domenica 13 agosto 2017

19.ma Domenica del Tempo ordinario (13 AGOSTO 2017). Ambientale e commento alle letture.

Gesù cammina sulle acque

Nella 19.ma Domenica del Tempo ordinario la liturgia ci propone il Vangelo (Mt 14, 22-33) in cui Gesù cammina sulle acque verso la barca dei discepoli, agitata dalle onde:
Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Nella pagina odierna del Vangelo Gesù obbliga i suoi discepoli ad attraversare il lago mentre Egli congeda le folle e si ritira a pregare. A notte avanzata, mentre i discepoli remano a fatica contro il forte vento, Cristo, camminando sulle acque, si avvicina suscitando in loro il terrore, lo ritengono, infatti, un fantasma, ma Egli li rassicura prontamente: “Sono Io!”. Pietro allora, quasi per accertarsene, chiede di poterlo raggiungere, e all’invito del Salvatore il miracolo si ripete anche per lui. L’impeto delle onde, però, fa affiorare il dubbio e il futuro pontefice, cominciando ad affondare, eleva il suo grido d’aiuto e il Signore prontamente lo afferra. Sulla barca lo stupore di tutti si fa adorazione: “Tu sei veramente il Figlio di Dio”. Questa è la pedagogia che Dio impiega per educare anche la nostra fede, così talvolta  ci mette nella tempesta, di notte, improvvisamente: una crisi matrimoniale, un problema col lavoro, un conflitto con un figlio oppure una seria difficoltà di salute, se non una forte tentazione. In questi casi, l’educazione cristiana ricevuta sembra inutile, anzi, un inganno, e il Maestro appare piuttosto come un fantasma minaccioso. Ma alla prima richiesta d’aiuto Egli interviene prontamente e ci fa superare qualunque vortice inquietante. Così, la fede si fa più solida, l’amore più profondo, l’annuncio più gioioso. (Sanfilippo)
===
COMMENTO DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA OFMCAPP
L’ultima volta abbiamo lasciato Gesù e i discepoli in una situazione di grande gioia. Gesù ha appena moltiplicato i pani e i pesci; tutti hanno mangiato e si sono saziati. Fu quello -notavo l’ultima volta- il più straordinario picnic della storia. L’entusiasmo della gente per Gesù era alle stelle, tanto che qualcuno pensava addirittura di proclamarlo re.
Era bello dunque indugiare un po’ a godere della festa. Invece Gesù (e qui entriamo nel Vangelo di oggi) “ordina” ai discepoli di salire in barca e precederlo all’altra riva. Non vuole che si adagino nel successo e dimentichino qual è il cammino che hanno davanti. Lui intanto “congeda” la folla. Poco prima erano stati gli apostoli a suggerire a Gesù di “congedare” la folla. Ma Gesù non li aveva ascoltati; aveva voluto prima sfamare la gente. Ora che si sono saziati, può rimandarli in pace.
Congedata la folla, lui si ritira sul monte solo a pregare. Cala la notte. Sul lago si scatena un forte vento e la barca degli apostoli è sbattuta tra flutti. Gesù viene loro incontro “verso la fine della notte”, camminando sulle acque. Volendo sincerarsi che è proprio lui, Pietro dice: “Se sei tu, comandami di venire a te sulle acque”. Non vuole fare di testa sua in una cosa così seria, non vuole tentare Dio, e fin qui fa bene.
Gesù gli dice: “Vieni!”. Egli scende e cammina sulle acque verso Gesù. Quello che a un certo punto gli succede dentro, povero Pietro, nessuno lo sa. Fatto sta che il vento comincia a fargli paura e inizia ad affondare. Ha però la prontezza di gridare a Gesù: “Signore, salvami!”. Gesù stende la mano, lo tira su e gli dice: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Allora, tutti, presi da meraviglia, esclamano rivolti a Gesù: “Tu sei veramente il figlio di Dio”.
Fin qui il fatto. Ma i fatti del Vangelo non sono stati scritti per essere solo raccontati, ma per essere rivissuti. Ogni volta, chi li ascolta è invitato a entrare dentro la pagina di Vangelo, a divenire da spettatore attore, parte in causa. Questa è la differenza tra il Vangelo e ogni altro libro al mondo. Il Vangelo è un libro vivo, non morto.
La primitiva Chiesa ce ne dà l’esempio. Il modo con cui è narrato l’accaduto mostra che la comunità cristiana è già “entrata” dentro la storia, l’ha applicata alla sua situazione. Quella sera, congedate le folle, Gesù era salito sul monte solo a pregare; ora, al momento in cui Matteo scrive il suo Vangelo, congedatosi dai suoi discepoli, è salito al cielo, dove vive, appunto, pregando e “intercedendo” per i suoi. Quella sera spinse al largo la barca; ora ha spinto la Chiesa nel vasto mare del mondo. Allora si era levato un forte vento contrario; ora la Chiesa fa le prime esperienze di persecuzione.
In questa nuova situazione, cosa diceva ai cristiani il ricordo di quella notte? Che Gesù non era lontano e assente, che si poteva sempre contare su di lui. Che anche ora egli ordinava ai suoi di andare verso di lui “camminando sulle acque”, cioè avanzando tra i flutti di questo mondo, appoggiati unicamente sulla fede
Non sarà un compito sempre facile: ci saranno momenti di buio. Si domanderanno se Gesù non sia stato “un fantasma”, se cioè tutto quello che hanno vissuto e creduto di lui non sia stato un’illusione, un abbaglio. Ma quello che era accaduto a Pietro ricordava loro che Gesù non li avrebbe abbandonati neppure in questo caso. Alla fine, anzi, la prova sarebbe servita a rendere ancora più pura la loro fede, tanto da rendere capaci i martiri di proclamare di nuovo -questa volta, davanti a giudici e ai tribunali ostili- che Gesù Cristo è “veramente il Figlio di Dio”.
La stessa cosa, dicevo, siamo ora invitati a fare noi: applicare l’accaduto alla nostra personale vicenda umana. Quante volte la nostra vita somiglia a quella barca “agitata a causa del vento contrario”. La barca in difficoltà può essere il proprio matrimonio, gli affari, la salute…Il “vento contrario” può essere l’ostilità e l’incomprensione delle persone, rovesci continui di fortuna, la difficoltà di trovare un lavoro o la casa.
Forse, all’inizio, abbiamo affrontato con coraggio le difficoltà, decisi a non smarrire la fede, a confidare in Dio. Per un po’ abbiamo anche noi camminato sulle acque, cioè fidando unicamente sull’aiuto di Dio. Ma poi, vedendo la prova sempre più lunga e più dura, c’è stato un momento in cui ci è sembrato di non farcela più, di affondare. Abbiamo perso il coraggio.
Questo è il momento di raccogliere e sentire come rivolta personalmente a noi, la parola che Gesù rivolse in quella circostanza agli apostoli:
“Coraggio, sono io, non abbiate paura”.
“Coraggio!”. Ho voluto fare una piccola ricerca su questa esclamazione e sono giunto a una scoperta: essa si legge nei Vangeli e in tutto il Nuovo Testamento sempre e solo sulle labbra di Gesù:
“Coraggio, figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”
“Coraggio, figlia, la tua fede ti ha guarita”
“Coraggio: io ho vinto il mondo!”
“Coraggio -disse Gesù apparendo una notte a Paolo-, è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (Atti 23,11).
C’è una sola eccezione, ma anche qui c’è di mezzo Gesù. È quando alcuni dicono al cieco di Gerico: ”Coraggio, alzati, (Gesù) ti chiama!”.
Coraggio deriva dalla parola “cuore” e significa, secondo un autorevole vocabolario italiano, “forza d’animo connaturata o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare situazioni scabrose, difficili, avvilenti, anche la morte, senza rinunciare ai più nobili attributi della natura umana”.
È nota la frase con cui don Abbondio, nei Promessi Sposi, giustifica le proprie paure e vigliaccherie: “Il coraggio, chi non ce l’ha non se lo può dare”. È proprio questa convinzione che, Vangelo alla mano, dobbiamo sfatare. Il coraggio, chi non ce l’ha, se lo può dare! Come? Con la fede in Dio, con la preghiera, facendo leva sulla promessa di Cristo. Dicendo, o gridando, a noi stessi: “Ma Dio c’è e tanto basta!”.
Quante volte noi uomini ci diciamo l’un l’altro: “Coraggio, vedrai che tutto andrà bene!” Ma siamo canne sbattute dal vento che dicono ad altre canne di non tremare al vento! Le nostre parole non cambiano le cose, sono solo parole. Non così quando a dire “coraggio!” è Gesù. Egli ha “vinto il mondo”, ha avuto coraggio anche per noi. Per questo non dice semplicemente: Coraggio! ma “Coraggio, sono io!”. Io, il Figlio di Dio, colui che ha conosciuto il dolore, il buio, la morte. Sulla bocca di Gesù coraggio è una parola efficace, che produce quello che significa, dà quello che esige.
Qualcuno dice che questo coraggio basato sulla fede in Dio e sulla preghiera è un alibi, una fuga dalle proprie possibilità e responsabilità. Uno scaricare su Dio i nostri compiti. È la tesi sottintesa nella nota opera teatrale di B. Brecht, che porta significativamente il titolo di Madre Courage e i suoi figli. L’opera, ambientata in Germania al tempo della guerra dei Trent’anni, ha come protagonista una donna del popolo chiamata, per la sua decisione e intraprendenza, “Madre Coraggio”.
Il dramma si conclude con questa scena. Nel cuore della notte, le truppe imperiali, uccise le guardie, avanzano contro la città protestante di Halle per darla alle fiamme. Nei dintorni della città, una famiglia di contadini, che ospita Madre Coraggio con la figlia muta Kattrin, sa di non poter fare altro che pregare per salvare la città dalla rovina. “Non possiamo far nulla -dicono alla ragazza muta- per fermare il sangue che sta per scorrere. Anche se tu non sai parlare, almeno sai pregare. Se nessun altro ti sente, Lui ti sente”. Ma Kattrin invece di mettersi a pregare, si precipita sul tetto della casa, si mette a battere disperatamente su un tamburo, finché vede accendersi in città le prime luci e capisce che gli abitanti si sono svegliati e sono in piedi. Lei viene uccisa dai soldati, ma la città è salva.
La critica qui sottintesa (che è la critica classica del marxismo) colpisce l’atteggiamento di chi pretendesse di starsene con le mani in mano, in attesa che Dio faccia tutto lui, non la vera fede e la vera preghiera che è tutt’altro che passiva rassegnazione. Gesù lasciò che gli apostoli remassero contro vento per tutta la notte e usassero tutte le loro risorse prima di intervenire lui.
Ci sono situazioni nella vita, lo sappiamo bene, che neppure con la determinazione di Madre Coraggio e dei suoi figli si possono risolvere. Il Vangelo ci dice che anche in questi casi, quando, umanamente parlando, non c’è più nulla da fare, possiamo sempre gridare come Pietro al momento di affondare: “Signore, salvami!”.
Mi piace terminare questa riflessione con una parola di Dio che si legge in Isaia:
“Dio da forza allo stanco
e moltiplica il vigore allo spossato.
Anche i giovani faticano e si stancano,
gli adulti inciampano e cadono;
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,
mettono ali come aquile,
corrono senza affannarsi,
camminano senza stancarsi” (Isaia 40,29-31).
Moltissimi hanno sperimentato la verità di queste parole. Se siamo anche noi uno di questi “stanchi e spossati”, proviamo a “sperare nel Signore” con tutte le forze e spunteranno anche a noi ali di aquila.

