mercoledì 22 febbraio 2017

Non potete servire Dio e Mammona!


Mosaico di Musrara (particolare), VI sec., Gerusalemme (nei pressi della porta di Damasco).

26 febbraio 2017
VIII domenica del tempo ordinario
di ENZO BIANCHI

Brevi note sulla prima lettura

Isaia 49,14-15

Se nel brano evangelico di oggi Dio è narrato da Gesù come “Padre” che ama i suoi figli, li custodisce e si prende cura di loro, Isaia lo contempla come Madre. Accanto all’immagine del padre, è eloquente anche quella della madre che non può dimenticare il figlio, carne della sua carne, da lei portato in grembo per mesi. E anche se qualche volta accade (ma solo per follia!) che una madre dimentichi il suo bambino, Dio invece non dimentica mai i suoi figli. La città di Gerusalemme, desolata dopo la sua distruzione, si lamenta gridando: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”; ma in verità l’amore del Signore è per sempre (le-‘olam), gratuito, fedele, è amore di tenerezza materna, è amore paterno che sceglie e fa alleanza per sempre.

Mt  6,24-34
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«24 Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31 Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.»

Sempre all’interno del “discorso della montagna” Gesù indica ai discepoli la “giustizia” che trascende quella praticata da scribi e farisei (cf. Mt 5,20). La giustizia che egli chiede è conformità alle esigenze dell’alleanza, la quale esige innanzitutto un’opzione di vita, di comportamento. Per questo le parole di Gesù non allettano gli ascoltatori, ma li mettono in guardia fino a scoraggiarli: “Nessuno può servire due signori (kýrioi)”. Com’è possibile che ci siano molti signori? Certo, c’è un solo Dio e un solo Signore, ma gli umani fabbricano, creano dèi e signori ai quali prestare adorazione e servizio. Lo ricorda anche l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori (kýrioi) –, per noi c’è un solo Dio … e un solo Signore, Gesù Cristo” (1Cor 8,5-6).
Tra i signori creati dagli esseri umani vi è Mammona, il denaro, la ricchezza. Gesù si serve di un termine aramaico, Mamòn, presente anche negli scritti di Qumran nell’espressione “Mammona d’iniquità” (che ricorre significativamente, in greco, anche in Lc 16,9), quasi a personificare questa potenza che aliena gli uomini e le donne, li rende suoi schiavi, chiedendo loro di porre in lei la loro fiducia (non a caso il termine è legato alla radice semitica ’aman, che indica l’aderire con fede). Sì, le ricchezze e il denaro, mezzo decisivo del rapporto tra gli uomini e i beni materiali, mezzo al quale non è possibile sottrarsi, possono diventare dei signori, dei padroni, capovolgendo la logica del rapporto: da strumento, da mezzo di servizio, a padroni che chiedono di essere serviti. La ricchezza diventa allora facilmente un idolo e “l’idolo è un falso antropologico, prima di essere un falso teologico” (Adolphe Gesché). Ecco perché il discepolo di Gesù, chiamato a diventare un servo del Dio vivente, non può prestare alcun servizio al dio denaro, non può restare in un silenzio complice quando la ricchezza, come un Moloch, divora i poveri, quelli che per l’appunto mancano del denaro e dei beni di sussistenza.
C’è un’alternativa secca di fronte a ciascuno di noi nel rapporto con la ricchezza: o la si condivide, fino a sapersi spogliare di essa, oppure essa ci aliena, ci rende schiavi. E certo non è difficile essere consapevoli di questa realtà, la quale oggi più che mai ha la sua epifania sotto i nostri occhi: profitto, guadagno, possesso, lusso in mano a pochi, e d’altra parte povertà fino alla fame per la maggior parte dell’umanità. È questione di libertà da se stessi, di giustizia nel rapporto con gli altri. Quando una persona vive per l’accumulo di ricchezza, pensa di trovare sicurezza nel possedere sempre di più e guarda al denaro come a uno strumento di salvezza della propria vita, allora nel suo cuore non c’è più posto né per gli altri né per Dio. Il discepolo deve dunque scegliere, senza tentare compromessi, sulla base di un discernimento che impone un aut aut:
o il servizio al Dio vivente e liberatore,
oppure la schiavitù al dio Mammona, alla ricchezza che aliena e acceca.
Non si può appartenere a Dio e al denaro, non si può sperare nell’uno e nell’altro, non si può avere fede nell’uno e nell’altro.
Per resistere a questa potenza malefica, Gesù indica allora un primo atteggiamento da assumere come segno della fede, dell’adesione al Signore: “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete”. Nell’accogliere questa esortazione occorrono discernimento e intelligenza: Gesù non è un sognatore che non conosce e non aderisce alla realtà, sa bene che la vita è un duro mestiere e che per vivere occorre faticare, lavorare ed essere anche previdenti. Nessuna ingenuità! E certo queste parole possono essere stravolte se gridate ai poveri, agli affamati… Le parole di Gesù pongono invece l’accento su un atteggiamento errato, quello della preoccupazione (merímna), cioè quell’ansia ossessiva che si impadronisce delle persone, si insinua nel loro cuore e finisce per muoverle, togliendo loro ogni possibilità di reazione e di resistenza. Sempre nel vangelo secondo Matteo viene ricordata un’affermazione di Gesù sulla “preoccupazione (merímna) mondana e la seduzione della ricchezza che soffocano la Parola seminata nel cuore degli ascoltatori” (cf. Mt 13,22). Preoccupazione significa essere occupati soprattutto da qualcosa, e se l’oggetto della preoccupazione è il denaro, la sicurezza della vita, allora il cuore è sequestrato da una philautía, da un amore narcisistico di sé che impedisce ogni relazione e comunione.
Per questo Gesù invita a guardare gli uccelli del cielo, a contemplare i gigli dei campi. Sguardo poetico? Sì, ma non solo. Attraverso questa contemplazione si tratta infatti di porci nel mondo credendo alla bontà della vita, alla presenza di Dio, al suo amore che non va mai meritato. Si tratta di sentirci amati, di percepire che esistiamo grazie a qualcuno che ci ha voluti e creati e anche per qualcuno. C’è un’altra parola di Gesù che dobbiamo accostare a quella sugli uccelli de cielo, per capirla meglio. Quando Gesù dice: “Non cade a terra un passero senza il Padre vostro” (cf. Mt 10,29), non dice che un passero cadrà perché Dio lo vuole, ma che non cadrà abbandonato da Dio! E così, guardando i gigli dei campi colorati e tessuti in modo molto più bello degli splendidi vestiti di Salomone, possiamo almeno intuire la cura che Dio ha per tutte le sue creature e dunque anche per noi, che siamo suoi figli e figlie.
Questa è la vera provvidenza di Dio! Non un’affermazione che ci spinge al disimpegno, che ci invita solo a un’attesa passiva dell’intervento di Dio, che ci induce all’irresponsabilità, ma una fede che ci fa credere all’essenziale, liberandolo da tutto ciò che ostacola la pienezza della vita. “Dio pro-vede” significa che egli vede anticipatamente, vede prima e vede “in favore di”. Qui sta il fondamento della fiducia in Dio, fiducia come atto semplice di adesione, come capacità di contare su di lui e abbandonarsi al suo amore. Il discepolo deve bandire da sé il tipico atteggiamento dell’uomo religioso pagano: non moltiplicare le preghiere per essere esaudito, non affaticare Dio con richieste insistenti (cf. anche Mt 6,7-8), non vivere con angoscia e paura davanti a lui, ma semplicemente credere che egli è un Padre che ama anche chi non lo merita, chi non è capace di meritare il suo amore.
Se c’è un compito sempre urgente per il discepolo, esso consiste nella ricerca del regno di Dio: occorre cioè cercare che Dio regni veramente nella nostra vita, vivendo quella giustizia che richiede condivisione di ciò che si ha, comunione in ciò che si spera, saldezza fiduciosa in ciò che si crede. Questo atteggiamento non è facile: sovente siamo in ansia, temiamo soprattutto quando guardiamo al futuro, al domani, in particolare se siamo anziani e la precarietà ci invade. Ma proprio in questa vita che passa ci è chiesto di aderire all’“oggi di Dio”, senza voler assicurarci il domani né possederlo: il domani è di Dio e non ci appartiene. Arte del cristiano è dunque
ricordare il passato;
vivere l’oggi, l’hic et nunc, come adesione alla realtà e ora decisiva dell’ascolto
della voce di Dio (“Ascoltate oggi la sua voce!”: Sal  95,7);
andare verso il futuro, nella certezza che in esso c’è la venuta del Signore, la vita eterna.

