orsoline, un esorcismo contro i demoni che la possedevano. Riuscì a curarla ma al costo, volontariamente offerto, del suo stesso, fragile equilibrio emotivo. Soffrì in silenzio per quasi vent’anni in un’infermeria gesuita. Ne emerse nel 1656 e iniziò a scrivere con impeto sulla ricerca mistica, proclamando: «Vorrei la voce di una tromba, una penna di bronzo», «Vorrei che dalla mia penna si sprigionassero fiamme».
De Certeau passò al setaccio varie biblioteche per ritrovare i manoscritti delle opere di Surin, assieme alle sue lettere di confessione privata e di guida spirituale: le pubblicò nel 1963 e nel 1966, accompagnate da ampi commenti e riflessioni. Gli anni sessanta portarono altre scoperte: nella speranza di collegare teologia e psicologia, assieme a un piccolo gruppo di altri gesuiti de Certeau si volse allo studio della psicanalisi diventando, nel 1964, uno dei membri fondatori dell’École freudienne di Parigi, l’istituto di Jacques Lacan. De Certeau elaborò però una propria versione dei concetti sociali e storici di “altro”, superando gli esempi e le rigide categorie di Lacan. Alla morte nel 1981 del grande psicanalista, de Certeau lo descrisse come un girovago stravagante, che dava il proprio meglio nell’espressione delle proprie idee e nella pratica della psicanalisi, ma si rivelava un fallimento quando si lasciava prendere dalle faide infuocate delle istituzioni che aveva fondato.
Di particolare importanza, in quegli anni sessanta, furono i cambiamenti introdotti dal concilio Vaticano II. Da Parigi, de Certeau rispose con entusiasmo: a suo avviso le riforme sostenute dal concilio costituivano una “rottura” creativa con gli inflessibili schemi gerarchici del passato. Per esprimere l’esperienza delle persone, esse invocavano «molteplici linguaggi di fede» invece del remoto linguaggio clericale. De Certeau riteneva che il Vaticano II avrebbe dovuto portare la Chiesa a immergersi completamente nelle tematiche del mondo moderno, riconoscendo quanto ancora avesse da imparare su guerra e violenza, controllo delle nascite, tutto ciò che accadeva nelle città e su stampa e televisione (le reazioni di de Certeau al concilio Vaticano II sono state pubblicate nella rivista gesuita «Christus», 12, 1965, pp. 147-163, e 13, 1966, pp. 101-119; una sintesi si trova in François Dosse, Michel de Certeau: le marcheur blessé, 2002, cap. 8). Questo doveva essere il compito della Chiesa, non solo in Europa ma in tutto il mondo. Questo, pensava de Certeau, era stato lo spirito di Ignazio di Loyola e dei suoi compagni gesuiti all’inizio del XVI secolo. E tale sarebbe stato anche l’obiettivo di de Certeau fra il 1966 e il 1968 e negli anni successivi, durante i quali viaggiò spesso in America latina — soprattutto in Brasile e in Messico — attirato dai sacerdoti della teologia della liberazione, che lavoravano a contatto con i poveri e ritenevano che la Chiesa dovesse lottare contro la miseria sociale nella stessa misura in cui si impegnava per salvare le anime. Rimase molto colpito dalle forme di spiritualità popolare osservate durante i suoi viaggi e in quei movimenti messianici ed estatici non vide comportamenti aberranti che la Chiesa dovesse estirpare, bensì «la voce interiore di un continente ancora culturalmente cattolico». Scrisse anche parole di condanna per la pratica della tortura sotto la dittatura militare in Brasile.
Nel 1968 de Certeau interpretò il movimento studentesco con un’altra “rottura” creativa e nell’estate scrisse su un periodico gesuita: «Lo scorso maggio la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia. La piazzaforte occupata è quel sapere detenuto dai dispensatori di cultura, destinato a mantenere l’integrazione o la reclusione degli studenti lavoratori e operai entro un sistema che prestabilisce la loro funzione» (in La prise de parole. Pour une nouvelle culture, 1968; trad. it. La presa della parola e altri scritti politici, 2007, pp. 37-38).
Come aveva visto i mistici del XVII secolo alla difficoltosa ricerca di una lingua che potesse comunicare la loro esperienza, e così come aveva sollecitato la Chiesa a sviluppare forme molteplici di espressione per dar voce alla spiritualità moderna, allo stesso modo avvertiva ora che gli studenti protestavano per ampliare il proprio diritto di parola, in alcuni casi «mettendo in discussione l’intero sistema».
Questo discorso venne però presto “ricatturato” dalle istituzioni governative e accademiche che, disse de Certeau, invece di creare quella struttura pluralistica «invocata dagli eventi [del Maggio]», ovviamente restaurarono l’ordine gerarchico. Tuttavia, sosteneva, lo storico potrebbe tener viva la speranza di cambiamento, fornendo un resoconto lucido delle relazioni fra le istituzioni esistenti e gli studenti “altri”. Nel 1971 fu chiesto a de Certeau di inviare all’Institut Catholique di Parigi alcuni testi per un dottorato in teologia (ne possedeva già uno in studi religiosi): il suo saggio sul significato del cristianesimo fu respinto ma, invece di modificarlo per soddisfare i requisiti della facoltà, de Certeau lo pubblicò col titolo La rupture instauratrice. Seguirono altri saggi e persino un dibattito radiofonico con l’intellettuale cattolico progressista Jean-Marie Domenach. Gesù Cristo, sosteneva de Certeau, è la figura centrale, l’Altro, presente ma anche assente; la sua venuta e la sua morte hanno fondato il cristianesimo, ma l’evento significativo non è la crocefissione bensì il sepolcro vuoto. «Il “seguitemi” di Gesù viene da una voce eclissata, ormai irrecuperabile per sempre».
Eppure il cristiano vuole credere, vuole correre il rischio, e così intraprende un percorso verso Cristo: il carattere della vita cristiana, tuttavia, dev’essere compreso alla luce delle circostanze storiche. Nel mondo secolarizzato del tardo XX secolo — spiegava de Certeau — con strutture non religiose ovunque dominanti, le istituzioni della Chiesa non potevano essere il solo luogo dell’azione cristiana nel mondo.