Per scoprire che la preghiera è una realtà semplice

Giovani in preghiera a Taizé - RV

di Elvira Ragosta (RV)
Tanti, come ogni estate, i giovani cristiani provenienti da tutto il mondo riuniti a Taizé per gli incontri settimanali organizzati da questa Comunità ecumenica fondata da Frère Roger nel 1940. In particolare, sono 4000 quelli riuniti nel piccolo centro francese in questi giorni; oltre cento, nel corso dei mesi estivi, i giovani arabi cristiani, provenienti da Egitto, Iraq, Palestina e Libano.
Le attività hanno inizio dalla mattina, ci racconta fratel Charles Eugène, con il percorso biblico, secondo le proposte scritte dal priore, Frère Alois, che quest’anno vertono sul tema “Aprire dei cammini di speranza”; poi, nel pomeriggio, si svolgono diversi momenti di incontro sui temi che riguardano il legame tra la fede e la vita, l’impegno sociale e quello ecclesiale e l’arte. Le giornate sono scandite dai tre appuntamenti di preghiera della comunità - al mattino, a mezzogiorno e alla sera - cui partecipano tutti insieme.
Tra le proposte per gli incontri del 2017, c’è quella che invita a “semplificare la nostra vita per condividere". “E’ una parola - spiega fratel Charles - che proviene dal profondo della regola di Taizé, perché Frère Roger ci teneva tanto a creare una vita di comunità che fosse molto semplice, perché il Vangelo è semplice, ci chiama alla semplicità e anche perché la semplicità permette una condivisione più grande. Allora, cercare uno stile di vita semplice è una proposta che proviamo a vivere noi stessi già nella comunità; poi, una proposta che rivolgiamo anche ai giovani”.
Preghiera, incontro, condivisione, scambio culturale, queste le caratteristiche delle settimane di Taizé. Sul percorso spirituale dei giovani, fratel Charles aggiunge: “Occorre fare la scoperta che anche la preghiera è una realtà semplice; non dobbiamo cercare delle cose straordinarie nella fede, nelle preghiera.  Anche la preghiera contemplativa, una preghiera dove il silenzio conta tanto, è un cammino possibile a ciascuno di noi, perché Dio non ci chiama a compiere azioni straordinarie ma ad una semplice relazione che con Lui avviene spesso nel silenzio”.
Due, poi, le iniziative di preghiera e incontro previste per la settimana prossima. La prima è prevista per il 16 agosto, in occasione del 12.mo anniversario della morte di Frère Roger, ucciso da una squilibrata. “Si può dire - conclude fratel Charles - che la collina di Taizé è piena dello spirito di Frère Roger tutto l’anno, quindi faremo un ricordo molto semplice, come lui avrebbe desiderato”. Inoltre, dal 20 al 27 agosto, si svolgerà la settimana speciale, riservata ai giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, che seguiranno un percorso più approfondito e avranno momenti di incontro e di riflessione su temi particolari.
Ascolta e scarica il podcast dell'intervista a fratel Charles Eugène:
 