Mosaico di Musrara, VI sec., 7x4 metri, tessere musive policrome, Gerusalemme (nei pressi della porta di Damasco).

Mosaico particolare del vaso
Mosaico particolare del vaso
Nell’immaginario delle prime generazioni cristiane gli uccelli sono stati utilizzati sia come elemento decisamente decorativo sia con un valore molto più simbolico. Le decorazioni delle case romane riportano numerosi affreschi e mosaici con rappresentazioni di uccelli, è da questo stile e da questo immaginario che i cristiani attingeranno per le loro rappresentazioni.
Un esempio raffinato è quello del mosaico pavimentale detto di Musrara a Gerusalemme vicino alla porta di Damasco. Il mosaico è stato scoperto tra il 1892 e il 1893 e risale al VI secolo.
Questa pavimentazione testimonia l’utilizzo certamente liturgico dell’ambiente per il quale è stato realizzato. Ha una lunghezza di sette metri ed è largo più di quattro.
Da un vaso finemente decorato partono dei tralci di vite all’interno dei quali trovano spazio diversi uccelli. Al fianco del vaso due pavoni.
Mosaico particolare dei tralci
Mosaico particolare dei tralci
La vite ha chiaramente un significato legato al passo di Giovanni 15,1-11. Gesù è la vigna, il Padre il vignaiolo e i fedeli i tralci dal quale si richiede il frutto.
In questo mosaico si aggiunge inoltre la presenza degli uccelli alcuni intenti a beccare i grappoli di uva che pendono dalla vite. Se la vite è Cristo, cibarsene vuol dire partecipare della sua vita, essere un corpo solo, partecipare all’eucaristia che è pane e vino.
Ogni tralcio è un fedele e ad ogni tralcio corrisponde un uccello anch’esso quindi simbolo del fedele. In questo solco simbolico si inserisce il brano del vangelo di questa domenica che ricorda ai fedeli di guardare agli uccelli come memoria dell'attenzione da parte di Dio verso di loro. il Signore provvede a loro e tanto di più provvederà a noi che valiamo più di molti passeri! (Lc 12,7).
Mosaico particolare della gabbia (nel cerchio rosso)
Mosaico particolare della gabbia (nel cerchio rosso)
Come ci ricorda fr. Enzo nel commento a questo brano siamo chiamati a non farci prendere dalla preoccupazione, ma a vivere l’oggi in Dio. Per ricordare al fedele di non lasciarsi prendere dalle preoccupazioni in questo mosaico sull’asse principale un solo uccello è in gabbia: l’unico uccello che non può avvicinarsi ai grappoli che gli pendono ai lati. Le preoccupazioni sono diventate più forti della sua capacità di affidarsi al Signore e rischia di restare bloccato.
Mosaico particolare dell'iscrizione
Mosaico particolare dell'iscrizione
Un ultimo accenno all’iscrizione che si trova sulla sommità del mosaico, è in lingua armena e dice:”In memoria e per la salvezza di tutti gli Armeni, dei quali il Signore conosce i nomi”. Era quindi nella volontà dei committenti del mosaico ricordare attraverso i tralci e gli uccelli tutti i credenti di cui il Signore conosce il nome e di cui si prende cura nel presente e lo farà nel futuro.

fr. Elia

La dignità del fine vita. Approcci diversamente cattolici....