L'Osservatore Romano

Mangiare e vomitare

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I giovani fanno sesso. Che atroce maniera di parlare . Fare sesso corrisponde al mangiare e vomitare delle persone bulimiche. Dentro fuori dentro fuori dentro fuori. Il sesso slegato dall'affettività , il sesso giocattolo. Che nauseante orrore , e che noia. Bisogna arrivare a 50 sfumature di sado maso per non morire di noia. Il profilattico puó dare gravidanze indesiderate e soprattutto di AIDS. Il profilattico una volta su 20 scappa o si rompe ( è un affaretto di gomma) e anche se messo bene le maglie del lattice possono deformarsi in microrotture e diventare più grandi del virus dell'aids e lo fermano il 95 % dei casi non il 100 %. La cosiddetta libertà sessuale , il sesso giocattolo , il sesso slegato dall'affettività, un'affettività profonda , è la maggiore causa di infelicità e solitudine eppure continua a essere considerata qualcosa di positivo . Anche la libertà alimentare? Mangiare e vomitare , mangiare tutto quello che vuoi quando vuoi e poi vomitarlo. Perché no? Dove è la differenza con il sesso giocattolo ? Mangio senza averne le conseguenze. Faccio sesso senza averne le conseguenze . Fare sesso. Come fare una doccia . Fate l'amore, fatelo veramente con una persona , non con un fantasma , dopo averlo scelto dopo aver detto "fino alla fine , se morirai prima di me io ti terrò la mano e se morirò prima di te tu terrai la mia". Impegnatevi davanti a tutto e scambiatevi la promessa oppure , questo è il senso del matrimonio cristiano, giurate a Dio che fino alla fine gli/le baderete, che mai sarà senza il vostro sostegno . È qui che fare l'amore diventa bellissimo , sacro.
Silvana de Mari

Crescete e moltiplicatevi...