domenica 6 agosto 2017

Lunedì della XVIII settimana del Tempo Ordinario. Commento al Vangelo



Come le folle, anche noi abbiamo saputo dove è andato Gesù con la barca della sua Chiesa; abbiamo cioè ascoltato e accolto l'annuncio del Vangelo e lo abbiamo seguito camminando a piedi dalle nostre città. E su questo cammino ci siamo fidanzati e poi sposati, ci siamo aperti alla vita, abbiamo studiato e lavorato, qualcuno ha accolto la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata. Insomma, abbiamo cercato di compiere la volontà di Dio. Ma poi, il rapporto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fidanzati e amici ha cominciato a farsi difficile se non impossibile, il ministero ha rivelato le sofferenze che suppone, e siamo arrivati anche noi in un luogo deserto. Il nostro matrimonio non è oggi un vero e proprio "eremo", secondo l'originale greco reso con "luogo deserto"? Nelle diverse circostanze della nostra vita, non stiamo sperimentando la solitudine propria degli "eremiti"? Forse, quando abbiamo accolto la predicazione e abbiamo deciso di vivere nella volontà di Dio seguendo le orme del Signore non abbiamo compreso davvero quello che significava... Ma arriva la sera, il momento in cui la carne esige il contraccambio per aver obbedito e seguito il Signore; arriva cioè la fame perché intorno scopriamo di non avere nulla di cui saziarci, e l'uomo vecchio che si era nascosto così bene, esce allo scoperto, come accadde al Popolo di Israele nel deserto, e comincia a mormorare in noi, desiderando il cibo di cui si nutre l'uomo che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici: agli e cipolle, affetto e stima, successo e prestigio, attenzioni e lodi, e poi denaro e cose, piacere e consolazioni. E invece nulla di tutto questo. Abbiamo seguito il Signore che ci aveva parlato nella sua Chiesa promettendoci una vita nuova e felice, e niente, dopo tanto cammino ci accorgiamo che quello che abbiamo creduto essere comunione e felicità si è rivelato un eremo inospitale e senza cibo. Non resta che scappare dall'eremo e andare nei villaggi a comprare da mangiare. Ma occorrono soldi, sforzi, compromessi. Occorre tornare al mondo e abbandonarsi ai suoi costumi e ai suoi valori, perché nei villaggi nessuno ti regala nulla. Purtroppo tanti, pur avendo seguito il Signore, anche nel presbiterato e nella vita religiosa, al sopraggiungere della sera buia di delusioni e problemi, all'apparire della Croce, si sono lasciati sedurre dal demonio e sono tornati sui propri passi, sino all'Egitto dal quale l'amore di Dio li aveva liberati, sperimentandovi delusioni più cocenti, perché lucidamente cercate nell'illusione di scamparle. Fratelli, accettiamo la verità: abbiamo camminato dietro al Signore conservando l'Egitto nel cuore. Ma la sera ci smaschera: quel luogo deserto è immagine delle conseguenze di solitudine, infecondità e morte di chi pensa e fa ciò che non gli è lecito, come fece Erode che, per silenziare la Verità, ha tagliato la testa di Giovanni Battista. Ma Gesù discerne nel suo martirio la volontà di salvezza del Padre. Per questo, all'udire la notizia della morte di Giovanni, si inoltra nel deserto, il tuo e il mio, per precederci e attirarci nella Verità dove parlare al nostro cuore, come uno Sposo si confida con la sua sposa. Gesù cioè prende su di sé le conseguenze della superbia con cui abbiamo tagliato con Dio illudendoci di poter decidere da soli cosa sia lecito e cosa non lo sia. Gesù si è ritirato per te e per me nel sepolcro dove è sepolto il tuo matrimonio, la relazione con quel parente o quel fratello. Gesù è già al capolinea deserto dei tuoi adulteri, dei tuoi furti, delle tue concupiscenze e avarizie! Gesù è venuto nella nostra solitudine per colmarla del suo perdono; nella nostra sofferenza per averne compassione. Per questo, nel nostro eremo, il Signore ci annuncia che non occorre andare da nessuna parte a cercare pane e salvezza! La realtà che stiamo vivendo è l'eremo, identico a quello dei monaci del deserto e delle suore di clausura, nel quale il nostro Sposo ci attende per moltiplicare la sua vita in noi. Non c'è altro matrimonio che questo, non esistono figli diversi, perché il suo amore si riversa pienamente nell'eremo e nella sera che stiamo vivendo. Dove è abbondato il peccato sovrabbonda la Grazia! Il suo perdono ci trasforma in figli di Dio, ricolmi della sua vita immortale. Per questo ci dice oggi: voi stessi date loro da mangiare. Non occorre altro che portare a Lui quello che abbiamo già ricevuto nella Chiesa, la sua Parola (i "cinque pani" segno dei "cinque" rotoli della Torah), e i "due pesci", segno delle due nature umana e divina di Cristo. E' il grande mistero che ci confonde e ci umilia: Consegniamoci a Cristo allora, così come siamo, e vedremo la folla delle situazioni inestricabili, le relazioni affamate di amore e pienezza, le debolezze di cui sono immagini le donne e i bambini, obbedire alla Parola creatrice di Gesù e distendersi sui prati d'erba fresca che segnano l'anticipo del Paradiso. Perché Lui ha il potere di unire alla nostra vita così com'è, la natura umana corruttibile, alla sua natura divina che ci dona nei sacramenti. Allora l'eremo del matrimonio non sarà più una prigione, ma il pascolo dove i coniugi, deboli e affamati, non cercando l'uno nell'altro quello che non si possono dare, insieme si consegnano a Cristo perché sazi d'amore i loro cuori. Solo dopo averlo mangiato nei sacramenti ed essersi saziati potranno consegnarsi mutuamente senza esigersi nulla, perché in loro avanzerà vita, amore e misericordia. Divenuti apostoli di Cristo, come le dodici ceste che ne sono immagine, nella sovrabbondanza dell'amore di Dio, si lasceranno portare via tempo e idee, criteri e progetti, perché ormai in essi la vita ricevuta non si esaurisce più. Così, nel farsi sera, sapremo riconoscere il momento di abbandonarsi alla benedizione di Gesù, che trasforma in bene ogni nostro male; Lui saprà alzare con gli occhi anche la nostra carne verso il Cielo, spezzandoci come pane consegnato ad ogni uomo, cominciando dai più vicini e intimi.

6 agosto. Trasfigurazione del Signore. Anno A. ambientale, commento al Vangelo e Lectio divina


Trasfigurazione © Marko Ivan Rupnik @ Centro Aletti, chiesa SS. Giacomo e Giovanni, Milano

Proprio nello spaventoso incontro con la gloria di Dio in Gesù
 i tre apostoli devono imparare 
ciò che Paolo dice ai discepoli di tutti i tempi 
nella Prima Lettera ai Corinzi: 
«Noi predichiamo Cristo crocifisso, 
scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 
ma per coloro che sono chiamati, 
sia Giudei che Greci, 
predichiamo Cri­sto potenza di Dio [dinamis] e sapienza di Dio». 
Questa «potenza» del regno futuro 
appare loro nel Gesù trasfigurato 
che parla con i testi­moni dell' Antica Alleanza 
della «necessità» della sua passione come via verso la gloria. 

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI

.......