Nancy Borowick, A Life in Death (Una vita nella morte), progetto fotografico premiato al World Press Photo del 2016.
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di ENZO BIANCHI
Quando Samuel Huntington teorizzò lo “scontro di civiltà”, su queste colonne osai preconizzare che nel nostro paese non ci sarebbe stato questo scontro, ma che avremmo vissuto invece uno scontro di etiche: fino a qualche decennio fa, infatti, l’etica cristiana cattolica era in larga parte ispiratrice anche dell’etica laica, ma nell’epoca del pluralismo sono apparse nella nostra società etiche diverse. Così in questi anni assistiamo a un confronto aspro, segnato da ideologie e privo di quella serenità che sarebbe auspicabile per compiere un cammino di umanizzazione condiviso da appartenenti e non appartenenti a religioni diverse.
Nel nostro paese lo scorso anno il tema divisivo era quello delle unioni civili e il mondo cattolico militante ha dato battaglia fino all’ultimo, subendo poi l’esito di una legge da esso ritenuta in contrasto con l’etica cattolica. Attualmente lo scontro sta avvenendo, almeno per ora con toni meno accesi, attorno alla prevista legislazione sul testamento biologico e sui trattamenti di fine vita. Un confronto, va detto con chiarezza, che resta difficile in un paese dove manca una cultura dell’alleviamento del dolore, dove l’accesso alle cure palliative resta lacunoso e in alcune aree praticamente assente, in una società in cui non c’è informazione né educazione sul morire e dove si è ormai smarrita la sapienza e la naturalezza con cui in passato si affrontava questa sfida. I militanti del diritto all’eutanasia così come quelli della vita da conservare a ogni costo per ora non sembrano impegnati a fornire un discorso convincente e articolato, ma paiono preoccupati gli uni che ci sia una legge in materia, gli altri che questa invece non sia assolutamente emanata.
Quando si ascolta “la gente”, si constata una paura sorda e muta nell’affrontare questo argomento. C’è sì rimozione della morte, ma soprattutto timore grande per ciò che potrà accadere, per mancanza di fiducia nei medici e nelle strutture sanitarie: i più temono un’estensione abusiva del diritto all’eutanasia, una sorta di pratica della morte procurata per ragioni economiche, cioè contro le persone anziane a carico della collettività; ma fa paura anche l’idea di finire nelle mani di persone che decidono senza ascoltare le ragioni del paziente e dei famigliari e che vogliono prolungare le cure secondo il loro giudizio o per interessi estranei al morente. Oggi c’è coscienza del diritto a morire con dignità, soffrendo il meno possibile e questa, unita alla centralità acquisita dal soggetto umano nella nostra cultura, richiede sia il testamento biologico sia una normativa sui trattamenti di fine vita.
Da parte mia ritengo necessario e urgente che ai cittadini sia consentito di redigere un “testamento biologico” o una “dichiarazione anticipata” avente rilevanza legale che precisi le condizioni auspicate per il proprio fine vita. Purtroppo finora una procedura di questo tipo ha avuto forti opposizioni da alcuni settori della chiesa italiana, ma si dovrebbe prendere atto che invece i vescovi delle conferenze episcopali sia della Germania sia della Svizzera hanno invitato i loro fedeli a redigere un biotestamento cristiano, ispirandone addirittura le modalità: si tratterebbe in particolare di specificare se si accetta o meno la somministrazione di farmaci per lenire il dolore, anche quando questi avessero come effetto collaterale di abbreviare la vita del paziente, e di indicare se si desidera che i trattamenti per il prolungamento della fase terminale della vita siano tralasciati o sospesi quando la loro efficacia fosse ridotta al semplice ritardare il momento del decesso.
La contrapposizione tra il considerare la nutrizione e idratazione artificiale quale sostegno vitale da somministrarsi sempre e comunque e, d’altra parte, il ritenerle cure che possono essere sospese, è a mio avviso radicalizzata e artificiosa. Sappiamo tutti che nutrizione e idratazione sono sostegni vitali, ma in alcune circostanze – come quando richiedono un intervento chirurgico o un atto medico invasivo – possono diventare gravose, sproporzionate e causa di ulteriori sofferenze, fino a configurarsi come accanimento terapeutico, cosa che richiederebbe la loro sospensione. A questo punto vi è il rischio di introdurre una casistica – tra l’altro soggetta a conoscenze terapeutiche e risorse tecniche in continua evoluzione – nella quale la morale non considererebbe innanzitutto il soggetto morente né il suo dolore, bensì la pertinenza di un trattamento specifico rispetto alla legge generale. L’etica cristiana dice no a cure mediche sproporzionate, ben sapendo che la legge non può normare tutte le situazioni, presenti e future. Si tratterà invece di valutare caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del malato, ascoltando la sua volontà e la propria coscienza. Già Pio XII in un’allocuzione ai medici cattolici nel 1957 distingueva tra mezzi “ordinari” e “straordinari” per conservare la vita e dichiarava diritto del malato la rinuncia all’accanimento terapeutico. Per questo anche il Catechismo di Giovanni Paolo II afferma che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima … Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire” (CCC 2278). Ne consegue che il ricorso alla sedazione palliativa continua, quando sono state tentate senza successo tutte le risorse mediche disponibili, è moralmente possibile perché l’obiettivo è l’alleviamento del dolore, non l’eutanasia, che è sempre precisa volontà di mettere fine alla vita del paziente.
Appare evidente a tutti che qui il confine tra etica cristiana ed etica laica è davvero sottile e si può innestare da entrambe le parti la tentazione dell’ipocrisia che scatena il giudizio e la condanna. Per questo risulta importante l’alleanza tra il paziente, il suo fiduciario, il medico e i familiari: il malato non sia lasciato solo a decidere la propria sorte – con l’eventualità di innescare il ricorso al suicidio assistito – ma interagiscano con lui innanzitutto il medico, che può discernere “con scienza e coscienza” le reali possibilità di vita e di morte del malato, e poi i familiari, le persone vicine al paziente, a cominciare da chi il malato ha eventualmente indicato come suo rappresentante nel testamento biologico. Un’alleanza nella quale il malato deve avere la priorità, con la sua sofferenza e il suo desiderio espresso anche anticipatamente, e dove entrano in gioco la coscienza dei medici e dei familiari. Ognuno di noi non è solo “una vita” determinata da parametri biologici, ma è una persona con relazioni, comunicazione, affetti, e c’è una qualità della vita che non può essere ridotta a quantità dei giorni.
Certo, nessuno dovrebbe essere obbligato a redigere il proprio testamento biologico o a tratteggiare la “pianificazione anticipata delle cure”, ma la legge sappia accogliere chi vuole dichiarare anticipatamente questa scelta, favorisca l’alleanza medico-paziente-fiduciario che lascia spazio alla coscienza e garantisca cure palliative specialistiche e di qualità accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito o dal luogo di residenza. Ne va della qualità della vita di ciascuno, malato o sano che sia.
Pubblicato su: La Repubblica