paul_ehrlich


 (di Ettore Gotti Tedeschi su “La Verità” del 17/01/2017) Leggiamo su Life Site news del 12/1/2017 che la Pontificia Accademia delle Scienze avrebbe invitato ad esporre le sue tesi in Vaticano ,al fine di arricchire la cultura e valori cattolici, il prof.Paul R.Ehrlich , considerato  un  padre spirituale del neomalthusianesimo . Ciò è importante per il prestigio e competenza  del personaggio ( da non confondere con il tedesco Paul Ehrlich , padre della chemioterapia) ,che è un vispo  americano 85enne che ha insegnato all’università di Stanford  entomologia, con specializzazione nello studio dei lepidotteri, pensate !. Ehrlich   è stato  anche allievo di William Vogt , co-creatore della  famosa Planned Parenthood Federation of America,ma soprattutto  è  diventato famoso per un libretto scritto nel 1968 sulla necessità di fermare e controllare le nascite ( “La bomba demografica”) .
Come è capitato al suo illustre predecessore Robert Malthus , prete anglicano demografo ed economista ( 1766-1834) , anche Paul Ehrlich ha scritto cose di cui non sembra sapere  molto . Come Malthus, ha mal utilizzato numeri  e statistiche , e ha forzato le previsioni catastrofiche sul futuro dell’umanità .Per esempio ha previsto  che prima del 2000, grazie all’eccesso di popolazione insostenibile , centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame in Cina e India.  Ma mentre Malthus per frenare la crescita del numero di  esseri umani poteva  contare soprattutto su carestie , epidemie  e non sostegno alle famiglie bisognose ,  Ehrlich  in più ha potuto  disporre anche  delle scoperte in campo  eugenetico, potendo così esser più creativo.  Un grande economista , e ben più qualificato di Ehrlich ,  Colin Clark ( 1905-1989), insegnante ad Oxford e alla  London School of Economics , confutò, anzi meglio , distrusse  tutte le tesi neomalthusiane del club di Ehrlich ( “Il mito dell’esplosione demografica”-Ares 1973) , ma la forza di pressione della FAO  ( Food and Agricultural Organization  – United Nation)  riuscì ad  “ oscurare “ lui , le sue tesi  e farlo ignorare.
Ma ad  Ehrlich dovrebbe anche  attribuita la sua parte di  responsabilità per le  conseguenze delle sue teorie sbagliate , cioè la responsabilità della crisi economica mondiale  dovuta al crollo della natalità nel mondo occidentale  . Le tesi di Ehrlich & co.,  fatte proprie dal manifesto del Rapporto Kissinger  sul nuovo Ordine mondiale ,furono  opportunamente divulgate, spiegate ed imposte , riuscendo  a indottrinare  il mondo occidentale che le ritenne essere   elaborate per il bene dell’umanità . Invece  han creato  povertà diffusa, squilibri sociali , maggiori diseguaglianze ed ingiustizie.  Quelle che sembrano preoccupare tanto il nostro Papa ,  a cui però non hanno spiegato chi ne è di fatto co-responsabile , tanto da invitarlo a casa .
Vedete , io credo che chi  è riuscito ad imporre queste tesi sulla sovrappopolazione , censurando gli oppositori, facendoli escludere dai dibattiti ( un po’ come è avvenuto ed avviene per il tema ambientalismo) , dovrebbe esser sottoposto  ad una  specie di virtuale e misericordioso “processo di Norimberga” per crimini verso l’umanità. Invece temo possa esser  nobilitato con  qualche onorificenza  e magari chiamato a fare da consigliere per la prossima Enciclica ,che a questo punto è prevedibile possa chiamarsi  “ Non sicut lepores” ,  che in pratica vuol dire “non siate come i conigli”. Ma  non nel senso  di esortare a non  mancare di coraggio , bensì esortare a smetterla di  riempire la terra di mocciosetti  ,  inquinanti e futuri “cancri” del pianeta. 
Qualcuno mi ha spiegato che non c’è da meravigliarsi ,se si riflette su chi sono stati gli ospiti  della Pontificia Accademia  invitati in Vaticano sia per illustrare le loro tesi , sia per consigliare cosa dire in documenti di magistero, per esempio sull’ambiente ( J.Sachs, Ba Ki-moon…) . Ma io ho contestato questa spiegazione ,  rispondendo che queste persone , che hanno visione così distante da quella che dovrebbe esser quella cattolica , vengono  invitate per esser convertite , come è infatti successo ai personaggi citati , oggi  infatti tutti  in ritiro spirituale “ ignaziano” . Trovo infatti sia più opportuno e caritatevole occuparsi  di loro coinvolgendoli , piuttosto che di quattro cardinali disobbedienti ed insolenti. Ironia fin troppo facile a parte  ,  chi si occuperà prima o poi dei meriti o demeriti di Ehrlich sarà quella parte di mondo che capirà , prima o poi , chi ha originato la crisi economica , sociale e politica , che stiamo vivendo. Per chi invece dovrebbe occuparsi  dei meriti o demeriti di chi lo ha voluto  in Vaticano , suggerisco la seguente “punizione” da dare : scrivere un milione di volte la seguente frase : “Benedixitque illis Deus , et ait :  crescite et multiplicamini et replete terram et subicite eam…”(Gen,1-28). Che in pratica si potrebbe tradurre  : “ crescete  e moltiplicatevi , altrimenti  non si può creare benessere e non  si  può difendere l’ambiente… (di Ettore Gotti Tedeschi su “La Verità” del 17/01/2017)

Renzi, ma che cxxxo dici?