AMBIENTALE
Questa Domenica la Chiesa celebra la Festa della Trasfigurazione del Signore. La liturgia ci propone il Vangelo di Matteo in cui si racconta che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li conduce in disparte, su un alto monte. Qui viene trasfigurato davanti a loro:
“Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»”.
Nel Vangelo odierno Gesù sceglie, ancora una volta, i discepoli che gli sono più intimi: Pietro, Giacomo e Giovanni, per condurli sul monte Tabor e trasfigurarsi dinanzi a loro mostrando la sua gloria. Essi, a differenza degli altri, sono resi partecipi dal Signore della sua Trasfigurazione, appunto, dei più grandi miracoli della sua vita pubblica, ed infine della sua preghiera agonica nel Getsemani. Potremmo domandarci un po’ perplessi: “Perché questi privilegi? Il Signore fa preferenze?”. Ma anche in questa circostanza Gesù manifesta la sua giustizia e la sua carità: questi tre discepoli, dopo la sua resurrezione, avranno degli incarichi particolarmente onerosi: Pietro dovrà servire la Chiesa universale, Giacomo di Zebedeo testimonierà fra i primi l’amore a Cristo col martirio, Giovanni suo fratello, sarà l’autore di alcuni brani tra i più significativi della Bibbia, ad esempio, il Prologo del suo Vangelo. Questa predilezione, dunque, è giustificata dalla croce che ciascuno di questi apostoli dovrà portare. Così fa pure con noi: quanto più si fa pesante il nostro carico, o ci attendono delle prove, tanto più Egli ci fa stare con sé e contemplare la sua gloria, comprendere la Scrittura, udire il Padre che ci rassicura invitandoci ad obbedire a suo Figlio. Pietro ha ragione: “È bello stare con Lui!”
..............

COMMENTO AL VANGELO

Immaginiamo, come scrisse Chesterton, di vedere il mondo capovolto: "Se uno ha visto il mondo capovolto, con tutti gli alberi e le torri appesi all’in giù come quando si specchiano in uno stagno, un possibile risultato sarebbe di mettere l’accento sul concetto di dipendenza. La correlazione è latina e letteraria; infatti il terminedipendente propriamente significa appeso"Ecco, contemplando "Gesù trasfigurato davanti a loro", Pietro, Giacomo e Giovanni devono aver fatto un'esperienza simile. Essa è ben rappresentata in moltissima iconografia della "trasfigurazione": Gesù appare "appeso", mentre i tre apostoli lo guardano proprio dal basso, con la testa sul suolo: "avvolti dalla nube luminosa", infatti, all'udire "la voce" del Padre essi "caddero con la faccia a terra". In quei momenti, non stavano guardando il "mondo capovolto"? Sul Tabor quell'uomo, quell'amico e maestro, stava infatti capovolgendo ogni loro idea sull'uomo, sull'amicizia, sulla vita. I loro occhi si erano aperti su un di più che può esplodere nella carne; stavano contemplando una possibilità che appariva loro "appesa" a un biancore e un'intensità che esistono solo in Cielo. Nella sua "trasfigurazione", Gesù stava svelando loro che, nascosta nella carne, esiste una vita che "dipende", nasce dal Cielo e ad esso è legata, "appesa" appunto. Mai visto niente di simile: nella debolezza che, come una "veste", ricopre le ore dell'esistenza, può dunque risplendere una luce mai vista; da ogni colore, anche dal grigio della routine, anche dal rosso della passione e del dolore, anche dal nero della morte e del dolore, può scaturire il "candore" della libertà, della gioia, della pace. Quel "volto" che avevano fissato tante volte, rigato di sudore, corrugato per la fatica, disteso nella gioia, ora "brillava come il sole", ed era un annuncio sconvolgente: la realtà, anche quella più familiare, la realtà delle persone con cui si parla, si cammina, si soffre e si gioisce, si mangia e si beve, non è solo quello che si vede, si ascolta e si tocca. Anzi, essa cela un segreto, pronto a rivelarsi in una "metamorfosi", un "cambio di forma", che è l'originale greco tradotto con "trasfigurazione". L'evento prodigioso al quale i tre apostoli più intimi di Gesù stavano assistendo affermava che soggiace in ciascuno un'identità nascosta, una "forma" diversa da quella che appare ogni giorno. Ma non basta! La trasfigurazione di Gesù desta la storia, risveglia le profezie che sembravano assopite nel ricordo: infatti, "ecco, apparvero Mosè ed Elia che conversavano con Lui". Il destino di tutta la storia della salvezza, il compimento di tutte le Scritture era quel volto radiante e quelle vesti candide. Ciò significa che il destino di ogni evento della vita e il compimento dell'annuncio della Chiesa è la nostra "trasfigurazione". Il "cambio di forma" è la chiamata che ci ha raggiunto, e la nuova forma di essere, ovvero di pensare, di vedere le cose, di parlare, di agire, è l'opera che Dio vuol fare con ciascuno di noi.La "trasfigurazione" è il passaggio dalle nostre opere alle opere di Dio. Un mondo rovesciato, dunque, proprio come scriveva Chesterton a proposito di San Francesco, il santo nel quale si è compiuta al meglio la "trasfigurazione": "Se in uno dei suoi strani sogni san Francesco avesse visto la città di Assisi capovolta, sarebbe stata perfettamente uguale a se stessa, tranne che per il fatto di essere capovolta... San Francesco avrebbe potuto amare la sua cittadina quanto l’amava prima, o forse anche di più; ma pur amandola di più, l’essenza del suo amore sarebbe stata diversa. Avrebbe potuto vedere e amare ogni tegola dei tetti spioventi e ogni uccello posato sui bastionima li avrebbe visti in una prospettiva nuova e soprannaturale di costante pericolo e dipendenzaInvece di essere semplicemente fiero della sua città perché forte e salda, avrebbe ringraziato Dio onnipotente perché non l’aveva lasciata cadere, avrebbe ringraziato Dio perché non lasciava cadere l’intero cosmo come un vaso di cristallo che si infrangesse in una miriade di stelle cadenti". Così anche i tre apostoli avevano visto la realtà da una "nuova prospettiva soprannaturale e di grande pericolo": erano ebrei, e per questo portavano dentro l'esperienza della precarietà vissuta nel deserto, dove "Dio onnipotente non aveva lasciato cadere" il Popolo. Per questo, di fronte a quel rovesciamento di prospettiva, è risuonata in loro la Pasqua, e il "cambiamento di forma" di cui Israele aveva esperienza: dalla schiavitù alla libertà, dalla sottomissione al giogo del faraone al cammino nel deserto sino alla libertà della Terra promessa. E, al centro di quell'esperienza, il Sinai e il dono della Legge, perché fosse osservata da un popolo diverso da tutti gli altri. 