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Le Dat, il fine vita e il documento vaticano per gli operatori sanitari: "Nascondono l'eutanasia"
di Benedetta Frigerio
Il gioco è fatto: dopo anni di dibattito le Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) cominciano in questi giorni il loro iter alla Camera, con un testo apparentemente soft, ma molto più pericoloso di quello delle legislazioni che acconsentono esplicitamente il suicidio assistito o l’eutanasia “solo in certi casi”.  Con questo ddl, infatti, “rischiano di essere uccisi e di morire di fame e di sete anche gli anziani, i disabili, i dementi”. A parlare di uno scenario che non ha nulla da invidiare al mondo della medicina nazista, dove almeno le persone fragili venivano uccise con iniezioni letali e non tramite lente agonie per mancanza di acqua e cibo, è il medico Giovanni Battista Guizzetti, direttore di una Rsa della bassa bergamasca. Guizzetti è anche medico in un centro in cui vengono curate le persone in “stato di veglia responsiva” ed erroneamente definite in “stato vegetativo: perché un vegetale non si commuove, non ti guarda, non reagisce, come in vece fanno i miei pazienti”.
Guizzetti, cominciamo dal ddl sulle Dat: cosa ne pensa?L’articolo 3 è pericolosissimo. Si definiscono cure l’“alimentazione e idratazione”, quando non è così. La logica dice che è cura ciò che mira a farti guarire da un malanno o a controllare un sintomo. Il cibo e l’acqua non sono medicine, ma sono ciò di cui nessun essere umano può fare a meno per vivere. Quindi toglierli a un malato significa provocarne la morte. La radicalità di questa proposta di legge sta anche nel fatto che viene estesa a tutti, mentre nei paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono permessi all’inizio si faceva riferimento ai soli “malati terminali”. Le Dat invece possano essere redatte da chiunque, anche dai fiduciari di persone handicappate o incapaci di intendere e volere, che possono decidere di privarli di cibo ed acqua uccidendoli. 
Il ddl non vi dà nemmeno la possibilità di obiettare: dovrete seguire le disposizioni delle Dat? Se il testo approvato dirà questo, allora saremo al totalitarismo sanitario.
Come siamo arrivati fino a questo punto?Ammettendo che si poteva legiferare in materia. Per chi ricorda il “caso Englaro”, assistiamo al riproponimento dello stesso. Con il rischio, appunto, di coinvolgere non solo le persone in “stato di veglia responsiva” come Eluna, ma anche i vecchietti o i malati di alzheimer. Ma il punto è che già ora si sente dire che se queste persone o gli anziani hanno la polmonite non vanno curati.  Il clima è terribile: proprio in questi giorni mi ha chiamato un amico con il papà ancora reattivo e cosciente, ma in hospice a causa di tumore: era angosciato perché gli hanno sospeso l’alimentazione e l’idratazione, perciò deve nutrirlo lui di nascosto. E’ un andazzo mortifero generale, basti pensare che un tempo si dosava la morfina a gocce solo per togliere il dolore, mentre oggi si usano i cerotti, che sono pensantissimi, oppure si somministrano 4 o 5 fiale azzerando la coscienza del paziente e sospendendo alimentazione idratazione. 
Mi scusi, ma dove sono i medici e le associazioni, in maggioranza cattoliche, che nel 2009/2010 alzarono la voce contro la legiferazione in questo campo?Allora molti di noi spiegarono che una norma in questo caso era sbagliata. Che non esisteva compromesso possibile: ammettere di mettere la vita ai voti era relativizzarla. Qualsiasi cosa avrebbe prodotto un danno: il caso di ogni paziente è singolo, diverso e non normabile senza fare danni. Già allora però fu dura, perché i vesvovi italiani appoggiavano un ddl, che, sebbene vietasse la sospensione di alimentazione e idratazione, doveva ammettere che “in certi casi” era lecito sospenderli (perché, ad esempio, a tre ore dalla morte non si dà da mangiare a un agonizzante). Di fatto si sarebbe aperto a interpretazioni pericolose e quindi ad altri casi “Englaro”. Non c’era altra via, in coscienza, se non quella di opporsi a qualsiasi legge, anche a costo di una sconfitta politica.
Non a caso il magistero della Chiesa in merito è chiarissimo: nell'ultima nota della congregazione per la dottrina della fede sul comportamento dei cattolici in politica (2002), l’allora prefetto, il cardinal Ratzinger, disse che “quando l’azione politica viene a confrontarsi con princìpi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…) i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, nessun fedele può favorire “soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.E chi ne sente più parlare? Eppure i “princìpi non negoziabili” del Magistero ripetuti dalla Chiesa ci aiutavano a tenere dritta la barra di fronte a un mondo che cerca di farti vacillare facendoti sentire “l’ultimo rimasto” a pensarla così. Oggi, invece, la Chiesa e le associazioni cattoliche non si rifanno più al Magistero: si parla solo di misericordia, ma come se questa prescindesse dalla verità. Così ognuno fa quel che gli pare. Non nascondo che è sconcertante assistere ogni giorno alla barbarie e non avere più un punto a cui ancorarsi.
Eppure per anni la Chiesa ha cercato di arginare le derive radicali facendo politica. Forse il tarlo era già lì?Una volta avevamo una sponda: la dottrina che veniva ripetuta e calata dentro le questioni concrete. Il mondo spingeva contro la verità ma noi ci opponevamo perché sostenuti dalla Chiesa. Oggi, invece, leggo suAvvenire che Eluana Englaro sarebbe morta perché le hanno staccata la spina, il tutto corredato da una foto di suo padre responsabile dell’omicidio per fame e sete della figlia. Insomma, la menzogna che per anni ci hanno venduto i Radicali ora diventa il giudizio di un articolo scritto sul giornale dei vescovi. Per non palare di un fatto ancora più grave. Il Vaticano ha pubblicato la Carta degli Operatori sanitari pochi giorni fa e all’articolo 152 si legge: “La nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio”. Cure? Ma quali cure? Insomma, un documento vaticano ripete la menzogna contenuta nelle Dat, non riuscivo a crederci.
Se il termine "cura" non è una sivsta e fosse voluto, sarebbe il sintomono di una crisi di fede nell’aldilà e nel fatto che nel momento finale della vita si possa davvero decidere tutto, persino ravvedersi ed evitare l’inferno…Io spero davvero che non sia così, che non sia un pensiero apostata ad averci condotto fino a qui. Ma ricordo Giovani Paolo II e il cardinal Scola, che si espressero tassativamente anche contro la sedazione terminale (altra cosa è la sedazione profonda che, però, non mira a provocare la morte ma a controllare un sintomo incontrollabile altrimenti) proprio per ragioni di fede oltre che umane. 
Dopodiché ecclesiastici, magari formalmente ortodossi, anziché preoccuparsi di difendere la fede cercarono di salvare il salvabile facendo politica e di fatto distinguendo fra dottrina e prassi.Questa mancanza mi fa venire in mente quando ancora era vivo don Giussani che negli anni Novanta lesse agli esercizi della Fraternità di Cl una lettera invita ai cristiani d’Occidente dal teologo cecoslovacco Josef Zverìna:  "Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo”. Ecco, oggi siamo al punto che non siamo più riconoscibili. Non c’è più nemmeno un moto di protesta, se non flebile e di pochi, ma comunque non sostenuto.
Infatti don Giussani proseguì profeticamente spiegando che per non conformarsi “occorre che la fedeltà a Cristo e alla Tradizione siano sostenute e confortate da un ambito ecclesiale veramente e fortemente consapevole di questa necessaria fedeltà”.E così finiremo per permettere che persone che soffrono, ma gioiscono anche, e che misteriosamente interagiscono con i loro cari siano senza più difese. Permetteremo che siano uccise persone che se ci sono è perché sono volute anche senza il senno di un sano, che non è tutto perché esiste un’anima. E, a lungo andare, senza un giudizio diverso, arriveremo anche a pensare che sia normale.