Renzi e il vizietto del voto cattolico
di Angela Pellicciari

E’ a tal punto strabiliante, che si fa fatica a rendersene conto. Che quasi quasi passa liscia senza suscitare un sussulto di sdegno. Il 15 gennaio Ezio Mauro ha intervistato Renzi su Repubblica. Si trattava di fare un bilancio: le ragioni della sconfitta e quelle della ripartenza. Quasi subito Renzi fa un elenco del perché (dei cittadini intelligenti, sottinteso) avrebbero dovuto sostenerlo e dice:Vede, il Pd potrebbe vantarsi di un Jobs act votato dalla sinistra, di unioni civili votate dai cattolici..”. E questa, bisogna ammetterlo è un’affermazione strabiliante. Renzi continua a vantarsi delle “unioni civili” approvate dal suo governo e, senza alcuna esitazione né alcun pudore, aggiunge: “votate dai cattolici”.
Forse bisogna ricordare cosa dice la Scrittura dei rapporti omosessuali, rapporti che oggi la società riconosce come un bene da tutelare civilmente (ed economicamente). Ci limitiamo a due citazioni: una dal Vecchio, l’altra dal Nuovo Testamento. Il versetto 13 del capitolo 20 del Levitico dice: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”; nel primo capitolo della lettera ai Romani di San Paolo (versetti 26-32) si legge: “le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini”, “E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”. Ovviamente qui non si allude alla pena di morte, ma alla vita spirituale. 
Alla luce di tutta la Scrittura nonché di tutta la tradizione fino al Catechismo è possibile che un “cattolico” voti per legittimare, e quindi definire buone, unioni fra persone dello stesso sesso?
Nel vantarsi di aver portato i cattolici a votare per le unioni civili sembra che Renzi non si renda conto di quello che dice. A meno che qualcuno all’interno delle gerarchie ecclesiastiche non gli abbia assicurato il suo sostegno.
Quello che è certo è che le affermazioni scandalose di Renzi a riguardo dei cattolici e le unioni civili non hanno suscitato nessuna eco né nella stampa cattolica né in quella laica. Che ci sia una parte considerevole di monsignori che pensa che la rivelazione vada aggiornata tenendo conto delle loro private inclinazioni? O che ci sia qualcuno che pur di continuare a godere di un beneficio sociale giustamente riconosciuto alla Chiesa come l’8 per mille, ritenga giusto piegarsi alle esigenze della modernità vincente?
In ogni caso non sembra che l’analisi di Renzi sul voto sia scesa troppo in profondità: non solo ha raccontato storie fantastiche sullo sviluppo nazionale, non solo ha procurato mance per garantirsi il voto, non solo ha sistematicamente occupato tutti i mezzi di comunicazione per propagandare sé stesso e il suo governo, non solo ha ignorato i poveri, i giovani e le famiglie. Renzi ha fatto molto di più: ha portato il paese sede della cattedra di Pietro a obbedire ai diktat della gnosi internazionale per distruggere la famiglia e, quindi, la vita. E se ne è vantato.
Forse non sarebbe male che anche Renzi, che anche i politici “cattolici”, ricordassero che, dopo tutto, la storia la conduce Dio.

Passi verso la meta



http://m.famigliacristiana.it/
La Settimana di preghiera per l’ unità dei cristiani è un’ iniziativa ecumenica di preghiera nel quale tutte le confessioni cristiane pregano insieme per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo stesso. Questa iniziativa è nata in ambito protestante nel 1908 e nel 2008 ha festeggiato il centenario. Dal 1968 il tema e i testi per la preghiera sono elaborati congiuntamente dalla commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, per protestanti e ortodossi, e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’ Unità dei Cristiani, per i cattolici.

Perché si celebra dal 18 al 25 gennaio?