Per un ebreo, quel cammino di libertà abbracciato alla Torah era la "bellezza". Per questo Pietro dice a Gesù: "Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Non era semplicemente un voler catturare quel momento estatico. Pietro intuiva che ciò che stava accadendo aveva relazione con l'esperienza del suo popolo, per questo vorrebbe costruire tre "capanne", come ogni ebreo fa durante la festa di Succot, Le tende, o capanne, infatti sono il segno della permanenza del popolo nel deserto. E proprio in quel momento, quando cioè Pietro ha intuito cosa stava accadendo, mentre "stava ancora parlando, una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»". Dalla stessa "nube" che aveva guidato gli israeliti durante i quarant'anni dell'Esodo, la voce del Padre ripete agli Apostoli quello che aveva annunciato nel deserto: "Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!". Tra una mormorazione e l'altra, tra le maglie di una debolezza infinita, ogni ebreo aveva fatto l'incomparabile esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio, capace di trasformare la roccia in acqua. Pietro, attento ai segni come ogni buon ebreo, aveva saputo riconoscere in quell'evento il compimento dell'Esodo del suo Popolo; su quel Monte Dio aveva di nuovo parlato, ed era di una "bellezza" mai contemplata. Era "bello" quel momento, era "bello" starci dentro, ma che schianto... L'urto di quell'epifania non poteva non stordire le povere carni degli apostoli. In un momento era apparsa dinanzi a loro la visione della Verità, di ciò che di autentico, glorioso, ovvero di peso, consistente, si cela nella realtà. Ma ciò significava anche "precarietà", la stessa vissuta dal popolo nel deserto, identica a quella di Assisi rovesciata, "in costante pericolo e dipendenza". Vivere una vita trasfigurata contempla anche accettare la propria debolezza, e la "dipendenza" da Dio. Essere cristiani significa essere istante dopo istante "appesi" al Cielo, perché i "pericoli" sono "costanti". E il filo che ci lega al Padre, quello al quale siamo "appesi" per vivere in pienezza ogni frammento della nostra vita, è l"ascolto" del Figlio amato di Dio. Non c'è altro cammino sul quale trasfigurare la nostra realtà in un0identità celeste, in un amore oltre la morte, che "ascoltare" Cristo. Sul Tabor iniziava per gli apostoli, come per ciascuno di noi, un cammino nuovo, che li avrebbe condotti con Gesù al Calvario. Un altro Monte, dove si sarebbe compiuto il rovesciamento di ogni realtà, la trasfigurazione della morte in un'esplosione di luce. E' il cammino che Dio ha preparato anche per noi nella Chiesa. Essa è la Madre di ogni trasfigurazione, perché nel suo seno si compie il mistero accaduto sul Tabor. In essa possiamo "ascoltare" le Parole del Figlio che "cambiano forma" al nostro essere, sino a farci "brillare come il sole", rivestiti delle vesti battesimali "candide" di misericordia. Coraggio, il Signore si "avvicina" a noi anche oggi, e ci "tocca", attraverso i sacramenti. E ci dice di "alzarci, di risuscitare e di non temere". E' questa la "trasfigurazione" che ci attende: risorgere dalla morte dei nostri peccati, dalla schiavitù alla menzogna, alla concupiscenza, all'egoismo, per essere trasformati in puro amore. Siamo chiamati a vivere come uomini trasformati dalla Grazia, che camminano nel mondo a testa in giù, indicando a tutti dove guardare: al Cielo, dove ogni uomo è appeso pur non sapendolo. Basta mostrarglielo, come ha fatto Gesù ai suoi apostoli.


LECTIO DIVINA


“Trasfigurati dalla Gioia”: S.Ecc. Mons. Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede all’UNESCO, a Parigi, commenta le letture de la XVIII° Domenica del Tempo Ordinario (rito romano: Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1-9) et della Domenica IX dopo Pentecoste – Trasfigurazione (Rito ambrosiano: 2Pt 1,16-19; Sal 96; Eb 1,2b-9; Mt 17,1-9).
“Con l’invito a pregare per essere trasfigurati dalla Gioia”, precisa Mons. Follo.
Come Lettura Patristica, propone una omelia di San Leone Magno (400 – 460).
Trasfigurati dalla Gioia
1) Trasfigurazione di Cristo e nostra.
Oggi il Vangelo ci presenta l’evento della Trasfigurazione, partendo dal fatto che “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1) a pregare (Lc 9,28).  Mentre pregava, Cristo risplendette e rivelò ai discepoli eletti di essere luce da luce ineffabile e che più grandi Profeti erano con lui.
Dio è luce, e Gesù  dona ai suoi amici più intimi l’esperienza di questa luce, che dimora in Lui. Così, dopo questo avvenimento, Egli sarà in loro luce interiore, capace di proteggerli dagli assalti delle tenebre. Anche nella notte più oscura, Gesù è la lampada che non si spegne mai. Sant’Agostino riassume questo mistero con una espressione bellissima, dice: «Ciò che per gli occhi del corpo è il sole che vediamo, lo è (Cristo) per gli occhi del cuore» (Sermo 78, 2: PL 38, 490).
Sul Tabor, monte sul quale Cristo sale per pregare, il Figlio di Dio fatto uomo, mostra che è la preghiera a “provocare” la splendida visione di ciò che Lui è e di quello a cui siamo destinati ad essere. Mentre si manifesta la verità divino-umana di Cristo avviene anche una trasfigurazione dei discepoli: “Si tratta infatti della trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo, ma è quella soprattutto dei discepoli che vi assistevano, trasfigurazione che era per loro una certa visione della Divinità, un’immagine del mondo futuro, un preludio della venuta gloriosa del Signore” (Gregorio Palamas).
A noi in preghiera -come ai tre Apostoli come circa duemila anni sul monte Tabor, monte della preghiera,  Gesù si mostra trasfigurato, luminoso, bellissimo. Anche a noi, testimoni scelti dal suo amore, il Signore manifesta la sua gloria, e quel corpo che gli è comune col resto degli uomini, lo illumina di tale fulgore, che il suo volto si fa splendente come il sole e le sue vesti divengono candide come la neve.
L’importante che anche noi saliamo con il Figlio di Dio, l’Amato, sul monte a pregare.
La montagna nella Bibbia rappresenta il luogo della vicinanza con Dio e dell’incontro intimo con Lui; il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore.
Saliamo anche noi con Cristo sul “monte” della preghiera, per contemplare sul suo volto umano la luce gloriosa di Dio.
Saliamo con Cristo sulla montagna per trovare noi stessi  in Cristo e ascoltare Lui, perché nel luogo della vicinanza con Dio c’è pure dato lo spazio del silenzio dove percepiamo meglio la Sua voce.
Questo nostro salire per incontrare Dio non ci stacca dalla terra, anzi ci spinge a “scendere dalla montagna” e “ritornare” in basso, nella pianura, dove incontriamo sorelle e fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli e sorelle che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta la parola ascoltata” (Papa Francesco).
Questa parola è un suono carico di una presenza da accogliere con devozione e amore. E’ molto importante  l’invito del Padre: “Questo è il mio Figlio, l’Amato, ascoltatelo” (Mt 17, 6).
Noi, discepoli di Gesù oggi, siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole.