L'Udienza generale di Papa Francesco: "Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente

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L'Udienza generale di Papa Francesco: "Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando perl’umanità".
Sala stampa  della Santa Sede 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Spesso siamo tentati di pensare che il creato sia una nostra proprietà, un possedimento che possiamo sfruttare a nostro piacimento e di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno. Nel passo della Lettera ai Romani (8,19-27) di cui abbiamo appena ascoltato una parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda invece che la creazione è un dono meraviglioso che Dio ha posto nelle nostre mani, perché possiamo entrare in relazione con Lui e possiamo riconoscervi l’impronta del suo disegno d’amore, alla cui realizzazione siamo chiamati tutti a collaborare, giorno dopo giorno.

Quando però si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle che gli sono state affidate. E così è successo anche per il creato. Pensiamo all'acqua, che è una cosa bellissima, tanto importante, l'acqua ci da la vita ci aiuta in tutto ma per sfruttare i minerali come si contamina l'acqua e si distrugge la creazione, questo è solo un esempio. Con l’esperienza tragica del peccato, rotta la comunione con Dio, abbiamo infranto l’originaria comunione con tutto quello che ci circonda e abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola così schiava, sottomessa alla nostra caducità. E purtroppo la conseguenza di tutto questo è drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno. Quando rompe la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L'orgoglio umano sfruttando il Creato distrugge!
Il Signore però non ci lascia soli e anche in questo quadro desolante ci offre una prospettiva nuova di liberazione, di salvezza universale. È quello che Paolo mette in evidenza con gioia, invitandoci a prestare ascolto ai gemiti dell’intero creato. I gemiti dell'intero creato, un'espressione forte. Se facciamo attenzione, infatti, intorno a noi tutto geme: geme la creazione stessa, gemiamo noi esseri umani e geme lo Spirito dentro di noi, nel nostro cuore. Ora, questi gemiti non sono un lamento sterile, sconsolato, ma – come precisa l’Apostolo – sono i gemiti di una partoriente; sono i gemiti di chi soffre, ma sa che sta per venire alla luce una vita nuova. E nel nostro caso è davvero così. Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato e tutto, attorno a noi, porta ancora il segno delle nostre fatiche, delle nostre mancanze, delle nostre chiusure. Nello stesso tempo, però, sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione.
Questo è il contenuto della nostra speranza. Il cristiano non vive fuori dal mondo, sa riconoscere nella propria vita e in ciò che lo circonda i segni del male, dell’egoismo e del peccato. È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato… Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. E allora sa che stiamo vivendo il tempo dell’attesa, il tempo di un anelito che va oltre il presente, il tempo del compimento. Nella speranza sappiamo che il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore.
Quante volte anche noi cristiani siamo tentati dalla delusione, dal pessimismo… A volte ci lasciamo andare al lamento inutile, oppure rimaniamo senza parole e non sappiamo nemmeno che cosa chiedere, che cosa sperare… Ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità.

Grazie!


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Appello del Santo Padre per la grave situazione in Sud Sudan

Al termine dell'Udienza Generale odierna e prima dei saluti in lingua italiana il Santo Padre ha rivolto il seguente appello: 
Destano particolare apprensione le dolorose notizie che giungono dal martoriato Sud Sudan, dove ad un conflitto fratricida si unisce una grave crisi alimentare che colpisce la regione del Corno d'Africa e che condanna alla morte per fame milioni di persone, tra cui molti bambini. In questo momento è più che mai necessario l’impegno di tutti a non fermarsi solo a dichiarazioni, ma a rendere concreti gli aiuti alimentari e a permettere che possano giungere alle popolazioni sofferenti. Il Signore sostenga questi nostri fratelli e quanti operano per aiutarli.