La data tradizionale nell’ emisfero nord, va dal 18 al 25 gennaio, data proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo; assume quindi un significato simbolico. Nell’ emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste (come suggerito dal movimento Fede e Costituzione nel 1926), periodo altrettanto simbolico per l’ unità della Chiesa.

Quando nasce?

In realtà, la prima ipotesi di una preghiera per l’ unità delle Chiese, antenata dell’ odierna Settimana di preghiera, nasce in ambito protestante alla fine del XVIII secolo; e nella seconda metà dell’ Ottocento comincia a diffondersi un’ Unione di preghiera per l’ unità sostenuta sia dalla prima Assemblea dei vescovi anglicani a Lambeth (1867) sia da papa Leone XIII (1894), che invita a inserirla nel contesto della festa di Pentecoste. Agli inizi del Novecento, poi, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Joachim III scrive l’ enciclica patriarcale e sinodale Lettera irenica (1902), in cui invita a pregare per l’ unione dei credenti in Cristo. Sarà infine il reverendo Paul Wattson a proporre definitivamente la celebrazione dell’ Ottavario che lo celebra per la prima volta a Graymoor (New York), dal 18 al 25 gennaio, auspicando che divenga pratica comune.
Nel 1926 Il movimento Fede e Costituzione dà avvio alla pubblicazione dei Suggerimenti per l’ Ottavario di preghiera per l’ unità dei cristiani (Suggestions for an Octave of Prayer for Christian Unity), mentre nel 1935 l’ abate Paul Couturier, in Francia, promuove la Settimana universale di preghiera per l’ unità dei cristiani, basata sulla preghiera per «l’ unità voluta da Cristo, con i mezzi voluti da lui». Nel 1958 Il Centre Oecuménique Unité Chrétienne di Lione (Francia) inizia la preparazione del materiale per la Settimana di preghiera in collaborazione con la commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Nel 2008 viene celebrato solennemente, in tutto il mondo, con vari eventi, il primo centenario della Settimana di preghiera, il cui tema «Pregate continuamente!» (1Ts 5,17) manifestava la gioia per i cento anni di comune preghiera e per i risultati raggiunti.

Come si celebra e chi sceglie i testi?

Attualmente la Settimana si celebra con un tema generale, e a partire da un passo biblico appositamente scelto e da un sussidio elaborato congiuntamente, a partire dal 1968, dalla commissione Fede e costituzione del CEC (protestanti e ortodossi) e dal Pontificio consiglio per la promozione dell’ unità dei cristiani (cattolici), “antenato” del Segretariato per l'unione dei cristiani voluto da Giovanni XXIII. Per il 2017 il tema scelto è: L’ amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione (cfr. 2 Corinzi 5, 14-20) e il materiale è stato raccolto da un gruppo ecumenico della Germania — Commissione preparatoria riunitasi a Wittember.
Questi materiali in genere includono:
  • indicazioni per un servizio liturgico ecumenico, da utilizzare specialmente durante la messa o il culto domenicale, ma anche nelle veglie comuni di preghiera organizzate localmente tra le Chiese di diverse confessioni,
  • un'introduzione al tema della settimana
  • una descrizione della situazione ecumenica della regione da cui proviene il materiale prodotto
  • letture e meditazioni bibliche per ciascuno degli otto giorni dell'ottavario.