2) Origine e destino.
A questo punto, credo sia utile ricordare che lo scopo principale della Trasfigurazione, fu ed è di permettere al cuore dei discepoli (e al nostro cuore) di non scandalizzarsi quando la Croce sfigura l’umanità di Cristo. Questa manifestazione di luce e di verità è voluta perché l’umiliazione della imminente passione volontaria di Cristo non turbasse la fede di coloro ai quali era stata rivelata la grandezza della sua dignità nascosta. Non è un caso che il racconto della Trasfigurazione sia collocato dal Vangelo durante l’ascesa di Gesù a Gerusalemme, in un contesto di passione annunciata ai discepoli. Lo ha ben compreso la liturgia della Chiesa d’Oriente, che nel Kondakion (testo poetico-musicale liturgico) della festa canta: “I discepoli, per quanto ne erano capaci, contemplavano la tua gloria, Signore, affinché nell’ora della croce comprendessero che la tua passione era volontaria”.  San Gregorio di Nazianzo vide giustamente nella Trasfigurazione la sintesi del Vangelo, l’annuncio del mistero pasquale: annunciato davanti alla Chiesa, raffigurata da Pietro, Giacomo e Giovanni, e davanti all’Antico Testamento: la Legge (rappresentata da Mosé) e i profeti (rappresentati da Elia), apparsi a condividere la gloria del Figlio di Dio.
Va pure ricordato che il fatto della Trasfigurazione è fondamento della speranza della Chiesa: infatti “l’intero Corpo mistico di Cristo diventava consapevole della trasformazione che gli era riservata e le membra potevano ripromettersi la partecipazione a quella gloria, che avevano vista risplendere nel capo (San Leone Magno,  Sermo LI, 2-3, 5-8: PL 54, 310-313). Dunque, la trasfigurazione è un mistero centrale nella fede cristiana, caparra della resurrezione e profezia della trasfigurazione di ogni carne, di ciascuno di noi in Dio. Gesù sul Tabor, monte della preghiera, mostra chi è e che “traeva quello splendore dalla propria natura; perciò non aveva bisogno di pregare per far risplendere di luce divina il suo corpo ma, pregando, non fece altro che indicare l’origine sua e il destino nostro: lo splendore di Dio che rischiara e sostiene con la luce del suo volto, come è detto nel Vangelo: “I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13, 43) (Sant’Ambrogio da Milano).
Sorpresi dalla gioia della trasfigurazione del Figlio di Dio e di noi  discepoli ci viene spontaneo fare nostra l’esclamazione di San Pietro: “Signore è bello per noi stare qui; se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”(Mt 17, 4). Ma dando ascolto a Cristo che manifesta l’amore di Dio capiremmo che non ha senso preparare una tenda terrena a colui che abita nei cieli. Il Redentore non è venuto per avere una casa sulla terra, Lui che non volle possedere neanche una pietra su cui posare il capo. Non è venuto per abitare sulla terra in una casa costruita da noi ma per sollevarci nella dimora che Lui ci ha preparato lassù.
“E’ bello per noi stare qui”. Certo, è bello restare con Cristo sul monte, ma è di gran lunga più bello andare là dove saremo veramente felici, nella patria eterna. Se è bella questa gioia momentanea, pensiamo quanto più bella sarà la felicità eterna. Se ci fa gioire la vista dell’umanità di Cristo anche se per breve tempo rivestita di gloria, proviamo a immaginare quale e quanta sarà la gioia che colmerà la nostra anima nella contemplazione eterna dell’Amore eterna che per sempre ci tiene nelle sue braccia.
Ma prima, come Cristo ha patito per noi, così anche noi dobbiamo soffrire per Lui. E’ davvero necessario che, scendendo a valle, noi gli siamo compagni nella passione affinché, dopo, possiamo essere partecipi della sua gloria. Là egli stesso accoglierà ciascuno di noi e quanti amiamo nelle tende eterne. Là, veramente, sono preparate non tre tende, una per Cristo, una per Mosè e una per Ella, ma una sola tenda, per il Padre, per il Figlio e per lo Spinto Santo: e questa tenda sarai tu stesso. Allora “Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor 15,28), quando, come leggiamo nell’Apocalisse: “La dimora di Dio sarà con gli uomini ed essi saranno suo popolo ed egli sarà Dio-con- loro” (Ap 21,3). In quanto battezzati siamo già questa dimora, questo Tempio dello Spirito Santo. E per vivere questo essere dimora divina guardiamo alla testimonianza profetica delle vergini consacrate. Queste donne con il loro “proposita” hanno accolto completamente Cristo abbandonandosi totalmente a Lui e  affi­dandosi alla potenza del suo amore. Continuano ad accoglierlo collaborando attivamente con lui portando il suo a­more incarnato e redentivo nel mondo dove lavorano. dell’Incarnazione redentrice. Non cessano mai di accoglierlo nella loro vita, ascoltando nella preghiera e servendolo tra i loro fratelli e sorelle in umanità. Queste consacrate testimoniano che La trasfigurazione non è un avvenimento che arriva a un certo momento dell’esistenza, dopo la morte, ma dal momento che si aderisce a Gesù. Dal momento di questa adesione a Cristo c’è una trasformazione costante. Più si accoglie il suo amore e più ci si trasforma, di gloria in gloria, cioè si rende visibile l’amore ricevuto, comunicandolo agli altri.


Lettura Patristica
San Leone Magno (400 – 460)
Sermo 38 [51], 2-3.5

       [Il Salvatore] insegnò che coloro che avessero in mente di seguirlo debbono rinunciare a se stessi e tenere in poco conto la perdita dei beni materiali in vista di quelli eterni; infatti, salverà sicuramente la propria anima chi non avrà avuto paura di perderla per Cristo (Mt 16,25).
Era per altro necessario che gli apostoli concepissero davvero nel loro cuore quella forte e beata fermezza, e non tremassero di fronte alla rudezza della croce che dovevano assumersi occorreva che non arrossissero minimamente del supplizio di Cristo, né che stimassero vergogna per lui la pazienza con la quale doveva subire gli strazi della sua Passione senza perdere la gloria della sua potestà. Cosi, Gesù prese con sé Pietro, Jc e Giovanni suo fratello (Mt 17,1), e, dopo aver salito con essi l’erta di un monte appartato, si manifestò loro nello splendore della sua gloria; infatti, benché avessero compreso che la maestà di Dio era in lui, ignoravano ancora la potenza detenuta da quel corpo che celava la Divinità. Ecco perché aveva promesso in termini netti e precisi “che alcuni dei discepoli non avrebbero gustato la morte prima di aver visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno” (Mt 16,28), cioè nello splendore regale che egli voleva rendere visibile a quei tre uomini, in modo conveniente alla natura umana da lui assunta. Infatti, in ciò che attiene la visione ineffabile e inaccessibile della Divinità in sé, visione riservata ai puri di cuore (Mt 5,8) nella vita eterna, esseri ancora rivestiti di carne mortale non avrebbero potuto in alcun modo né contemplarla né vederla.
Il Signore svela dunque la sua gloria alla presenza di testimoni scelti e illumina questa comune forma mortale di splendore tale che il suo viso diviene simile al sole e le sue vesti sono paragonabili al bianco della neve (Mt 17,2). Senza dubbio, la Trasfigurazione aveva soprattutto lo scopo di rimuovere dal cuore dei discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della Passione volontariamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali sarebbe stata rivelata l’eccellenza della dignità nascosta.
Con eguale previdenza, egli dava però nel contempo un fondamento alla speranza della santa Chiesa, in modo che il corpo di Cristo conoscesse di quale trasformazione sarebbe stato gratificato, e i membri si sforzassero da sé di partecipare all’onore che aveva rifulso nel Capo. A tal proposito, il Signore stesso aveva detto, parlando della maestà del suo avvento: “Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre” (Mt 13,43); e il beato apostolo Paolo afferma la stessa cosa in questi termini: “Stimo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non siano da paragonare con la gloria di cui saremo rivestiti” (Rm 8,18); e ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio; quando Cristo sarà manifestato, egli che è la vostra vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria“(Col 3,3-4).
Animato da questa rivelazione dei misteri, preso da disprezzo per i beni di questo mondo e da disgusto per le cose terrene lo spirito dell’apostolo Pietro era come rapito in estasi nel desiderio dei beni eterni; pieno di gioia per quella visione, si augurava di abitare con Gesù in quel luogo in cui la sua gloria si era così manifestata, costituendo tutta la sua gioia; così disse: “Signore è bello per noi restar qui; se vuoi facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mt 17,4). Ma il Signore non rispose a quella proposta, volendo dimostrare non certo che quel desiderio fosse cattivo, bensì che era fuori posto il mondo, infatti, non poteva essere salvato se non dalla morte di Cristo e l’esempio del Signore invitava la fede dei credenti a comprendere che, senza arrivare a dubitare della felicità promessa, dobbiamo tuttavia, in mezzo alle tentazioni di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria; la felicità del Regno non può, in effetti, precedere il tempo  della sofferenza