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Catechesi di Papa Francesco. Sintesi e saluti in diverse lingue 

[Text: Français, English, Español, Português]
Francese - Ore: 10:12
Speaker:
Frères et soeurs, la création est un don merveilleux que Dieu a placé entre nos mains. Mais, quand il se laisse prendre par l’égoïsme, l’être humain ruine les plus belles choses qui lui ont été confiées. Alors le Seigneur nous offre une nouvelle perspective de libération, de salut universel. Ainsi, saint Paul nous invite à nous mettre à l’écoute des gémissements de la création, des êtres humains et ceux de l’Esprit dans notre coeur. Ces gémissements ne sont pas stériles. En effet, si le chrétien sait reconnaître en lui et autour de lui les signes du mal, en même temps il a appris à lire tout cela avec les yeux du Christ Ressuscité. Dans l’espérance, nous savons que, par sa miséricorde, le Seigneur veut guérir définitivement les coeurs blessés et humiliés, tout ce que l’homme a défiguré. Trop souvent nous sommes tentés par la déception ou le pessimisme. Que l’Esprit-Saint nous vienne en aide, lui qui voit au-delà des apparences négatives du présent et nous révèle déjà les cieux nouveaux et la terre nouvelle que le Seigneur prépare pour l’humanité.

Santo Padre:
Sono lieto di accogliere i pellegrini di lingua francese, in particolare i laici di Le Mans con il Vescovo, Mons. Yves Le Saux, i ministranti di Metz, con il Vescovo, Mons. Jean-Christophe Lagleize, come pure le parrocchie e i giovani venuti da Francia e Canada.
Lo Spirito Santo sia per ciascuno di voi una guida sulle strade della vostra vita e vi rafforzi nella speranza! Dio vi benedica!
Speaker:
Je suis heureux d’accueillir les pèlerins de langue française, en particulier les laïcs du Mans avec l’évêque, Mgr Yves Le Saux, les servants d’autel de Metz, avec l’évêque Mgr Jean-Christophe Lagleize, ainsi que les paroisses et les jeunes venant de France et du Canada.
Que l’Esprit-Saint soit pour chacun de vous un guide sur les chemins de votre vie et vous affermisse dans l’espérance! Que Dieu vous bénisse!



Inglese - Ore: 10:15
Speaker:
Dear Brothers and Sisters: Rather than being something we possess and use for own pleasure, Saint Paul reminds us that creation is God’s gift, which reveals to us his loving plan. But when we are self-centred and commit sin, we break our communion with God, and the original beauty of human nature and creation is marred. Thus, rather than show God’s infinite love, creation bears the wounds of human pride. The Lord, however, does not abandon us, but offers us a new horizon of freedom and salvation. Saint Paul reminds us of this truth, by inviting us to hear the groaning of all people and things, and even the groaning of the Holy Spirit in our hearts. These groans are not sterile, but speak of the pangs of birth, the ushering in of new life. Despite the many signs of our sins and failings, we know that we are saved by the Lord, and even now contemplate and experience within ourselves and all around us signs of the Resurrection, a new creation. We know that Jesus wants to heal us and creation once and for all, and reconcile us in his love. Let us see ourselves and the world with Christ’s eyes. And when we are discouraged or tempted to despair, let us remember that the Holy Spirit comes to our aid, to keep alive our cries to God, and to reveal new heavens and a new earth which he is preparing for us.
Santo Padre:
Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Irlanda, Norvegia, India e Stati Uniti d’America. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco misericordia e pace, e prego il Signore che questi doni possano aiutarvi ad avere cura del creato, e ad aiutarvi l’un l’altro. Dio vi benedica!
Speaker:
I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from England, Ireland, Norway, India and the United States of America. Upon all of you, I invoke the gifts of mercy and peace, and I pray to the Lord that they may help you to care for creation and one another. May God bless you!


Spagnolo - Ore: 10:20
Queridos hermanos y hermanas
La creación es un don maravilloso que Dios ha puesto en nuestras manos para que entremos en relación con él y colaboremos en su designio de amor. Sin embargo, experimentamos constantemente el pecado que daña nuestra comunión con Dios y con todo lo que nos rodea. Ante este drama, el Señor no nos deja solos, nos ofrece una prospectiva nueva de salvación universal.
El apóstol Pablo nos invita a que escuchemos los gemidos de toda la creación, que sufre las consecuencias del pecado; y, así mismo, nos anima a mantener firme la esperanza porque hemos sido salvados por el Señor. A través de su Resurrección, contemplamos los signos de la nueva creación.
El cristiano vive en el mundo y sufre los signos del mal y del egoísmo pero, al mismo tiempo, ve todo con los ojos de la Pascua; sabe que ahora vive un momento de espera, que va más allá del momento presente. No nos dejemos llevar por la desilusión o el pesimismo. El Señor quiere sanar con su misericordia los corazones heridos y humillados. Todo lo que el hombre ha desfigurado en su impiedad, él lo recrea y reconcilia en su amor.
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los venidos de España y Latinoamérica. Los invito a pedir con insistencia la presencia del Espíritu Santo en sus vidas. Él nos asiste para que vayamos más allá de las apariencias negativas del presente y aguardemos con esperanza los cielos nuevos y la tierra nueva, que el Señor prepara para toda la humanidad. Muchas gracias.


Portoghese - Ore: 10:27
Speaker: 