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(Stefania Falasca) In un'epoca ecumenica, come quella che stiamo attraversando, con cinquant'anni di dialogo ecumenico alle spalle e una rinnovata comprensione della storia e della teologia, può anche accadere che la festa di un ateneo cattolico venga dedicata alla Riforma protestante. Alla vigilia della tradizionale Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, che si apre oggi, alla Pontificia Università Antonianum la festa dell'università - che ricorda la proclamazione di Antonio da Padova quale Dottore della chiesa - lunedì ha avuto per tema «Nuove letture della Riforma».
Inusuale però è anche il fatto che fra i tre oratori vi fosse l'arcivescovo luterano di Uppsala, Antje Jackelén, che il 31 ottobre ha accolto a Lund in Svezia papa Francesco in occasione della commemorazione congiunta cattolico-luterana per il quinto centenario della Riforma. «Come luterani vogliamo ricordare questi cinquecento anni con responsabilità e rinnovata consapevolezza ecumenica» ha affermato l'arcivescovo donna, che nel suo intervento ha sottolineato come il percorso dalla pubblicazione del documento luteranocattolico, Dal conflitto alla comunione, abbia portato alla preghiera comune di Lund. «Quel testo - ha ricordato - esprime un accordo tra le due confessioni sulla descrizione-narrazione della storia del XVI secolo e, al tempo stesso, definisce alcuni imperativi ecumenici per il futuro, la cui importanza va oltre il dialogo tra cattolici e luterani tanto da potersi applicare a qualsiasi altro dialogo ecumenico». Il fatto è che la Commissione luterano-cattolica sull'unità ha lavorato instancabilmente per giungere a una comprensione comune della commemorazione. E il documento riconosce che entrambe le tradizioni si accostano a questo anniversario distinguendo gli aspetti polemici dagli stimoli teologici della Riforma, mentre i cattolici sono ora in grado di comprendere anche la sfida di Lutero alla Chiesa di oggi, definendolo come un «testimone del Vangelo» (n.29). Così, dopo secoli di reciproche condanne e vilipendi, nel 2017 i cristiani luterani e i cattolici, per la prima volta, commemorano insieme l' inizio della Riforma. Ed è proprio da questa comune dichiarazione, e in considerazione del più ampio contesto ecumenico, che è scaturito il tema della Settimana di quest'anno: «L' amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione» (2 Cor 5,14-20). A partire da questo tema sono stati preparati e pubblicati i testi presentati dal Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e dalla Commissione del Consiglio ecumenico delle Chiese. È stato quindi nel contesto del quinto centenario della Riforma che il Consiglio delle Chiese in Germania, su invito del Consiglio ecumenico delle Chiese, ha accettato l'incarico di redigere il testo per la Settimana di preghiera 2017. Una Commissione composta da dieci rappresentanti delle Chiese cattolica, ortodossa e protestante si è riunita tre volte nel biennio 2014-2015 per riflettere su questa Settimana e commemorare la Riforma luterana. Quando il Comitato organizzativo tedesco si riunì nell' autunno del 2014 risultò subito chiaro che il materiale per la Settimana di preghiera 2017 doveva avere due punti focali: da una parte una celebrazione dell' amore e della grazia di Dio, la «giustificazione dell' umanità solo per grazia», che rifletteva l'istanza cruciale delle Chiese marcate dalla Riforma di Martin Lutero; dall'altra il dolore della conseguente, profonda divisione che ha segnato le Chiese, chiamando per nome le colpe e prospettando opportunità per offrire passi di riconciliazione. È stata infine l'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium a suggerire l'indirizzo definitivo per quest'anno con la citazione-chiave, al paragrafo 9: «L'amore di Cristo ci spinge». È infatti «l'amore di Cristo» che «spinge verso la riconciliazione» a celebrare l' irrevocabile riconciliazione che abbiamo ricevuto mediante la fede in Gesù Cristo. È «l'amore di Cristo» che diviene «la forza trainante che ci muove oltre le nostre divisioni verso atti di riconciliazione, confessando il nostro peccato di divisione e la nostra richiesta di perdono». E se sarà il Papa, come di consueto, a chiudere la Settimana di preghiera il 25 gennaio nella basilica di San Paolo, «è importante sottolineare nella prospettiva di questa Settimana di preghiera - ci spiega monsignor Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani - la centralità della Scrittura e della grazia che salva nella vita della Chiesa, e che sono i comuni cristiani a dare testimonianza di ecumenismo spirituale nella ricerca dell'unità voluta da Cristo». Non si può tuttavia non ricordare come questa Settimana cada all'inizio di un nuovo anno che raccoglie il testimone di importanti gesti e avvenimenti ecumenici nel corso del 2016: la visita congiunta del Papa con il Patriarca ecumenico Bartolomeo e il Patriarca di Atene Hieronimo nel campo profughi dell'isola di Lesbo, in Grecia, il 16 aprile; l'incontro di papa Francesco con il Patriarca Kirill di Mosca a Cuba il 12 febbraio e con il Patriarca Ilia in Georgia il 30 settembre, il Concilio panortodosso in giugno e il Documento di Chieti siglato tra cattolici e ortodossi sulla sinodalità e il primato, in settembre. Tutti incontri e viaggi che aiutano la fratellanza a crescere. «È il motus in fine velocior, per dirla secondo quel processo espresso nella fisica aristotelica» ha ricordato il Papa nell'intervista che mi ha concesso per Avvenire, aggiungendo che «è il cammino dal Concilio che va avanti, s'intensifica. Ma è il cammino, non sono io. Questo cammino è il cammino della Chiesa. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce». E sul senso e la necessità della preghiera per l'unità ricorda che «Gesù stesso prega il Padre per chiedere che i suoi siano una cosa sola, perché così il mondo creda. È la sua preghiera al Padre». Anche perché, riprende, «da sempre il Vescovo di Roma è chiamato a custodire, a ricercare e servire questa unità. Sappiamo anche che le ferite delle nostre divisioni, che lacerano il corpo di Cristo, non possiamo guarirle da noi stessi. Quindi non si possono imporre progetti o sistemi per tornare uniti. Per chiedere l' unità tra noi cristiani possiamo solo guardare Gesù e chiedere che operi tra noi lo Spirito Santo. Che sia lui a fare l'unità. Nell'incontro di Lund con i luterani ho ripetuto le parole di Cristo, quando dice ai suoi discepoli: 'Senza di me non potete fare nulla'». Il Papa quindi sottolinea che «il proselitismo tra cristiani è in se stesso un peccato grave perché contraddice la dinamica stessa di come si diventa e si rimane cristiani». E ha ribadito «come tutti i passi ecumenici sono un passo avanti per far comprendere lo scandalo della divisione, che ferisce il corpo di Cristo e che anche di fronte al mondo non possiamo permetterci». Francesco perciò sottolinea che «in questo momento storico l'unità si fa su tre strade: camminare insieme con le opere di carità, pregare insieme, e poi riconoscere la confessione comune così come si esprime nel comune martirio ricevuto nel nome di Cristo, nell'ecumenismo del sangue... Tutte espressioni di unità visibile». Come visibile ed eloquente, per un cammino indirizzato verso un punto di non ritorno, è anche la piena sintonia e comunione spirituale che unisce il successore di Pietro al successore dell'apostolo Andrea, il Patriarca Bartolomeo. Ricevendoci nella sua residenza al Fanar di Istanbul, mentre ricordava le ultime sue visite in Italia a Lecce e Bari, Bartolomeo ha recentemente parlato dell'affetto genuino ricevuto dai fedeli cattolici che lo hanno accolto come fosse un vescovo cattolico: «La gente non fa differenza, questo è l'avanzamento della vera comunione. La gente è per l' unità, per l'ecumenismo. Quelli che sono contro sono pochi, da voi e da noi, la grande maggioranza del popolo desidera l'unità. Perché la divisione non può continuare usque ad vitam aeternam... È stato un errore umano. La volontà di Cristo è la piena comunione. Allora possiamo lavorare e pregare, e questa divisione avrà fine».