venerdì 4 agosto 2017

Sabato della XVII settimana del Tempo Ordinario. Commento al Vangelo



"Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perché sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice: "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La concupiscenza lo aveva accecato per trasformarlo in oggetto della maledizione più grande, quella di non avere figli; non vi era cosa più disonorante che scendere nella tomba senza una discendenza, perché era il segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo. Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo in una fobia illusoria e annichiliscono ogni discernimento. I romanzi e i film e i tentacoli dei media e della cultura ci hanno lavato il cervello sino a farci credere che quando si muove qualcosa nel petto e ti prendono i crampi allo stomaco, allora è l'amore che bussa alla porta. I ragazzi vivono nell'illusione della grande passione, confusa con il grande amore. Non aspettano altro che il momento per lasciarsi andare. E allora ogni piccolo terremoto ormonale, comune del resto anche agli animali, è subito accolto con fasti e onori, come la visita di un imperatore. E si alimenta la passione come quando si monta la panna: la "quantità" è la stessa ma a forza di sbatterla aumenta di volume, e sembra crescere anche di peso. Così anche la passione è alimentata e fatta crescere a dismisura con messaggini e chat, e il telefono caldo 24 ore al giorno ogni giorno; la mente è rapita in un sogno che sembra realissimo, si accettano compromessi pur di non guardare in faccia la realtà e prendere le cose con calma; non si può accettare, infatti, che l'amore autentico abbia bisogno della testa e della ragione per imbrigliare la passione e consegnarla al sacrificio che la purifica e la trasforma in dono. I nostri figli non hanno compreso - anche e soprattutto perché nessuno glielo ha spiegato - che perdere la vita per Cristo non fa perdere la testa, mentre perdere la testa per un uomo o una donna fa perdere la vita. Ovvero, amare davvero sino a donarsi e perdere la vita non fa mai diventare irragionevoli e perdere la testa. Chi ama in Cristo e la sua ragione è illuminata dalla fede, è sempre lucido, anche quando "cede" alla follia di perdonare l'imperdonabile e caricarsi dei peccati altrui. La misericordia, infatti, non sarà mai frutto della passione. Al contrario, perdere la luce della ragione e del discernimento nello stordimento della passione e della concupiscenza, impedisce il donarsi senza riserve, perché la carne esige sempre il contraccambio, e la vita scivola via. Senza una Grazia speciale essa è incapace di consegnarsi gratuitamente all'altro, nel rispetto, nel sacrificio e nella pazienza. Ai nostri figli - come a noi del resto - non basta "temere" Giovanni Battista, ovvero ascoltare la Parola di Dio, essere nella Chiesa, neanche pregare. E' fondamentale che abbiano, nei momenti importanti, qualcuno che, come Giovanni Battista, vinto da quella che Papa Francesco chiama "l'inquietudine per la salvezza del fratello", è disposto a giocarsi la testa per loro: "L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno" (Papa Francesco). I figli hanno bisogno di padri che li amano così tanto e così gratuitamente da essere liberi per dire loro la verità: "non ti è lecito!", e non per nevrosi ma per amore. Padri e madri consapevoli che dicendo questo verranno forse decapitati dai propri figli... E non solo. Le mogli hanno bisogno di mariti come Giovanni Battista, liberi sino in fondo, che le tirino fuori da nevrosi e pensieri tristi e figli della menzogna, che generano complessi e paure; così come i mariti necessitano di mogli forti e sante che annuncino loro la verità, facendoli scendere dalla nuvola nella quale si nascondono, tra deliri di onnipotenza e infantilismi cronici, sindrome del quarantenne e ansie da prestazioni; anche una ragazza ha bisogno di un fidanzato che le parli con fede nella verità, rispettandola e custodendola per l'uomo che Dio ha pensato per lei, forse lui ma non si sa; così come un ragazzo non può restare legato a una fidanzata che, per paura, taccia la verità e, per non perderlo, lo lasci scatenare nelle pulsioni più basse. Una parrocchia e una comunità hanno bisogno di un pastore che ami "sino alla fine" le sue pecore, sino a perdere la testa e la vita per loro, perché nessuna resti nell'inganno del demonio, ma conosca la Verità e la verità le faccia libere per amare ed entrare nella Vita eterna. E così tra di fratelli di ogni comunità nella Chiesa, la verità innanzitutto, con dolcezza e carità. Così tra amici, senza spremute affettive che avvelenano. 
Tutti abbiamo bisogno di "martiri" che ci testimonino la Verità. Certo, per poter essere liberi e non temere di dire "non ti è lecito" è necessario, come Giovanni Battista, vivere nel deserto, ovvero aver tagliato con il mondo e i suoi criteri. Aver rinunciato al "potere" di Erode che si nutre della morte dell'altro; ogni potere, infatti, a casa, in ufficio e a scuola, sino ai palazzi de re e dei governanti, non può affermarsi se non uccidendo l'altro, per sentirsi vivo, per saziare la concupiscenza sempre più esigente, per non lasciar spazio ai nemici... Per essere liberi occorre dunque avere l'esperienza del deserto, dove conoscere Cristo che ha preso su di sé ogni nostro peccato, ogni parola e gesto illecito per distruggerlo nella sua misericordia; occorre imparare a vivere nella vita nuova che Dio fa sorgere dalla nostra morte. E saper lottare con Cristo nel deserto delle tentazioni, essere "martiri" con Lui, e sperimentare che l'uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca del Padre; aver visto la propria debolezza amata da Dio, senza esigenze e moralismi; soprattutto, avere l'esperienza che quando Dio ha detto "non ti è lecito" non è stato per limitare, frustrare e togliere la la libertà come insinuato dal serpente ai progenitori, ma per amore; "non ti è lecito" è la verità che apre alla libertà, il cammino all'umiltà dei figli di un Padre buono che dà loro solo cose buone. "Non ti è lecito" buttare la tua vita perché "è lecito", sano e santo solo spenderla nell'amore. Ma Erode non può. Il rancore di Erodiade, alla quale aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perché l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un «banchetto» che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza». Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi. Per questo, il Vangelo di oggi ci chiama a conversione, noi che spesso siamo come Erode. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, proprio dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell'amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell'affetto troppo corposo, che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essiccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie e ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l'episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione: ispirati da Dio, i pastori, i catechisti, i fratelli, i genitori, il coniuge, illuminano quanto, nella nostra vita, «non è lecito» ed è destinato a restare senza figli, svelando la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo. E obbediamo alla Chiesa per imparare la libertà di Giovanni, sino a perdere la testa per Cristo per mostrare al mondo che all'uomo "è lecito", è adeguato, solo l'amore autentico rivelato nella Croce

Sulla compatibilità tra meditazione Zen e cristianesimo



Anticipiano stralci da un articolo che esce sul prossimo numero della «Civiltà cattolica». L’autore, gesuita tedesco, docente di teologia e filosofia, ha vissuto dieci anni in Giappone per imparare le tecniche di meditazione.