Quando o ser humano quebra a comunhão com Deus, perde a sua beleza originária e acaba por desfigurar tudo ao seu redor. Resultado: um pranto geral! Tudo geme: geme a criação, gememos nós, seres humanos, e geme até o Espírito Santo dentro de nós. São Paulo convida-nos a ouvir com atenção estes gemidos, porque não se trata de lamentações estéreis ou desesperadas; lembram mais os gemidos duma mulher com as dores do parto: são gemidos de quem sofre, mas sabe que está para vir à luz uma nova vida. Na verdade, sofremos ainda as consequências do nosso pecado e, ao nosso redor, são palpáveis os efeitos dos abusos contra a criação. O cristão não vive fora do mundo, sabe reconhecer na própria vida e naquilo que o rodeia os sinais do mal, do egoísmo e do pecado. É solidário com quem sofre, com quem chora, com quem está marginalizado, com quem se sente desesperado. Ao mesmo tempo, porém, o cristão aprendeu a ler tudo isso à luz da Páscoa, com os olhos de Cristo Ressuscitado, e sabe que o presente é tempo de expetativa, tempo animado por um anseio que vai para além do presente. Na esperança, sabemos que o Senhor quer curar definitivamente, com a sua misericórdia, os corações feridos e humilhados e aquilo que o homem deturpou com a sua impiedade, tudo regenerando num mundo novo e numa humanidade nova reconciliados finalmente no seu amor. E, contudo, muitas vezes também nós, cristãos, somos tentados pelo desânimo, pelo pessimismo, caindo em inúteis lamentações ou ficando sem saber que pedir ou esperar. Então vem em nosso auxílio o Espírito Santo, respiração da nossa esperança, que mantém vivos os gemidos e anseios do nosso coração. O Espírito vê, por nós, para além das aparências negativas do presente e revela-nos já agora os novos céus e a nova terra que o Senhor está a preparar para a humanidade.
Santo Padre:
Carissimi pellegrini di lingua portoghese, un fraterno saluto a tutti voi, augurandovi che l’odierna visita alla Cattedra di Pietro infonda nei vostri cuori un grande coraggio per abbracciare giorno dopo giorno la vostra croce, e un vivo anelito di santità, affinché possiate riempire di speranza la croce degli altri. Mi affido alle vostre preghiere. Grazie per la visita!
Speaker: 
Amados peregrinos de língua portuguesa, uma saudação fraterna para todos vós, com votos de que a visita de hoje à Cátedra de Pedro infunda nos vossos corações uma grande coragem para abraçardes diariamente a vossa cruz, e um vivo anseio de santidade para poderdes encher de esperança a cruz dos outros. Confio nas vossas orações. Obrigado pela visita!

Il Papa – Missione e Mandato

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di Marco Tosatti

Il 20 febbraio, in Germania è uscito per i tipi della Herder Verlag il nuovo libro del Prefetto della Congregazione della Fede, il card. Gerhrard Ludwig Müller, intitolato Der Papst – Sendung und Auftrag (Il Papa – Missione e Mandato). In più di 600 pagine il porporato offre un accurato esame del ruolo e della figura del pontefice, sin dai primordi dell’era cristiana. Le origini, il suo sviluppo dai tempi degli Apostoli, la sua missione, la relazione con l’episcopato cattolico, la sua autorità magisteriale, l’infallibilità e altri aspetti ancora.
Un’ampia parte dell’opera è dedicata a un excursus biografico del cardinale stesso, in particolare al suo rapporto con i sette pontefici nel regno dei quali ha vissuto sino ad ora. In questo capitolo, una sezione di cinque pagine (100-105) è dedicata al pontificato in corso; non è esaustiva, nel senso che più avanti nell’opera verranno trattati con cura due documenti papali, la Evangeli Gaudium e la Laudato Sì.
La prefazione dell’opera porta la data del 22 febbraio 2016; ma Maike Hickson, di OnePeterFive, afferma, dopo aver sentito il dott. Stephan Weber, della Herder Verlag, che il testo è stato completato alla fine dell’estate-inizio dell’autunno dell’anno scorso. Cioè quando il dibattito sulle contrastanti interpretazioni dell’Amoris Laetitia (pubblicata l’8 aprile) erano già in pieno corso. Müller ricorda il suo contributo al Sinodo dei Vescovi che in due momenti successivi ha trattato del problema della Famiglia. Appare chiaro che fare opera di memoria adesso su quei temi in questi giorni acquista un’attualità dirompente.
Il cardinale ricorda che il matrimonio “non è puramente un ideale umano”, ma “una realtà indistruttibile creata da Dio”. Il legame matrimoniale, secondo il Prefetto, è analogo al legame che esiste fra Cristo e la Sua Chiesa. Cita i benefici del matrimonio, secondo Sant’Agostino (bonum fidei, bonum prolis et bonum sacramenti) e afferma che il senso più completo del matrimonio è “la santificazione degli sposi nel loro cammino comune fino alla vita eterna con Dio”. 
Il matrimonio, spiega Müller, viene ad esistere per virtù di una consacrazione, e fa sì che vi sia una partecipazione alla nuova creazione, al Regno di Dio. Ecco perché il matrimonio è qualcosa di diverso dalla semplice benedizione di persone. L’indissolubilità del matrimonio sacramentale e gli altri benefici del matrimonio sono essenziali, e inerenti a questa consacrazione.
Fatta questa premessa, il cardinale ricorda che neanche la più alta autorità ecclesiale non può intervenire “nella sostanza di un sacramento”. La Chiesa ha preferito, e anche ora preferisce, andare incontro a severe difficoltà piuttosto che sciogliere anche un solo matrimonio valido sacramentalmente, sia nel caso di dispute con i governanti, o con l’opinione pubblica prevalente (per esempio lo scisma della Chiesa cattolica inglese da Roma al tempo di Enrico VIII). La Chiesa, ricorda il porporato, deve obbedire a Dio più che agli uomini, e non può sacrificare la Verità o il Vangelo, che supera la mera ragione naturale, al puro calcolo umano.
Il Prefetto della Fede parla poi della debolezza umana, che resta anche dopo il battesimo, e in particolare della concupiscenza; che non può essere usata come pretesto per relativizzare i Comandamenti divini, e il dovere di vivere una vita cristiana in base ai sacramenti. E’ una dottrina cattolica irreversibile: l’uomo, giustificato da Cristo può, con l’aiuto della Grazia, adempiere ai comandi del Decalogo e alle richieste etiche dei sacramenti.
Come tutti i cristiani, le persone sposate devono vivere una vita alla luce della Croce, portare lealmente ciascuno la sua croce personale, “da cui nessuno è esente, di fronte alle molteplici sfide della nostra vita mortale”. Con un riferimento indiretto ad Amoris Laetitia M?ller afferma: “La misericordia di Dio non può essere interpretata come un’ignoranza del peccato, o, qui in particolare, come un permesso per un secondo legame di tipo matrimoniale quando secondo gli standard umani la vita matrimoniale è diventata insopportabile o fastidiosa”.
Stiamo assistendo in queste settimane a contrastanti interpretazioni dell’Amoris Laetitia, alcune delle quali aprono la strada ai sacramenti a persone il cui primo legame sacramentale è ancora valido. E’ forse anche alla luce di questa situazione che il Prefetto della Fede ha scritto: “La Chiesa deve restare fedele alla parola di Dio nella Scrittura e nella Tradizione e nell’interpretazione cogente del Magistero – altrimenti si renderà colpevole riguardo alla salvezza delle anime. In Cristo – il Maestro della Verità e il Buon Pastore – l’insegnamento e la vita della Sua Chiesa sono inseparabili”.
E aggiunge: “Se la Chiesa dovesse offrire i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia solo allo scopo di non disturbare il sentimento di inclusione – senza indicare gli ostacoli oggettivi e insuperabili per la ricezione dei sacramenti – darebbe alla gente una falsa sensazione di una salvezza essenzialmente certa… Il sacramento della Riconciliazione non è qui per condurre le persone fuori della loro consapevolezza del peccato, ma piuttosto per risvegliare in loro il pentimento e la risoluzione a modificare la propria vita, così che, nell’assoluzione, il peccato è realmente cancellato”. 
Per quanto riguarda il Magistero, in un altro punto del libro ricorda che anche il Papa può sbagliare, per esempio se manca di insegnare la fede. Un papa non può cambiare “i criteri inerenti di ammissione ai sacramenti”, e “dare l’assoluzione sacramentale e permettere la Santa Comunione per un cattolico che è in stato di peccato mortale senza pentimento o la ferma risoluzione di evitare d’ora in poi quel peccato, senza di conseguenza peccare egli stesso in relazione alla verità del Vangelo e alla salvezza di quei fedeli che sono così condotti nell’errore”.
Müller ricorda Pio XII come il papa della sua fanciullezza. La famiglia del cardinale, profondamente cattolica e anti hitleriana, ha formato “dolcemente” i quattro figli (due maschi e due femmine) alla religione. Müller ha parole di gratitudine per i sacerdoti che lo formarono da bambino, e per il vescovo della sua città, Magonza. Sin da allora gli fu insegnato a distinguere fra la figura e il ruolo del papa, come San Pietro e i suoi successori, e il papa come persona, che può commettere errori e avere debolezze. Durante il pontificato di Giovanni XXIII lesse per la prima volta Henri de Lubac SJ, che lo aiutò a “trovare la mia strada fra l’opposizione distruttiva fra l’integralismo e il modernismo”, che definisce “entrambi ideologici, distruttivi e sterili”, analoghi a una forma di auto salvezza gnostica. Un capitolo particolare è dedicato al ruolo che ha avuto nella sua formazione il  cardinale Karl Lehmann, che è stato suo docente per tredici anni e la sua guida nell’Abilitazione post-dottorale. 
Sono noti i rapporti teologici di Müller con il teologo della Liberazione Gustavo Gutierrez. Egli stesso indica poi nel libro le persone che hanno contribuito a formare il suo pensiero: Erich Przywara (1889–1972); Gustav Siewerth (1903–1963); Karl Rahner (1904–1984); Hans Urs von Balthasar (1905–1988); Jean Daniélou (1905–1974); Henri de Lubac (1896–1991); Yves Congar (1904–1995); and Louis Bouyer (1913–2004). Durante il pontificato di Benedetto XVI Müller ha collaborato con il Papa emerito per raccogliere ed editare l’Opera Omnia di Ratzinger, che descrive come “Uno dei grandissimi teologi sulla Cattedra di Pietro”.