Avvenire

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“Riconciliazione – L’amore di Cristo ci spinge”. Messaggio congiunto dei Presidenti del CCEE e della KEK in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2017 
CCEE 


Cari fratelli e sorelle in Cristo, l’amore di Cristo ci spinge (2 Corinzi 5:14)! Una grande verità è contenuta in questo versetto tratto dalla seconda lettera di San Paolo ai Corinzi che ispira quest’anno la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. La storia del Cristianesimo in Europa è segnata da dolorosi periodi di divisione, mutua condanna e persino violenza. Mentre alcune chiese si preparano a celebrare il 500° anniversario dagli inizi della Riforma Protestante, ci viene ricordato ancora una volta il nostro difficile passato. Ricordare questi eventi e confrontarci con la nostra storia è una preziosa opportunità  (...) 


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Card. Gracias: Preghiamo insieme per l’unità dei cristiani 
AsiaNews 
(Nirmala Carvalho) Per la prima volta a Mumbai la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani viene organizzata da cattolici e pentecostali. L’arcivescovo presiederà la preghiera ecumenica il 20 gennaio. Leader cristiano: “Le divisioni sono terreno fertile per i radicali indù che vogliono demolire le icone cristiane di carità, educazione e assistenza ai malati”. (...)



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La Settimana di preghiera dedicata a Lutero 
Riforma.it 

(Gian Mario Gillio) La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (Spuc), che si celebra ogni anno e in tutto il mondo dal 18 al 25 gennaio, quest’anno vede una proposta importante – promossa dal Consiglio delle Chiese cristiane della Germania (Ack) e dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) –, dedicare alla Riforma e a Lutero le celebrazioni e le preghiere che si terranno a Wittenberg. (...)