(Hans Waldenfels) Diversamente dall’islam, il buddismo si presenta alla pubblica attenzione in tono più sommesso. Tuttavia, in un’epoca caratterizzata dall’attivismo e da un’agitazione febbrile, esso offre una via alternativa a coloro che sono in ricerca dal punto di vista religioso. 
Tanto più che in vasti strati della vita pubblica non si collega più l’invito al silenzio e alla meditazione con la Chiesa cristiana.
Nelle Chiese tuttavia si offrono molteplici opportunità di riflessione, nelle quali non di rado si sono introdotti anche stimoli di provenienza asiatica. E in tal senso, al di là della semplice attrazione verso pratiche asiatiche, se ne utilizzano anche elementi specifici. Intendiamo qui affrontare ciò che viene proposto con la meditazione buddista, e in particolare vorremmo parlare degli esercizi dello Zen nel modo con cui esso viene praticato da non buddisti, e soprattutto da cristiani. 
Un motivo che ci induce a parlarne è che la forma religiosa della meditazione asiatica è giunta in occidente attraverso lo Zen giapponese, mentre lo Yoga ha trovato più ampio spazio in ambiente secolare come allenamento psicosomatico. Inoltre, l’uso del termine Zen, divenuto di moda, si estende a proposte molteplici, e in parte ciò è dovuto a «maestri» che si definiscono tali e si autorizzano da soli. D’altra parte, oggi non è più tollerabile la superficialità con cui nei secoli passati si sono espressi talvolta giudizi su ciò che è eretico o meno, tanto più che è necessario distinguere chiaramente tra teoria e prassi.
Ora, in tutte le culture, accanto alla conoscenza razionale — che si può esprimere in maniera discorsiva — sono presenti anche forme di conoscenza nelle quali gli uomini comunicano tra loro senza usare le parole. Tommaso d’Aquino parla di cognitio per connaturalitatem, intendendo con questo una conoscenza fondata su un’uguaglianza e una vicinanza spirituale, una «connaturalità». John Henry Newman ha scelto come suo motto cardinalizio la frase cor ad cor loquitur (il cuore parla al cuore).
Negli anni passati si leggeva molto il libro del gesuita Peter Lippert, Da anima ad anima, pubblicato per la prima volta nel 1924. In giapponese, è abbastanza diffusa l’espressione ishindenshin (“da animo ad animo”), che deriva dal buddismo Zen ed esprime la comunicazione e la trasmissione diretta di uno stato d’animo. In tutti questi casi si tratta di una conoscenza che non si comunica per via discorsiva e che deve essere tenuta in considerazione anche nella pratica della meditazione.
Ormai lo Zen viene praticato in tutto il mondo. Già da tempo si è data una risposta alla domanda se soltanto un buddista possa o debba praticare lo Zen: a tutti è, in linea di massima, consentito praticarlo. Per noi può essere di aiuto un confronto con gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556). Anche qui si usa la parola «esercizi». Uno studio più approfondito degli Esercizi mostra inoltre che si possono istituire paralleli strutturali tra l’esercizio dello Zen e gli Esercizi ignaziani. Questi ultimi hanno a che fare con la pratica spirituale che consiste nell’indicare un cammino. Per Ignazio, all’inizio dell’epoca moderna, essi costituivano una via per condurre la persona a una conoscenza esistenziale del suo rapporto con Dio. Egli perciò ha dato indicazioni precise sui luoghi e i tempi degli Esercizi, sull’atteggiamento del corpo e sulla disposizione dell’animo, e anche sui singoli passi da percorrere lungo il corso degli Esercizi. Ha descritto inoltre ampiamente il compito di colui che li guida e come deve comportarsi nei confronti di ogni esercitante. 
Ora, molti di questi dettagli erano stati dimenticati da tempo. A lungo gli Esercizi sono stati ridotti ad argomenti di conferenze. Nel frattempo qualcosa è cambiato, e non da ultimo grazie a stimoli di provenienza asiatica. In molti corsi si sono inseriti elementi psicosomatici. Il gruppo dei partecipanti si è ampliato e aperto. Gli Esercizi sono tornati a essere una guida che indica la strada a coloro che sono in ricerca e si trovano in cammino. 
Da un punto di vista cristiano, in un’epoca in cui il pluralismo si va diffondendo sempre più, siamo chiamati a fare una scelta personale. Perciò, esaminando tutte le vie a noi accessibili, possiamo giungere a condividere quello che Karl Rahner riteneva al termine di tutta la sua ricerca, ossia che la via indicata a noi da Gesù Cristo è quella di cui siamo maggiormente convinti che ci conduca a raggiungere lo scopo della nostra esistenza.
«Amore» e «servizio» sono due parole che in questi ultimi tempi si pongono sempre più al centro di ciò che si intende per cristianesimo e lo riducono a un comune denominatore semplice e facilmente comprensibile. Non si tratta di parole, ma di mettere in pratica le parole. In un certo senso, il silenzio viene prima delle parole.
L’amore servizievole e dimentico di sé si ricollega oggi a un’altra parola, che a suo modo ispira il dialogo buddista-cristiano, ma che forse ha anche creato un nuovo spazio per tale dialogo: ci riferiamo al termine paolino che indica la kenosis divina nell’Incarnazione di Gesù. 
In Filippesi 2, 5-8, in un testo in cui esorta a seguire Cristo, Paolo dice: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce». Paolo afferma che Cristo heauton ekenōsen, «si rese vuoto», «si svuotò». Il termine «vuoto» non può essere colto a sufficienza nel suo senso letterale. 
I maestri giapponesi dello Zen e anche il filosofo Keiji Nishitani hanno riconosciuto la vicinanza di tale parola con uno dei concetti fondamentali della spiritualità e del pensiero buddista, e nelle loro riflessioni vi sono tornati sopra continuamente: śūnyatā, “il vuoto”. La parola di per sé non appartiene propriamente allo Zen, ma risale al dotto e mistico indiano del ii secolo dell’era cristiana. Nāgārjuna, a cui si deve soprattutto la formulazione del grande patrimonio dei contenuti del buddismo. Il termine, che ha anche un significato filosofico, è tra quelli che vengono usati principalmente per indicare una pratica spirituale. 
Nel buddismo Zen si tratta sostanzialmente di un processo di «svuotamento del vuoto», di un’operazione di distacco radicale da ciò a cui non ci si deve neppure afferrare e che viene detto «vuoto». Il vuoto non è una situazione che può essere oggetto di riflessione, ma un processo che richiama alla mente, per chi lo conosce, il linguaggio della mistica cristiana: dai classici spagnoli Giovanni della Croce o Teresa d’Ávila ai mistici renani, come Meister Eckhart. 
La mancanza di formazione filosofica e psicologica conduce alcuni maestri cristiani di meditazione a una linea di confine. Non deve meravigliare che per essi il parlare di Dio si dissolva nell’impersonale, e il Gesù fatto uomo non interessi più dal lato storico e diventi qualcosa che è a suo modo un principio cosmico. La durezza della croce diventa qui una barriera che non si può valicare facilmente. E che ciò sia vero lo dimostrano, da una parte il fatto che per i non cristiani il confronto con il Crocifisso costituisce spesso una esperienza scioccante: d’altra parte, il fatto che in epoca cosiddetta “postcristiana” quanti sono ancora cristiani o non lo sono più si adoperino a far sì che il simbolo della croce scompaia dalla vita pubblica, e che per molti giovani esso diventi un semplice oggetto di culto che non ha alcun interesse per loro. Chi vuole essere veramente cristiano, deve prendere posizione di fronte alla croce.
Tuttavia, nell’ambito del linguaggio religioso vale sempre il criterio dell’azione condotta in silenzio. Nel Giudizio universale di cui parla Gesù (cfr. Matteo 25, 31-46), ciò che conta è la dedizione disinteressata, l’impegno amorevole verso il prossimo. Per gli esercizi spirituali ne consegue che, quando il linguaggio viene meno e dopo gli esercizi si continua a condurre la propria vita in un’autosufficienza chiusa, e forse addirittura in un autocompiacimento elitario, da un punto di vista cristiano non si può parlare di una vita illuminata, vissuta nello spirito. 
Nel dialogo buddista-cristiano l’illuminazione autentica non può essere intesa unilateralmente come una conoscenza e una comprensione profonde. Piuttosto, essa invita a interessarsi, con dedizione piena di compassione, al mondo non illuminato.

L'Osservatore Romano