Quell'Amicizia che ha cambiato la nostra vita

Negri e don Giussani


Retweeted Tracce.it (@Tracce_it):
#22febbraio Dodici anni fa moriva #donGiussani. Guarda il video di uno dei suoi interventi più significativi https://t.co/7ise6YKiHT https://t.co/2dRiVRelTj

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di Luigi Negri


«Carissimo monsignor Negri, al termine del tuo mandato episcopale nella diocesi di Ferrara-Comacchio, desideriamo esprimerti pubblicamente il sentimento di una vera amicizia che il tempo non ha fatto che accrescere». Comincia così la lettera firmata da centinaia di amici del movimento di Comunione e Liberazione pubblicata sul Foglio del 18 febbraio. Nella lettera, che ha come primi firmatari Giancarlo Cesana, Peppino Zola ed Egisto Mercati, si sottolinea come «il tuo impegno nella Chiesa e nel movimento di CL è sempre stato un esempio per tanti e chiara testimonianza di fede, carità e cultura». Una testimonianza che non finisce con il mandato episcopale a Ferrara-Comacchio perché «ti sentiamo ancora giovane di cuore e uomo ardente della fede nel Signore». A questa lettera monsignor Negri risponde con queste parole affidate alla Nuova BQ.  
Carissimi amici,
vi esprimo la mia più profonda gratitudine per il bellissimo congedo che avete pubblicato sul Foglio.
Ci ho ripensato: non avete onorato me, che non credo di meritare tanto. Avete onorato questa nostra grande compagnia, la compagnia parlando della quale don Giussani nella sua ultima lettera a san Giovanni Paolo II scriveva: «Noi riconosciamo nella nostra amicizia un’aliquale  sacramentalità».

Nella compagnia in cui ci ha introdotto don Giussani abbiamo incontrato il Signore, lo abbiamo seguito nelle vicende della vita quotidiana, da giovani che eravamo fino alla estrema maturità. In essa è stata rigenerata profondamente la nostra umanità, soprattutto non abbiamo più potuto vivere per noi stessi, ma abbiamo sempre vissuto per Lui, cioè per la missione. È questa grandezza che mi è risuonata nel cuore quando ho letto le vostre parole.
Questa amicizia non potrà mai toccarla nessuno, neanche coloro che in modi diversi, cercano di ridurne l’ampiezza o pretendono di essere gli unici garanti di questa compagnia.
Mi auguro che questa compagnia continui ad essere quello che è stata per me, per la mia generazione e per tante generazioni dopo di me e si ritorni a quella profondità di verità e di carità che rende così lieta la vita, come ci ricordava spesso don Giussani: «Il mio cuore è lieto perché Dio vive».
Colgo l’occasione per ringraziare anche tutti coloro che la Provvidenza ha coinvolto nella mia vita in questi 10 anni di episcopato, sia nelle mie diocesi sia in tutta Italia.

22 Febbraio. Cattedra di San Pietro. Commento audio al Vangelo.